Inserito da: aoirghe | Luglio 4, 2009

Anna ti amo 6 strana

 

Ci passo quasi tutti i giorni, scivolando sull’asfalto bollente, ma l’ho notata solo adesso. Quella scritta, rossa e irregolare, sul muro scalcinato di una cascina che sembra dismessa, appena dietro un paio di alberi e un pugno di verde: Anna ti amo 6 strana. Non è stato tanto il ti amo, a farmi pensare, ma la parte successiva: 6 – sei – strana. Mi sono chiesta, mentre l’autobus superava la curva e la scritta restava oltre il finestrino, alle mie spalle, che cosa volesse dire: Anna io ti amo, e corro a scrivertelo su un muro scrostato che costeggia la statale per Pavia – la statale più dritta e calda del mondo – ma poi, chissà perché, ci aggiungo quelle due parole, appena sotto. Sei strana, Anna, e te lo voglio scrivere, come se fosse indissolubilmente legato al fatto che ti amo. Non c’è nemmeno un punto o una virgola, tra il ti amo e il 6 strana: cosa significa? Che ti amo perché sei strana? Oppure ti amo ma, ahimè, sei anche strana? Qualcuno, giustamente, potrebbe osservare che, invece di affaticarmi la mente con queste questioni esistenziali, potrei forse impiegare il mio tempo da pendolare in un modo più costruttivo. Studiare, magari. O scrivere, leggere, ascoltare musica. Non avrebbe tutti i torti. Però, quell’ Anna ti amo 6 strana, in mezzo all’afa spessa di un viaggio che a volte fa pensare troppo, si è ritagliato un suo spazio. Ci penso, al fatto di amare esseri strani. Strano è un parola che usiamo quando non sappiamo definire, ma in realtà definisce in modo netto proprio l’indefinibile: non riesco ad afferrarti, ma non perché tu sia un pazzo o un erotomane o un nostalgico balbuziente, no, tu sei solo strano. Come Anna. Che è strana, e forse non capita del tutto, ma amata: amata in un modo così forte ed esagitato da richiedere una dichiarazione pubblica; per noi tutti che ci passiamo davanti, a quella cascina dai muri scrostati, noi che dobbiamo saperlo, che c’è qualcuno che ama un’Anna strana. Intanto è estate, un luglio caldo e amaro: ci stiamo riprendendo i ventilatori, le piscine con i moscerini galleggiante, infradito e birre gelate e treni che cuociono sui binari. È estate, e all’angolo di una striscia d’asfalto che sembra pennellata da Dio – ma in versione molto svogliata – è passato qualcuno che ama Anna. È passato, forse di notte, forse alle luci ibride di una luna e di una torcia, forse ubriaco, forse pieno solo di paura e di colore rosso. Ha scritto e se n’è andato, e Anna è amata sotto gli occhi di una statale intera, ma è anche strana. Amore. Tra le tracce dell’ultimo tema di maturità ce n’era anche una sull’innamoramento e l’amore (in Catullo e in altri autori): non l’hanno scelta in molti. In tanti hanno preferito raccontare i social networks, e un po’ di Svevo. Cosa avrei fatto io, cosa avreste fatto voi, cos’avrebbe fatto chi ha scritto Anna ti amo 6 strana. Definisce Wikipedia: l’innamoramento è un complesso di sentimenti e di comportamenti proprio degli esseri umani caratterizzato dal forte coinvolgimento emotivo associato a un’intensa attrazione sessuale. Altro abbozzo di definizione: una notte torno a casa, le tre e mezza di una notte piena di zanzare e dolcezza; guido, in sottofondo la radio bassa e qualche cicala; provo emozioni strane. Emozioni ferite, emozioni istintive. L’innamoramento è un salto di pozzanghera quando hai le scarpe pesanti, ma non te ne frega niente. Alla definizione di Wikipedia, forse preferisco questa.

pozzangh

 

