Per chi c’era. Per chi c’è dentro. E spero mi scuserà.
Let it be
La ragazza non se lo ricorda.
Ha lunghi capelli castani e le unghie dipinte, il freddo le ha arrossato il naso e le guance. È carina e non si ricorda se Let it be era dei Beatles e Joan Baez la rincantava, o il contrario. È mia nipote da vent’anni, e in questa fredda sera di ottobre sorride a tutti, in mano un bicchiere di spumante, dentro e fuori dall’enoteca dove hanno appeso alle pareti i miei vecchi dischi e le locandine anni sessanta. Fa un freddo che buca lo stomaco, e la strada è a un passo dal gazebo con cui hanno coperto un po’ del marciapiede davanti all’enoteca: lì ci sta una predella con i microfoni, una batteria, due chitarre elettriche appoggiate per terra. Suoneranno tra poco, il vecchio Marco che ormai ha la pancia che tende il maglione blu, Giacomo con la sua armonica impazzita e Luciano col basso a tracolla e i capelli scomparsi da un pezzo.
Grazie per esseri venuti.
È mia moglie che stringe mani e sorride: indica i tavoli col buffet, i dischi appesi alla parete, la piccola banda pronta a suonare. C’è spumante e vino, poi tartine con formaggio e pomodoro, una torta fatta a pezzi su un vassoio di carta bianco. Mia moglie ha i capelli che le scivolano sulle spalle e le dita nervose: ma io so che cosa pensa. L’ho pensato anche io. Non ho potuto dirlo mai.
È venuto tutto molto bene, davvero. Complimenti.
Grazie, sono contenta che vi piaccia.
Molto bello, molto … adatto. Le figlie come stanno?
La grande è appena tornata dall’estate in Puglia, la piccola ha ripreso la scuola a settembre.
Come va, con loro?
Va.
Certo, sei brava, bravissima, e stasera è tutto bello, i dischi, il vino, il gazebo bianco.
Grazie.
Mia moglie è bellissima anche mentre piange. Intorno c’è odore di autunno, quello dei riscaldamenti accesi quando non è ancora ora, quello delle sigarette che puntellano il buio e delle giacche di lana che sanno ancora di armadio. Hanno attaccato con i Beatles, qualcuno urla ridendo che sono meglio i Rolling Stone e tutti battono le mani, divertiti. Marco canta con la ghiaia nella voce e il sorriso che gli sfiora le code degli occhi, e Luciano fa del suo meglio per non massacrare Lucy in the sky with diamonds. Una ragazza bionda tiene le mani sprofondate nelle tasche di un giubbotto blu e la sua faccia è immobile: è mia figlia, la grande, stanca e di ritorno dalle calde terre del Sud. Sono otto mesi che ha lasciato l’università ed è andata a far divertire i turisti che si affogano nel mare della Puglia: è dimagrita tanto, i capelli sono più corti e non vede l’ora di ripartire. Qualcuno azzarda qualche ballo, c’è una vecchia professoressa di italiano che non si è ancora staccata dal bicchiere di vino e continua a ridere e sembra una strega grigia con le gambe lunghe. Mia moglie ha pianto solo un po’, poi un tizio che non ho mai visto è andato a chiederle di spiegargli qualcosa sui dischi appesi. Per distrarla ha cominciato a farle un sacco di domande. Lei ha ubbidito e ha cercato di non piangere più.
Ancora complimenti, signora, è stata davvero una bellissima idea.
Sono felice che vi stiate divertendo. Vi state divertendo, vero?
Certo. E poi il posto è perfetto, sul serio. Le ragazze?
La grande è appena tornata dalla Puglia, la piccola va a la scuola.
Tutto ricomincia, già.
Già.
Freddo, eh?
Abbastanza, sì.
E loro come stanno? Le figlie, dico.
Bene, vanno avanti.
Bene.
Già.
Andranno avanti a suonare fino a mezzanotte, fino a che le case di fronte non riaccenderanno le luci e non urleranno dalle finestre di smetterla. Allora mia moglie raccoglierà i piatti di plastica e staccherà i dischi dalle pareti mentre se ne andranno tutti, qualcuno pulirà i tavoli, il pavimento, l’angolo dove la professoressa ubriaca avrà vomitato senza smettere di ballare. Ma adesso non è ancora ora: Marco non è stanco, canta e sorride sempre.Intanto c’è un urlo sgozzato negli occhi di mia figlia, di mia figlia quella piccola, quella con il corpo da moscerino e i jeans sdruciti che vanno sotto le scarpe di tela rosse.Piange. Piange e nessuno la vede. Sta nascosta dietro i tavoli del buffet, ha diciassette anni ed è brava in greco anche se odia Isocrate, non capisce molte cose, ad esempio come sua sorella abbia potuto stasersene via da casa tutti quei mesi e questo freddo che imbianca il respiro anche se è solo ottobre. E perché tutti cantano? E perché ballano? E perché dicono che è bello, che è adatto, che si stanno divertendo? Le mie figlie ascoltano i Beatles e intorno a loro c’è l’odore di un sabato di ottobre, la città che si contrae e implode e alla fine resta uguale, il buio teso sul gazebo e sventrato dal rosso dei mozziconi, il vino dolce nei bicchieri di plastica, il freddo che si allaccia alle dita e alle labbra, a stringere, stringere. Stringere.
Bella idea, bel modo. Bello davvero.
Grazie.Come state, cara?
Bene. Bene.
Fa un freddo cane e mia moglie ha imparato a dire bene a tutti. Una mia figlia piange fingendo di versare vino bianco e l’altra ha il viso di pietra e le mani strette a pugno nelle tasche del giubbotto che si arriccia un po’ all’altezza della vita. Qui sono invecchiati tutti e il freddo di ottobre è rimasto lo stesso. Mia nipote di vent’anni confonde Joan Baez con i Beatles.
Tutto è bello, è bellissimo.
Ed è quasi un anno, ormai, che sono morto.