Inserito da: aoirghe | Novembre 30, 2009

Sono pioggia raddrizzata

 

Piove grigio, oggi, e tra un’ora sarò dalla bambina, a fare ripetizioni: più altro, in realtà, le leggerò i libri di Roald Dahl e proverò a metterle in testa che Lady GaGa è una cretina (impresa non semplice). Mi pagano pure, per farlo. Novembre gocciola via con questo diluvio ostinato, domani si spalancherà dicembre, poco tempo a Natale, già le luci graffiano vetrine e cieli: però non mi sento ancora in atmosfera. È un periodo stranito, non strano. Sono felice, ma in un modo insolito: mi sento disorientata da presenze calde e assenze altrettanto palpabili, da un’università in standby, traslochi un po’ malinconici, amici annichiliti dal dolore che non so come aiutare, istinti di scrittura senza incalanature disciplinate, progetti abbozzati sul retro di depliant (che finisco sempre per buttare); disorientata dal bisogno di avere uno spazio elastico, un contenitore immenso, un’incertezza piena di respiro. Accendo incensi in una camera che presto non sarà più mia, e cerco d’immaginare la neve. Un anno fa ero a Cardiff, in un tumulto di vita e colore e incontri speciali: già un anno. E quanto è imploso, in quest’anno lunghissimo. Ora provo un amore nuovo, denso, che è lo stupore di fronte a un incontro inaspettato, che per una volta riesce a tenermi ferma, a placarmi, con tutta la dolcezza di cui è capace: come raddrizzare la pioggia; eppure è capitato. Intanto continua a piovere grigio, in questo schifo di pianura, ma per fortuna continuano anche a capitare i libri, i viaggi, il vino, i concerti. Capitano le giornate in spiaggia, a sbirciare com’è il mare d’autunno, capita un parquet nuovo da calpestare a piedi nudi, il parlare di Charlie Chaplin – al centro per i prelievi – con un’infermiera. Probabilmente, per avere un futuro in questa meravigliosa Italia, dovrò fare il parlamentare o il trans (una bella lotta), però, oggi pomeriggio, nonostante il tempaccio, mi verrebbe voglia di berci su un bicchiere di tequila e crogiolarmi nell’idea che, comunque vada, avrò un’ora per insultare Lady GaGa: sono soddisfazioni. E io sono pioggia raddrizzata.

È stato l’amore o un riconoscimento

che ha guarito questa condizione di essere umano

Sto sperando e mi sto augurando che

questo uccello non volerà via

Possiamo vedere la vita mano nella mano,

il verde, il blu, la rozzezza, la sabbia

E nel nostro tempo e nella nostra terra

noi assaporeremo ogni giorno

 

E oh, come la nostra gloria potrebbe sbiadire,

almeno abbiamo imparato

alcune cose lungo il cammino

 

Tu mi hai strappato dalla mia bolla.

sapendo che le mie difese erano deboli

E ti sei seduto lì e hai ascoltato

tutte le volte che sceglievo di parlare

hai dedotto dai miei appelli a te

che non sono altro che un pagliaccio

E ho paura che soltanto un eroe possa difendere

questi demoni ora

 

E oh, come la nostra gloria potrebbe sbiadire,

almeno abbiamo imparato alcuni

trucchi del mestiere

 

E come il tempo inevitabilmente scorrerà,

oh bè, almeno avremo quattro forti

gambe per stare in piedi

Per mantenerci vivi …

Paolo Nutini, Tricks of the Trade

Inserito da: aoirghe | Novembre 17, 2009

Io non voglio (mordere il mondo)