Scrive Giuseppe D’Avanzo oggi, su Repubblica: Berlusconi non è una delle cause del collasso politico in Italia, bensì uno dei prodotti. E allora sorge, legittima e pungente, la domanda: di quanto altro è, il prodotto? Non condividere l’operato e le scelte berlusconiane non significa necessariamente allinearsi alla schiera degli anti-berlusconiani in toto: possiamo giudicare la sua politica e i suoi contesti secondo categorie critiche, senza votarci per forza al disprezzo disgustato della sua figura. Detto questo, eccoci l’Italia di oggi ventiquattro giugno duemilanove: non fa troppo caldo, e reduci da consultazioni sbiadite da astensionismi e quorum mancati si lavora, e si va al mare. Il premier è sulle prime pagine di tutti i giornali esteri, non su quelli italiani: un silenzio (sbigottito?) avvolge un’opinione pubblica che non è mai stata tanto vessata e accusata. Noemi che compie diciott’anni, frequentazioni dubbie, escort e colorati giardini sardi, foto scattate e pubblicate nella non troppo lontana Spagna, intercettazioni, ammissioni, dati di fatto: Silvio Berlusconi, forse, non è mai stato tanto vicino alla definitiva caduta, personale e politica. Che, parlando di lui, non possono che coincidere. Ciò che raccapriccia il cittadino pensante e libero sono, essenzialmente, due cose. Primo: forse si è davvero arrivati a un punto di non ritorno, e ben venga, forse finalmente la fanghiglia esplosiva in cui si dibatte il Paese detonerà una volta per tutte e si potrà tornare a respirare aria pulita; però come, ci siamo arrivati. Siamo un’Italia che ingoia comportamenti anti-costituzionali, soppressioni di libertà di stampa, delegittimazioni dei poteri legislativi, leggi ad personam e corruzione? Sì. Siamo capaci di chiudere gli occhi allo stesso modo davanti a variopinti scenari che ci mostrano un Presidente del Consiglio che s’intrattiene allegramente con minorenni e prostitute? No. Per cui: di cosa c’importa davvero? Qual è la decenza cui teniamo? Non, a quanto pare, la decenza del senso dello Stato. Sì, invece, quella del privato che si fa indecenza pubblica, e disgusta trasversalmente una società intera. La seconda cosa che sgomenta il cittadino pensante è il disarmante comportamento di Berlusconi davanti a tutto questo. In un altro Paese europeo, il premier avrebbe già dato le dimissioni. E invece Silvio Berlusconi s’indigna e accusa stampa e magistratura e avversari politici di un fantomatico complotto, mortificando (perché sì, questa è una mortificazione) l’intelligenza dei suoi concittadini, ritenendoli – a quanto pare – troppo stupidi per capire ciò che è accaduto. Non da ultimo, ritiene che basti una patinatissima intervista concessa a un giornale di gossip, Chi, per ripulire immagine e autorità. Ora. Ora guarderemo le evoluzioni di questo groviglio, pefettamente italiano, di cattiva politica, soldi e sesso, aspetteremo di vedere fino a che punto l’Italia potrà crogiolarsi in questa melma. Perché melma è, e bisogna dirlo ad alta voce. In questo giugno fresco di vento e abbozzi d’estate, nessuno vorrebbe vederci così: ma siamo, ormai, così. Le colpe esistono, e dovranno essere assegnate, senza buonismo gratuito, e l’Italia forse dovrà implodere davvero, per lavare via le tracce di ciò che le è stato fatto. Abbiamo perso il senso dello Stato, abbiamo distorto la vera natura della politica, della partecipazione civica: siamo diventati un popolo stanco e pessimista, e Silvio Berlusconi dovrebbe avere l’intelligenza umana e civile di ritirarsi prima che davvero l’Italia perda ogni barlume di credibilità. Intanto, se vogliamo, facciamo tutti una bella cosa: facciamoci tatuare sulla faccia cinquantasei stelline, come quella ragazza belga, Kimberly Vlaemink, e poi accusiamo il tatuatore di avercene fatte ben cinquantatrè in più. Poi ammettiamo di aver mentito, e tutto per paura della reazione dei nostri genitori. Vedremo se qualcuno, tra i vari Berlusconi e soci, avrà mai paura della nostra reazione, una volta ammesso di aver macchiato così tanto l’Italia per volontà propria, e non per pessimi scherzi di qualche capro espiatorio scelto con cura e cinismo. La battuta che gira in questi giorni, amarissima, è questa: mentre il premier va a mignotte, l’Italia continua ad andare a puttane. Mai senso dell’umorismo fu più tristemente realista.

