The object poisons the sight

Gennaio 29, 2008

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 Giornata di esami, oggi, due nel giro di poche ore, un po’ di soddisfazione, un po’ di rabbia. Voglia di immergermi in Philip Roth e dimenticare i miei dubbi. Voglia di caramelle all’arancia, di una mattina libera, di mente spenta. Impellente desiderio di non dover prendere decisioni. Cruda consapevolezza di doverle prendere, invece, queste decisioni. Voglia di bomba atomica, di mare ligure, d’Inghilterra, di chupiti a un euro il venerdì sera.  Perchè non c’è niente, di esatto, nella complessità voluta. Proprio un bel niente.


‘Cause everything explodes and nothing changes

Gennaio 26, 2008

Ho deciso: da grande voglio fare il barbiere.

(la “barbiera” non credo esista)

Poi ditemi cos’è più horror: il musical di Tim Burton o Alleanza Nazionale che stappa spumante mentre l’ennesimo governo italiano cade ( e gli unici a farci male siamo noi). Almeno Tim è poetico ( e intelligente).

 


Down, down, bum

Gennaio 24, 2008

Il Governo è appena caduto: prendo la prima astronave per Marte, vado a darmi fuoco nell’atmosfera, sottoforma di bomba atomica umana torno sulla Terra e li distruggo TUTTI, destra e sinistra.

Tutti, tutti, tutti.


farewell

Gennaio 23, 2008

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Let It Be

Gennaio 22, 2008

Per chi c’era. Per chi c’è dentro. E spero mi scuserà.

Let it be 

La ragazza non se lo ricorda.

Ha lunghi capelli castani e le unghie dipinte, il freddo le ha arrossato il naso e le guance. È carina e non si ricorda se Let it be era dei Beatles e Joan Baez la rincantava, o il contrario. È mia nipote da vent’anni, e in questa fredda sera di ottobre sorride a tutti, in mano un bicchiere di spumante, dentro e fuori dall’enoteca dove hanno appeso alle pareti i miei vecchi dischi e le locandine anni sessanta. Fa un freddo che buca lo stomaco, e la strada è a un passo dal gazebo con cui hanno coperto un po’ del marciapiede davanti all’enoteca: lì ci sta una predella con i microfoni, una batteria, due chitarre elettriche appoggiate per terra. Suoneranno tra poco, il vecchio Marco che ormai ha la pancia che tende il maglione blu, Giacomo con la sua armonica impazzita e Luciano col basso a tracolla e i capelli scomparsi da un pezzo. 

Grazie per esseri venuti. 

È mia moglie che stringe mani e sorride: indica i tavoli col buffet, i dischi appesi alla parete, la piccola banda pronta a suonare. C’è spumante e vino, poi tartine con formaggio e pomodoro, una torta fatta a pezzi su un vassoio di carta bianco. Mia moglie ha i capelli che le scivolano sulle spalle e le dita nervose: ma io so che cosa pensa. L’ho pensato anche io. Non ho potuto dirlo mai. 

È venuto tutto molto bene, davvero. Complimenti.

Grazie, sono contenta che vi piaccia.

Molto bello, molto … adatto. Le figlie come stanno?

La grande è appena tornata dall’estate in Puglia, la piccola ha ripreso la scuola a settembre.

Come va, con loro?

Va.

Certo, sei brava, bravissima, e stasera è tutto bello, i dischi, il vino, il gazebo bianco.

Grazie. 