Domanda numero uno: perché tutti mi chiedono cosa farò, invece di chiedermi chi sono? Domanda numero due: perché devo per forza collocarmi, mordere il mondo per trovare un posto, una casella vuota nel grande, immenso e caotico schema? Domanda numero tre: perché, invece di trovare questa benedetta casella, continuo invece a imbattermi in persone, immagini, propositi? Infine: stasera la luna è nebbiosa, l’aria umida, l’umore irrequieto; di fuori i fari alti delle automobili, un cane che abbaia isterico, l’odore dei pini mozzati. Deve tutto avere un senso? E se sì, un senso spiegabile? La malinconia non ha nulla d’intelleggibile: vorrei mescolarmi alle creature selvagge e provare a correre senza puntare direttamente agli alti stendardi del traguardo. Continuare a mettere gonne colorate d’estate, ad addormentarmi nelle chiese e alle lezioni di filologia. Persistere nel disordine, nel ridere, nello stringere i pugni nelle tasche per ogni ingiustizia e la contemporanea impotenza, nello stupirmi delle mancanze, degli effetti benefici dell’acqua salata, di quel senso dell’umorismo acuminato e un po’ svergognato. Ma qui bisogna essere pratici: il privilegio non è per tutti, la realtà, spogliata di ogni patina, è cruda, spesso amara, quasi sempre insoddisfacente. Questo è, essere pratici? Forse ho sbagliato razza animale, sarei dovuta nascere balena, o cane, o cimice (no, cimice magari no). Forse, a sei anni, tra una birra e un libro, avrei dovuto scegliere la birra. La domanda numero quattro promette e non mantiene, fa trattenere il respiro e non deflagra, lasciandoci in attesa di un fragore che non si presenta: e se non ci stessi proprio, in una di quelle caselle? Se il mio corpo fosse troppo grosso, o magari troppo scivoloso? Un giorno ci svegliamo e abbiamo vent’anni e siamo indistruttibili, un giorno ci svegliamo e di anni ne abbiamo cinquanta. Poi un altro giorno siamo vecchi involucri rugosi e claudicanti, che non ricordano più com’era essere ai blocchi di partenza. Infine, una mattina, siamo polvere morbida, terra grezza che assorbe pioggia, e poi una farfalla, un orologio, la vetrina di un negozio, il muschio di un fiume. C’è un infine, e materia senza nome. Quindi domanda numero cinque: non posso semplicemente continuare a farmi mancare il fiato per una qualità di cielo, per una fotografia mentale, per una strada invasa di luce, per una voglia esplosiva di abbracciare e baciare, per la neve, per i temporali, per i musicisti da marciapiede, per una comunanza, per una coincidenza?

Inserito da: aoirghe | Novembre 10, 2009

Interruttori spenti

La morte non ha rispetto. 

Dei tuoi, dei nostri vent’anni, del fatto che un mese fa si addentava insieme una piadina in un bar pieno di luce, fuori un diluvio ottombrino, il fumo della condensa. Non ha rispetto di quello che eri e di ciò che avresti voluto essere; ma, soprattutto, non ha rispetto di chi ti amava, e che da adesso in poi non potrà più esistere allo stesso modo. Tu muori una domenica sera, sull’asfalto bagnato, solo perché è capitato.

Le parole sono inutili, contenitori vuoti, interruttori spenti.

 Adesso viene voglia di dire ti amo più spesso. Ogni volta che si sente il bisogno di sussurrarlo, al diavolo blocchi e paure. Viene voglia di correre sulle spiagge, respirare un libro, fare l’amore finchè se ne ha la forza, prendersi un cane, strappare Liu Bolin e il Pesce Luna  dalle pagine dei giornali e insegnarli ai bambini. Viene voglia di non perdersi niente.

Quanti anni abbiamo, ora? Non più, certo, quelli che avevamo ieri.

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Inserito da: aoirghe | Novembre 4, 2009

Ho scattato una fotografia

clandestini

Ho scattato una fotografia, prima che il barcone attraccasse, alzando uno stormo stupito di gabbiani.

