I’ve got my indignation

Febbraio 29, 2008

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Stanchezza.

Certe cose non cambiano mai: certe ipocrisie, certi menefreghismi, certe contorsioni di viscere. Nella mia Università, nel corso di Spagnolo, ci sono dei grossi problemi: problemi di organizzazione, essenzialmente, che durano da due anni e di cui tutti, me inclusa, si lamentano. Due anni di borbottii, facce contrariate, sfoghi con chi ha l’accortezza di ascoltare e vorrebbe aiutare, ma non ha i mezzi. Ora ci si prospetta l’occasione di fare qualcosa in concreto, come sarebbe nostro pieno diritto. Una petizione, una raccolta di firme, tutto in trasparenza. Le ragioni, per firmare, sono le stesse che hanno provocato le lamentele di questi due anni. E cosa succede? Tutti, o quasi, si tirano indietro. Per paura di mettere il proprio nome sulla bianca carta della protesta, paura per il responsabile del Corso, docente noto per sfuriate e carattere talvolta difficile. Sono stanca: stanca di masse lamentose e dedite al j’accuse che, però, quando si tratta di esporsi per quel che è giusto e legittimo e – per una volta – davvero concreto, non hanno il coraggio delle proprie azioni. Mi domando il perché. Anche se lo so, in fondo. Il perché è che sono terrorizzati dalle possibili ritorsioni di questo docente, ritorsioni che non ci saranno, perché non siamo al liceo, non siamo in un lager, siamo in una libera università pubblica, dove paghiamo tasse, dove il diritto allo studio è il primo diritto. Eppure, tutti spariscono. E io penso: stiamo parlando solo di un corso di spagnolo. Realisticamente parlando, a questo punto, comprendo nel mio piccolo come mai questo Paese va a rotoli. Perché è così, si parte dai contesti più ristretti, dalle responsabilità più leggere, da un semplice corso di spagnolo. E la gente resta fedela a stessa, racchiusa nella propria alcova, interessata soltanto al proprio tornaconto, alla seppur vaga paura di poter, in qualche maniera, venire danneggiata. Non mi stupisco, più, ma l’indignazione resta la stessa. La sensazione di impotenza, anche. Abbiamo quel che ci meritiamo, dopotutto. Siamo ipocriti, incapaci di difendere a testa alta cioè che pensiamo, ciò in cui crediamo, le nostre richieste di cambiamento.

Io, per molte cose, mi butterei nel fuoco. L’ho fatto, nel mio piccolo: subendo le conseguenze, ma non mi sono mai pentita. Qui, invece, fa paura il semplice fantasma di una bocciatura, di uno sguardo accigliato, di un piccolo scossone. E sono solo fantasmi.


Ora il mio braccio è di nuovo completo

Febbraio 25, 2008


Raramente mi capita di andare al cinema sicura che un film mi piacerà. Oppure, se accade, spesso vengo irremediabilmente delusa. Eppure non c’è come due ottime ore di cinema per considerare che, effettivamente, ci sono tante cose per cui vale la pena alzarsi la mattina e fare andare il cervello. È forse un po’ banale dirlo, ma due giorni fa mi sono proprio sentita così. Grazie a Tim Burton, grazie a Johnny Depp, Helena Bonahm Carter, Alan Rickman, Sasha Baron Cohen. Grazie a un film bello e doloroso, dove persino il sangue è coreografico e struggente. Un musical sulla vendetta, sulla perdita della famiglia, sull’arroganza del potere, su Londra, sulla fuliggine, sugli hard times di fine ottocento. Sweeney Todd, in realtà, uccideva per denaro: ma il musical di Broadway a cui Tim Burton si è ispirato racconta di un assassino che era prima di tutto un padre e un marito. E quando la prepotenza umana gli porta via tutto, l’unico riscatto è la vendetta: quella dell’uomo comune, forte solo della fedeltà delle sue povere armi. Sweeney uccide coprendosi di sangue, gli occhi di Johnny Depp – affossati nel cerone bianco – trasudano tenerezza e disperazione, Londra incombe cupa e umida, rischiarata soltanto dalle colorate e psichedeliche immaginazioni di Mrs Lovett, alias Helena Bonahm Carter. Amore, morte. Canzoni urlate e raggelanti. Alan Rickman che si fa sbarbare e gorgheggia. Sullo sfondo specchi crepati, l’abbozzo di una nuova storia d’amore e i resti di un’altra, trucidata da chi tutto può e nulla si nega, anche a costo di camminare sopra cadaveri e vite oneste. Tim Burton ha fatto, tanto per cambiare, un film indimenticabile. Johnny Depp è bellissimo e agghiacciante. Il dolore resta aggrappato alla pellicola, ma ci appartiene in ogni nota e ogni sgozzatura. Ricordandoci che, ovunque la rabbia esploda, quel che è perso non torna mai, sangue sparso o meno. Lo dice Mrs Lovett, tra un pasticcio di carne e l’altro: la vita è per vivi, signor Todd.

La vita. È. Per. I. Vivi.


The rules did not know me

Febbraio 21, 2008

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Funerali. Due, nel giro di quattro giorni.