Mia moglie è bellissima anche mentre piange. Intorno c’è odore di autunno, quello dei riscaldamenti accesi quando non è ancora ora, quello delle sigarette che puntellano il buio e delle giacche di lana che sanno ancora di armadio. Hanno attaccato con i Beatles, qualcuno urla ridendo che sono meglio i Rolling Stone e tutti battono le mani, divertiti. Marco canta con la ghiaia nella voce e il sorriso che gli sfiora le code degli occhi, e Luciano fa del suo meglio per non massacrare Lucy in the sky with diamonds. Una ragazza bionda tiene le mani sprofondate nelle tasche di un giubbotto blu e la sua faccia è immobile: è mia figlia, la grande, stanca e di ritorno dalle calde terre del Sud. Sono otto mesi che ha lasciato l’università ed è andata a far divertire i turisti che si affogano nel mare della Puglia: è dimagrita tanto, i capelli sono più corti e non vede l’ora di ripartire. Qualcuno azzarda qualche ballo, c’è una vecchia professoressa di italiano che non si è ancora staccata dal bicchiere di vino e continua a ridere e sembra una strega grigia con le gambe lunghe. Mia moglie ha pianto solo un po’, poi un tizio che non ho mai visto è andato a chiederle di spiegargli qualcosa sui dischi appesi. Per distrarla ha cominciato a farle un sacco di domande. Lei ha ubbidito e ha cercato di non piangere più.  

Ancora complimenti, signora, è stata davvero una bellissima idea.

Sono felice che vi stiate divertendo. Vi state divertendo, vero?

Certo. E poi il posto è perfetto, sul serio. Le ragazze?

La grande è appena tornata dalla Puglia, la piccola va a la scuola.

Tutto ricomincia, già.

Già.

Freddo, eh?

Abbastanza, sì.

E loro come stanno? Le figlie, dico.

Bene, vanno avanti.

Bene.

Già. 

Andranno avanti a suonare fino a mezzanotte, fino a che le case di fronte non riaccenderanno le luci e non urleranno dalle finestre di smetterla. Allora mia moglie raccoglierà i piatti di plastica e staccherà i dischi dalle pareti mentre se ne andranno tutti, qualcuno pulirà i tavoli, il pavimento, l’angolo dove la professoressa ubriaca avrà vomitato senza smettere di ballare. Ma adesso non è ancora ora: Marco non è stanco, canta e sorride sempre.Intanto c’è un urlo sgozzato negli occhi di mia figlia, di mia figlia quella piccola, quella con il corpo da moscerino e i jeans sdruciti che vanno sotto le scarpe di tela rosse.Piange. Piange e nessuno la vede. Sta nascosta dietro i tavoli del buffet, ha diciassette anni ed è brava in greco anche se odia Isocrate, non capisce molte cose, ad esempio come sua sorella abbia potuto stasersene via da casa tutti quei mesi e questo freddo che imbianca il respiro anche se è solo ottobre. E perché tutti cantano? E perché ballano? E perché dicono che è bello, che è adatto, che si stanno divertendo? Le mie figlie ascoltano i Beatles e intorno a loro c’è l’odore di un sabato di ottobre, la città che si contrae e implode e alla fine resta uguale, il buio teso sul gazebo e sventrato dal rosso dei mozziconi, il vino dolce nei bicchieri di plastica, il freddo che si allaccia alle dita e alle labbra, a stringere, stringere. Stringere. 

Bella idea, bel modo. Bello davvero.

Grazie.Come state, cara?

Bene. Bene.

Fa un freddo cane e mia moglie ha imparato a dire bene a tutti. Una mia figlia piange fingendo di versare vino bianco e l’altra ha il viso di pietra e le mani strette a pugno nelle tasche del giubbotto che si arriccia un po’ all’altezza della vita. Qui sono invecchiati tutti e il freddo di ottobre è rimasto lo stesso. Mia nipote di vent’anni confonde Joan Baez con i Beatles.

Tutto è bello, è bellissimo.

Ed è quasi un anno, ormai, che sono morto.


il buon Senso dell’apocalisse

Gennaio 18, 2008

Da La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana.

- Lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere, un posto bello e inutile, destinato a morire-.

- Cioè, secondo lei tra poco ci sarà … un’apocalisse!-.

- Eh, magari ci fosse: almeno saremo tutti costretti a ricostruire. Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri … Dia retta: vada via-.

- Ma allora lei, professore, perchè rimane?-.

- Ma come perchè! Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere-.