 Il risultato è una nuvola di mare e bianco, il cemento del porto sfumato sullo sfondo: da quasi un’immagine di pace, di compostezza. Invece, là sopra, sono tutti morti. Settantaquattro cadaveri, riversi dappertutto: tra qualche minuto cominceranno a portarli sulla riva, uno ad uno. In genere c’è un poliziotto che tiene il corpo per le braccia e un altro che lo tiene per le gambe: ricorda un po’ il modo in cui gli amici ti afferrano scherzosamente, in spiaggia, per buttarti in mare, e tu non puoi liberarti, e finisci nell’acqua. Settantaquattro morti, un solo barcone, una sola città, un solo dicembre: i dicembri siciliani hanno un che di dolente; nel modo in cui il mare diventa grigio perla, nel modo in cui il vento si carica di sale e gelo. I dicembri italiani, invece, somigliano a tutti gli altri mesi. Eccoli qui, i primi sette corpi: intorno alle teste un’aureola di sabbia umida; presto porteranno i lenzuoli, il pudore, in questi casi, si fa quasi più insistente della pietà.  – Tu, ti levi da lì?-. Ubbidisco. Lascio posto a un’altra carrellata di cadaveri. Ho il passo appesantito dei miei cinquantacinque anni, dei troppi arancini, delle troppe sigarette. Di mestiere facevo il fotografo, ora non lavoro più. Non ce n’è, di lavoro. Per fortuna i genitori di mia moglie hanno parecchia disponibilità economica, e ci passano qualcosa ogni mese. Stamattina sono capitato qui quasi per caso, rincorrevo il pallone di mio figlio. Mio figlio ha solo otto anni, l’ho avuto tardi, quando ormai pensavo non ne avrei più avuto l’occasione. Rincorrevo il suo pallone, stavamo giocando nel parchetto che dà sul porto, e un mio tiro ha scavalcato la rete. Gli ho detto aspettami, torno subito. E sono arrivato fino qui. Il pallone era finito sulla spiaggia accanto al molo. Ho visto la nave sbucare dalla foschia, e mi sono fermato a guardare. L’ho vista bucare l’aria e fermarsi contro i blocchi di cemento; la polizia, la Marina e le ambulanze erano già lì, ad aspettare. Così come tutti quei giornalisti. Con il pallone sottobraccio, mi sono avvicinato. Ecco perché sono qui, con la macchina fotografica nella tasca e la palla di mio figlio, e guardo settantaquattro uomini morti toccare il suolo della loro agognata meta, questa meravigliosa Italia invernale.

Perché ci hai messo così tanto, papà?, mi chiederà mio figlio.

Il mare è calmo, l’aria è fredda e ferma: c’è odore di corpi in decomposizione, odore di carburante. Poi all’improvviso succede qualcosa: c’è un uomo in più, l’emigrante numero settantacinque. Qualcuno grida, qualcuno scende da un’ambulanza con una lettiga. È vivo, disidratato e debolissimo, ma vivo. Lo accompagnano sulla spiaggia, un paio di medici si chinano su di lui. È fortunato, ad essere vivo. Lo cureranno. Lo rimetteranno in sesto. Lo incrimineranno per il reato d’immigrazione clandestina. Potrà sempre stare al caldo: prima in un ospedale, poi in un centro d’accoglienza, poi in una galera. Davvero un uomo fortunato.

Torno da mio figlio con il pallone sottobraccio e la macchina fotografica in tasca. Lui ha otto anni, e mi chiede cos’ho fatto tutto quel tempo. Alle nostre spalle, verso il porto, un altro stormo di gabbiani si solleva da terra, infrangendosi contro il cielo. Cos’ho fatto, tesoro? Ho scattato una fotografia, questa mattina, della mia bella Italia.