Inserito da: aoirghe | Giugno 11, 2009

Fame e tregue

Mi chiedo, spesso, se davvero i luoghi siano tregue, come qualcuno, una volta, ha scritto. Tregue da cosa, poi? Beati i calmi di cuore, che non sentono mai la necessità di partire: beati coloro che sanno stare, e per cui lo stare non è solo un temporaneo rimanere – che tante volte ha l’amara accezione di una spugna gettata – ma significa esistere. Li ammiro, forse un po’ li invidio. Feriscono di certo meno se stessi, e chi li ama: non portano avanti una vita di cicatrici, le cicatrici che procurano le attese, le partenze e, soprattutto, i ritorni. A volte, mi capita di pensare che non starò bene in nessun luogo, mai. Non ricordo quando questo disagio è cominciato: potevo avere forse nove anni, e tra le mani un’edizione ingiallita de “La freccia nera”; oppure poteva essere stata una delle centinaia mattine di gennaio, spesa in un aula di scuola con le cartine geografiche appese storte e la sensazione che non poteva essere tutto lì, che non doveva essere tutto lì. Dicono che si ama, spesso, quando si ha perduto, o quando si è costretti lasciare: mi domando se sarà così anche per me, se solo quando i ritorni ai luoghi e alle persone non saranno davvero più possibili, allora potrò sedermi e provare dolore e poter raccogliere, tra gola e occhi, una pace corposa, una nostalgia appena venata di rimpianto. Sono sempre stata un’inquieta, e lo sono ancora: dove vuoi andare, mi dicevano (mi dicono), e perché, e un po’ mi sentivo in colpa, in realtà non avevo nulla, da cui scappare. Anzi: un’infanzia bellissima e un po’ selvatica, l’amore puro e intelligente di una famiglia compatta, di persone che avevano riempito i miei pomeriggi di libri, film e partite a pallone, estati di mari liguri e Topolini sgualciti dall’acqua salata e un nonno che comprava paste in paese, e poi le nascondeva per casa, e noi dovevamo cercarle, eccitati, mentre fuori la sera di riempiva di buio, zanzare e dolcezza. Dove vuoi andare, perché: e quando ti fermi, perché non puoi pensarti senza punti certi, non puoi vivere di aerei e treni e programmi abbozzati sul retro di volantini pubblicitari. E io che non sapevo cosa rispondere: lo so ora, forse, ma non sono risposte, hanno più la rancorosa necessità delle rassicurazioni. Non lo faccio perché non vi amo, non lo faccio perché non ho avuto niente: eppure nemmeno il tutto, mi basta più, nemmeno voi, ma per favore provate a perdonare, se non riuscite a capire. Alcune mie scelte – me ne rendo conto solo a posteriori – sono nate proprio da questo disagio senza nome: all’università, lingue e non lettere, e non per un talento particolare, ma solo per fame. Fame di posti, viaggi, incertezze, accennate possibilità di fughe. E l’Erasmus, poi, e i viaggi spedalati in novembre e aprile: amo l’idea di poter parlare quattro lingue, non le quattro lingue in sé. Ho bisogno dell’idea che un pomeriggio di pioggia, a Londra, Madrid o Budapest, potrò sedermi al tavolo di un bar e chiacchierare di politica, cinema, libri, stupidaggini e cibo. Potrò comunicare, capire. E che mai dovrò farmi bastare un luogo solo. Ma le persone, mi chiedono. E dove metti le persone. I legami, le amicizie, l’amore: nessun posto è fatto solo di piazze e qualità di cielo. Quindi perché. Perché la sofferenza del distacco, perché il timore della solitudine. Alcune di queste cose, vi risponderei, ce le ho già: un po’ nel sangue, forse, un po’ nell’urgenza della scrittura. Se leggere è un’azione solitaria, scrivere è la quintessenza della solitudine. Uno degli atti più umani possibili – l’espressione scritta – è connotata di assenza: l’intero mondo, là fuori, esiste solo attraverso chi scrive, e la condivisione arriva solo a posteriori. Tolstoj l’ha messo per iscritto, ed è un po’ ironico, a pensarci bene: la felicità è reale solo se condivisa.