Sapienza papale …

Gennaio 16, 2008

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Questo è un Paese al contrario. Il Papa va solo dov’è certo di essere appoggiato, apprezzato, osannato e il ministro della Giustizia dà le dimissioni perché la moglie è indagata di concussione. La contestazione degli studenti della Sapienza, se non condivisa, è sicuramente legittima: dov’è sta l’intolleranza, in un gruppo di studenti e docenti che esprime il proprio pensiero e dissenso? Ratzinger non “è stato costretto a cancellare la sua visita all’università”: avrebbe potuto andarci benissimo, pronto a dialogare, a confrontarsi con gli apprezzamenti e, perché no, con le critiche. Dov’è sta l’intolleranza, mi ripeto? La laicità è sacra per il cittadino quanto la Chiesa lo è per il credente: e laicità non vuole dire ateismo – come molti sembrano insinuare. Il Papa è stato contestato e si è sollevato un polverone gigantesco: ma dove siamo finiti? Dov’è finito il diritto alla parola e al dissenso? Non si è impedito a un’autorità religiosa di parlare: Raztinger si è tirato indietro, come se gli unici luoghi dove possa conferire siano quelli dove è certo di non ricevere obiezioni. Qui nessuno ha cercato di mettere il bavaglio alla Chiesa. Anzi: in Italia il Papa è ascoltato sempre, su qualsiasi argomento, quasi in modo eccessivo, a volte circa questioni che chiaramente non dovrebbero riguardarlo. E la politica cosa fa? Corre a genuflettersi, come se si fossero minate le basi dei secolari rapporti Stato-Chiesa. Ebbene: io, allora, temo questo Stato e questa Chiesa.


Declin(azioni)

Gennaio 12, 2008

La compagna di stanza di mia nonna paterna, alla casa di riposo, si chiama Graziosa. E’ una donnina piccola e sottile, il viso stretto e qualche capello argentato. Non si alza dal letto da anni, è cieca ma tiene sempre gli occhi spalancati verso il soffitto. Dorme con una bambola stretta accanto, uno di quei bambolotti pelati a cui da bambini ci divertivamo a cavare gli occhi. Lei non lo lascia mai e, ogni tanto, bestemmia in dialetto. Mi hanno spiegato che forse crede di avere diciassette anni ed è stato un incendio, a ridurla così. Quando la casa di riposo affoga nel silenzio, Graziosa è l’unica felice: nel letto stringe forte la sua bambola, e quando insulta Dio lo fa solo ridendo.


Sand, dust, shadows

Gennaio 7, 2008

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hanno scritto che l’amore è libero, che l’amore è gratis: allora non dovrei pagare per questa forma accennata che tengo tra le mani. che non ho scelto di tenere tra le mani. non dovrei pagare per questa ricerca dalla meta incerta, che mescola seconde possibilità, semplice attrazione,  e l’essere fuori da ogni senno condiviso. se l’amore è libero, allora il tempo dovrebbe piegarsi alle mie domande, privarsi di senso e buon senso, riguadagnare su dita stanche di cercare uomini e trovare ombre sfilacciate. se l’amore è gratis, allora voglio la follia che mi spetta, le viscere gemelle, l’incompatibilità dimostrata: senza sborsare un solo granello di dolore. Oppure no, che la sofferenza sia benvenuta. ma che strappi via i sipari che calo ogni mattina, senza volerlo, perché per me è più facile scrivere che parlare, perché sono come la neve mescolata alla pioggia: all’inizio compatta, chiara, indistruttibile, e poi grigiastra e fragile, scivolosa, in fuga. che la sofferenza mi faccia luce sull’uomo capace di nascondere la gabbia e mostrare i denti: quelli che servono per tenermi ferma tutta, bocca, testa, gambe, paura. l’amore è libero, l’amore è gratis: allora perché non riesco a smettere di cercare dove non devo? dove so bene che non esiste e non potrà mai esistere, perché non c’è accordo di tempo né di senso né di correzione? sono arrabbiata: con me stessa, con gli anni che scavano i divari, con il difetto di preveggenza, con l’amore. l’amore che continua a essere libero, che continua a essere gratis. e a non appartenermi mai per davvero.


the end (grazie di tutto)

Gennaio 6, 2008

6 gennaio 2008, ore 16.24:

ho finito harry potter, piangendo da circa metà libro in poi.

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