Inserito da: aoirghe | Ottobre 15, 2009

L’adesso non invecchia in fretta

 Quanti noi stessi usiamo e gettiamo via, a giorno trascorso. Come pacchetti di fazzoletti di carta: attorno l’involucro di plastica, dentro una scorta di noi stessi, apparentemente tutti uguali, a ben vedere diversi per pieghe, angoli sgualciti, strappi e odore. Mi piace pensare che tutto – ma davvero tutto – abbia determinato quelli che siamo. In questo c’è fascino, e anche un po’ di terrore: perché allora ogni cosa ha un peso reale, ogni azione compiuta o subita finisce, comunque, per scarabocchiare la nostra lavagna; c’immagino a ottanta, novant’anni, intenti a scuoterci di dosso tutta la polvere di gesso accumulata nel tempo, e tossire nell’aria impastata di bianco. Il primo libro blu, collana Battelli A Vapore, dai sette anni in su, quel tuffo da una canoa e sotto un fondale di ricci minacciosi, le lezioni della maestra con i capelli rossi e una dolcezza da madre, gli intervalli a sbucciarsi le ginocchia, a fare torte di fango, a picchiare i maschi e giocare a nascondino, le ricreazioni costrette in corridoi affollati per improvvisi temporali, un Pinocchio divorato a scapito del caos e con l’ansia affascinata degli otto anni. I giochi in giardino, i Backstreet Boys, il sale appiccicato alla pelle, pizza unta e krafen e pacchetti nascosti in mobili che sapevano di legno e tabacco, sfuriate meritate, Sandokan e un assaggio inconsapevole de I promessi sposi, nonni complici e pianti e gli odori di sabbia e crema solare mescolati insieme. Calvino, Sherlock Holmes, Titanic che affondava e quel Jumanji spaventoso, i cartoni del pomeriggio, Roald Dahl, la prima percezione di morte, smussata, e poi la seconda, quella vera, che era arrivata in tutta la sua assurdità, con la violenza di un calcio in bocca, una domenica di luglio, mentre tutto era bello e il mare luccicava come una ragnatela d’argento. X-files, quegli Europei persi per un soffio, la prima scena di sesso intravista sullo schermo, nascosta dietro una pianta, C.S. Lewis ed Harry Potter, e poi la voglia di baciare, gite, corse in macchina, quello Shakespeare scoperto a dodici anni in un angolo legnoso della biblioteca, Russell Crowe bello di sudore e barba, professori odiati, urgenze di giustizia. Qualche kefiah, Dawson’s Creek e le Gilmore Girls, parentesi umbre e francesi, dubbi e abbracci e scarpe di tela, libri, libri, libri, falò in mezzi a campi, citronelle incendiate e alimentate per errore con la vodka, libri, cinema, De Andrè e i Red Hot Chili Peppers e Leonard Cohen. Le prime sigarette, i funerali costipati di freddo e stupore, piatti lavati cantando, scrittura compulsiva, amore e sesso e Montpellier quel giorno di giugno, con il cielo che diventava viola.  Infine viaggi, lingue, un libro, un Erasmus.

E poi arriva l’adesso. Il tempo invecchia in fretta, come dice il titolo (bellissimo) dell’ultimo Tabucchi. Il fatto in sé non stupisce, lo sappiamo bene, la nostra pelle è il primo segnale: e se è vero che leggendo libri abitiamo il mondo, mi chiedo dunque cosa accade quando non leggiamo; quando respiriamo l’aria senza filtri, quando ridiamo, quando facciamo l’amore, quando decidiamo qualcosa. L’adesso invecchia in fretta? Non lo so. Intanto l’adesso deflagra, spesso lasciando senza parole e gesti. E ho comunque voglia di avere ventidue anni e poter scrivere di cose allegre se mi va, di tristezze e rabbie se ne sento il bisogno, senza che nessuno cerchi traumi nella mia breve vita, senza che nessuno mi accarezzi la testa, imbambolato: perché non è vero che a vent’anni non sappiamo com’entrare a gamba tesa sulla realtà. Ho voglia di lamentarmi e infuriarmi, se il mio Paese si suicida ogni giorno tra banchieri banditi e politici criminali, se le case non si riescono a comprare, se si muore cadendo in un’autocisterna. Ho voglia di fare colazione camminando, di prima mattina, con la nebbia che si disfa contro le vetrine spente.

Ma soprattutto: non ho nessuna voglia di essere infelice.

Inserito da: aoirghe | Ottobre 13, 2009

I tramonti mi fanno girare i coglioni

 

Non occorrono spiegazioni. Vedere per sospirare.

“Una vita è troppo poco. Una vita sola non mi basta. Se poi conti bene non sono neanche tanti giorni. C’ho troppe cose da fare, troppe idee. Sai che ogni volta che vedo un tramonto mi girano i coglioni?  Perché penso che è passato un altro giorno … E poi mi commuovo. Perché penso che sono solo. Un puntino nell’universo. I tramonti mi piacerebbe vederli con mia madre. O una donna che amo, magari. E invece le notti mi piacerebbe passarle da solo. Da solo, insomma … magari con una bella troia … che è meglio che da solo. Ce n’hai ancora di quella roba che ha lasciato il turco? Nonzo, si chiamava. Grazie. Se le cose andassero sempre così, che ti portano via le armi e ti lasciano questa roba qua … si vivrebbe meglio, no?”