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Inserito da: aoirghe | Maggio 19, 2009

Sicilia+Leonard Cohen

 

Pre-partenza siciliana: fa caldo, caldissimo, come al solito mi sento un satellite in perenne orbita, tanto per citare Eddie Vedder. Adesso mi aspettano sette giorni nella terra degli aranci: presentazioni, belle città, mare e, soprattutto, amici che riabbraccio dopo due mesi. Mi lascio alle spalle quest’afa da pianura più che volentieri, tra poco sarà tempo d’esami e scelte, e intanto continuo a scrivere, con un certo languore, devo dire. Avrei tanta voglia che certe distanze si dimezzassero e che certe malinconie si attutissero un po’: si tratta di aspettare, mi dicono, e forse sto diventando pure brava, ad aspettare. In pieno umore Leonard Cohen, vi lascio una poesia che mi ronza per la testa da un po’: si chiama Folk Song, viene dalla primissima raccolta di Cohen, “Let us compare Mythologies” (Confrontiamo i nostri miti), finalmente pubblicata in Italia dalla Minimum Fax.

 The ancient craftsman smiled

when I asked him to blow a bottle

to keep your tears in.

And he smiled and hummed in rhythm with his hands

as he carved delicate glass

and stained it with the purple

of a drifting evening sky.

But the bottle is lost in corner of my house.

How could I know you could not cry?

 

Il vecchio artigiano sorrise

quando gli chiesi di soffiare una bottiglia

per tenervi dentro le tue lacrime.

E sorrideva e canticchiava a tempo con le mani

nel modellare il vetro delicato

e lo macchiava del colore purpureo

di un errabondo cielo serotino.

Ma la bottiglia si è persa in qualche angolo di casa.

Come potevo sapere che non eri capace di piangere?

Inserito da: aoirghe | Maggio 15, 2009

Età

 

Questa foto l’ho scattata in Piazza del Popolo, a Roma, un giorno d’aprile. Quando la guardo, penso che quella ragazza potrebbe avere una nonna della stessa della vecchia che chiede l’elemosina. E la vecchia che chiede l’elemosina potrebbe avere una nipote della stessa età della ragazza.

carità

Inserito da: aoirghe | Maggio 7, 2009

Love is not a choice

 

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La ragazza, un po’, nell’idea di riconoscersi ci crede. Ci crede da quando un’amica, ubriaca di whiskey e di un amore coi capelli rosa, gliel’aveva sussurrato sopra il caos di una festa d’oltremanica: “è come riconoscersi”. E fuori le luci dei lampioni irradiavano buio, un cielo concavo d’umidità e fumo dolciastro. Così, ora, la ragazza di crede. Per una volta, lascia che la saggezza sia davvero la più crudele delle responsabilità, e la tiene lontana, fidandosi del rischio, di quel po’ di sofferenza autoinflitta. Perché la ragazza già sa di attese senza nome, d’interruzioni e solitudini improvvise. E a lui, a lui, vorrebbe dire tutto questo, senza vestirsi con lenzuola d’ironia e forza distillata in gesti leggeri: te lo sto dando tutto, maledizione a te, qui, palpitante e ignaro, quello che chiamano cuore, e adesso ne puoi fare ciò che vuoi, intingilo nella stessa tua sottile malinconia e rendilo più fragile e insensato di sabbia che si frappone a vento, prendilo e dagli la forma delle aspettative, succhiagli via il sangue, fallo bianco di silenzi e pace. Te lo sto dando, perché l’amore non è una scelta, e tu mi sei semplicemente accaduto.

Inserito da: aoirghe | Aprile 28, 2009

Rabbie

 