Mediterraneo, Gabriele Salvatores

Inserito da: aoirghe | Ottobre 5, 2009

Quel modo

 

ti_amo

Questa mattina, sotto un cielo color fuliggine, un uomo disabile aspettava sulla sua sedia a rotelle. Non so chi aspettasse. Andava avanti e indietro con le ruote, giocando a tratti col cellulare, alzando gli occhi azzurri sulla piazza sgombra. Non molto lontano, appoggiato al muro senza intonaco, stava un altro uomo, più vecchio: seduto a gambe incrociate per terra, non faceva nulla. Era circondando da valigie, e da un dalmata silenzioso. Io ero lì, tra il disabile e l’uomo col cane. Faceva un po’ di freddo, e aspettavo anch’io. Aspettavo che il tempo detonasse in una carezza, e mi spiegasse come fare, a ingannare le attese e le distanze. Nella piazza vuota, non c’era segno di respiri: io lo aspettavo, un respiro. Non mi sarebbe bastato che un refolo d’aria tiepido, ad attutire la malinconia. Però non c’era. E io invidiavo il dalmata così geometricamente sereno, nei suoi punti neri.

Ora, sette di sera, è già buio, impietoso ottobre diretto all’inverno: c’è profumo di zucchine e lenzuola pulite, c’è odore di assenza. Scribacchio, rimugino, leggo righe che non dovrei leggere. Fisso la Nikon scarica e il cumulo di cartacce impilate sullo scaffale. Non c’è mai ordine, dalle mie parti. Non c’è mai ordine, con me e in me. Berlusconi stasera è incazzato, tanto per cambiare, in Sicilia piangono i loro morti e le loro vergogne, le università fanno a gara a guazzabugli burocratici. Le cimici non demordono anche se, merda, non è più settembre. I nonni mancano, le sigarette attirano, le distanze tagliano le gambe. Me lo chiedo di nuovo: le persone possono capitare? Sì, possono anche capitare. E allora ecco un nuovo battito, un’improvvisa compatibilità, lo stupore, e quello stupore che vince su constatazioni razionali e difficoltà oggettive, lo stupore che diventa amore, o una sua forma molto vicina, perché in fondo è solo questione di definizioni. Definisco, quindi: la pelle calda, quell’unica zanzara, lo sciabordio discreto di un fiume verde, il suonatore Jones. Con quel modo di abbracciare, quel modo di baciare, quel modo di fare l’amore.

Inserito da: aoirghe | Settembre 22, 2009

Le balene sono sagge

Bambini, bambini! Lo volete sapere perché le balene stanno nel mare e non escono mai? Perché se venissero sulla terraferma e ci vedessero – noi, le città, i palazzi, gli spiazzi vuoti che collegano le strade, la cravatta allacciata alle sette del mattino, i baci veloci nei ritagli sghembi dedicati all’affetto, il fumo, le nuvole, il frastuono -, scoppierebbero a piangere. E nel farlo, dritte sui loro corpi enormi, si lascerebbero cadere a terra, e il tonfo delle tonnellate scuoterebbe in un solo istante il suolo del mondo. Si aprirebbe una crepa a metà del pianeta e allora tutti noi vi finiremmo dentro, risucchiati, e con noi tutto quello che esiste sulla terraferma.

Ricordatevelo sempre, bambini: le balene sono sagge.

Infinitamente di più di voi, di me, di te.

balena

 

Inserito da: aoirghe | Agosto 26, 2009

Perchè piangono, gli uomini?

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Perchè piangono gli uomini? Per colpa delle lotte e delle gesta e della maratona delle promozioni, perchè vogliono la mamma, perchè restano ciechi anche con il passare del tempo, per colpa di tutte le erezioni che devono inventarsi sul più bello dal nulla, per colpa di tutto ciò che gli hanno fatto. Perchè non possono più essere felici o tristi – solo sbronzi o pazzi. E perchè non sanno che pesci pigliare quando sono svegli. E poi c’è l’informazione, che arriva di notte.

Martin Amis, L’Informazione

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