Due parole in questi giorni di pioggia e vento: sono nervosa, abbastanza arrabbiata e tendente agli sbalzi d’umore. Tutto l’opposto di quello che sono normalmente, insomma. Ho la sensazione di galleggiare, di essermi attorcigliata in un gomitolo di attese. Come se trattenessi il respiro ventiquattr’ore su ventiquattro. I perchè – e sono un bel po’ – li so, circa il come uscirne, invece, ho qualche difficoltà. Sono, soprattutto, arrabbiata: e questo non mi capita spesso, in genere sono una persona pacifica e abbastanza serena. E la rabbia che provo, infilzata tra un giorno e l’altro, è discreta e sottile, ma non per questo meno logorante. E sono arrabbiata per un sacco di motivi. Sono arrabbiata per la pioggia, per le raccomandazioni all’università, per chi mi manca e non è qui, perchè ho appena finito “Lotta civile” di Antonella Mascali e l’Italia mi sembra ancora di più una jungla di arretratezze, violenza e indifferenza, sono arrabbiata perchè i treni sono diventati ancora più cari, perchè non mi sento tranquilla in nessun posto, perchè il Papa usa troppo la bocca e molto poco gambe e cervello (molto bello il calice offerto per i funerali di Stato all’Aquila, davvero un gesto carico di voglia di confortare), sono arrabbiata per i kebab e i gelati e le focacce che qui, in Lombardia, non potremo più mangiare per strada.

Comunque, settimana prossima si va a Macerata: presentazione di “Tu che te ne andrai ovunque” alla Mondadori di Corso della Repubblica, martedì 5 maggio ore 18.

Inserito da: aoirghe | Aprile 13, 2009

A Roma

 

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Questo venerdì, 17 aprile 2009, alle ore 18.00, presso la libreria Fanucci di Piazza Madama, presentazione di “Tu che te ne andrai ovunque”, interviene Paolo Di Paolo.

Inserito da: aoirghe | Aprile 9, 2009

Senza titoli

Bella foto, oggi, a cavallo tra la seconda e la terza pagina del Corriere della Sera: una mano offre una tazza di the, l’altra l’accetta, sullo sfondo ghiaia, polvere e un lembo di tenda blu.

Bella nel significato più istintivo e grezzo di “bella”: la sensazione di percepire il cuore perdere un colpo e riguadagnarlo subito dopo, ma dolente di mille spilli conficcati nel profondo.

La terra ha tremato, la terra trema ancora: sembrerebbe l’inizio di un romanzo, l’attacco suggestivo di un fairytale vagamente dark. Eppure non lo è.

Stamattina mi sono stordita di telegiornali: di solito non lo faccio, preferisco il silenzio rispettoso della carta stampata, ma invece oggi, per tre ore, ho assistito alla girandola convulsa di speciali, collegamenti, inviati con le facce stanche, interviste telefoniche.

Fuori c’era una Parma quieta e soleggiata, la gente seduta ai bar e bambini nelle focaccerie.

Può darsi che non ci sia nulla di adeguato, da scrivere: e difatti non so nemmeno dove andrò a parare, non so spiegare il groviglio di commozione, straniamento e rabbia che sento, che sentiamo tutti. Per certi versi, oggi, la fotografia offre più parole della scrittura.

Vi rimando, comunque, al blog di un amico, già segnalato nei links, scrittore aquilano sopravvissuto e in fuga: www.lastanzadelmatto.splinder.com. Leggerlo fa bene, è un pugno nello stomaco ben assestato e salutare: meglio di tanti Studi Aperti e simili.

Intanto le immagini si susseguono, impietose, e non c’è modo di non venirne feriti: un vecchio biliardino schiacciato dalle macerie, un orso bianco di peluche coperto di polvere e detriti, un dizionario d’inglese che spunta tra un tramezzo crollato e cumuli di mura sbriciolate, gli occhi svuotati di chi ha perso tutto e tutti, l’istantanea di un’intera città ingoiata nel nulla.

La cosa più atroce è che, come sempre, al boato segue il silenzio.

E di questo silenzio non sanno che farsene, laggiù, e nemmeno noi lo sappiamo, perché non basta fermare morti e sopravvissuti in scatti e lutti nazionali, non basta ingoiare il dolore e prepararsi a ricostruire, non basta scrivere, non basta fotografare, non basta abbracciare o piangere.

 

L’impotenza ha avuto, questa mattina, l’odore di caffè e focacce in una piazza affollata, col Duomo a spazzare via un quadrato di cielo: ha avuto il profilo di un giovedì pieno di vita, come tanti, di un ragazzo nero che vendeva elefantini portafortuna accanto a una gelataria, e io, noi, lì, sotto il sole, a imbeverci di una luce primaverile che si attaccava alle mani, e di cui non sapevamo che farcene.

Inserito da: aoirghe | Aprile 2, 2009

Soddisfazioni

 

Scrivere un libro per comprarsi … questa.

nikon

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