Chi è morto era anziano, se ne è andato serenamente. Non mi segno e ascolto, ascolto davvero, intorno scorazzano visoni e settantenni contrite. Mi bevo ogni parola, la predica è asciutta, dignitosa, la chiesa buia e affollata. Passa un vecchio col cestino delle offerte, le donne fanno a gara a buttare monetine e mi guardano male perché lascio le mani nelle tasche: loro non lo sanno, ma non ho dietro il portafogli. Dio, invece, presumo ne sia consapevole. Al cimitero dove sono stata  a fare qualche foto, un paio di giorni fa, non c’era quasi nessuno: ghiaia sotto le suole, il sole crudo sulle tombe, un uomo senza capelli aggrappato a una lapide a forma di stella. Le foto sono venute belle e dolorose. Nella testa mi punge Ungaretti, quel suo “e per pensarti, Eterno, non ha che le bestemmie”, e intanto il funerale finisce, la folla scema, il silenzio si scheggia.  Fuori fa freddo e c’è il sole: m’incammino, mi aspetta la mia ora retribuita di Impero Romano ed equivalenze, poi cercherò di studiare. Ho la testa piena di Eddie Vedder e dell’ultimo Roth. Cerco di imbavagliare quest’insofferenza per carreggiate e sistemi, un’insofferenza che aspettava solo un film, per sbucare fuori, e la morte nuda e cruda per rendersi ancora più sensata. Però la imbavaglio, per ora. Immagino che verrano giorni più veri. Chiese vuote. Prediche umane. Poesia citata senza rancore. Spiagge. Posti nuovi. Fotografie a colori. Pezzi di carta bruciati. Silenzi dignitosi. Onestà comune.

Però non sono triste. Cammino. E penso.

 


Into the Wild

Febbraio 17, 2008

 

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” When you want more than you have, you think you need
When you think more than you want, your thoughts begin to bleed
I think I need to find a bigger place
When you have more than you think, you need more space

Society, you’re a crazy breed
Hope you’re not lonely, without me”


L’Appendiabiti

Febbraio 15, 2008

 

Stanotte è morto il signor A: aveva ottantatrè anni e abitava sotto di me da sempre, e tutti noi lo credevamo eterno, indistruttibile. Questa mattina l’ho saputo, poi sono scesa in cortile a prendere la bicicletta e, quando ho alzato gli occhi verso il balcone del signor A, ho visto che tutte le finestre erano spalancate. Ho sperato, le mani strette al manubrio, di incrociare sua moglie, la signora M. Le avrei detto tutto con un’occhiata, risparmiando a lei e a me stessa le sillabe di vetro delle condoglianze. Poi mi è sembrato di vederla nella camera da letto, incorniciata dalla porta finestra aperta. Ho alzato piano la mano, ma non era lei. Era solo un appendiabiti inclinato contro una credenza scura, con una camicia blu appesa, forse del signor A.


Mi farò una collana con i suoi denti

Febbraio 13, 2008

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 Due giorni fa, all’età di settantacinque anni, a Little Rock, Arkansas, è morto il mio primo amore cinematografico: Roy Scheider. Quando vidi per la prima volta Lo squalo avevo undici anni: mi innamorai del film, degli squali e del valoroso sceriffo di Amity, che invano cercava di convincere le autorità e di salvare stupidi bagnanti. A undici anni tutto è molto confuso: mi piaceva lo sceriffo Martin Brody - più che Roy Scheider - ma univo le due cose, aggiungendoci una morbosa passione per gli squali banchi. Lui, nella sua carriera, ha fatto molti altri film (certo migliori de Lo squalo) ed è stato due volte nominato agli Oscar: però, per me, è rimasto lo sceriffo Martin Brody.

Martin Brody si scopriva morto, nel racconto della moglie, per l’attacco di uno squalo nell’ennesimo sequel. Roy Scheider se ne è andato in un ospedale, a Little Rock, Arkansas, a settantacinque anni. E non io ho più la rassicurante confusione degli undici anni che mi permette di mescolare cinema e vita, squali e vecchiaia impietosa.

Il tempo passa sempre. Troppo.


Eppure

Febbraio 10, 2008

perchè in fondo basterebbe così poco.

 


Kurt’s Sweater

Febbraio 5, 2008


Ieri mi è tornato un mente un recente Mtv Unplugged, visto una sera di qualche settimana fa, sprofondata nel divano, un mal di testa feroce a spegnermi il cervello. Era sui Nirvana, c’erano un palco pieno di fiori, Kurt Cobain bello e triste, con un maglione verde addosso e la bottiglia di birra accanto allo sgabello. Avrà sorriso tre volte in tutta l’esibizione. Esibizione datata 1993: non molto tempo dopo si sarebbe sparato in testa. Mi è rimasta la sensazione di quel maglione verde che doveva pungere un sacco, la melodia vagamente martellante di Where did you sleep last night, il pubblico composto, la fatica dei sorrisi di Cobain. Ho pensato che alla fine è così, siamo quello che facciamo punto e basta. E questo futuro che non inizia – come saggiamente ha scritto un’amica – acuisce il sentore che la strada sia troppo stretta, troppo dritta, troppo programmata. Ho pensato che dopotutto è vero quello che un film ha detto, e cioè che la vita è tutto un fottuto concorso di bellezza dopo l’altro. Ho voglia di buttare via i tacchi su cui inciampo, i pezzi di carta senza cui, per tanta e troppa gente, non si vale assolutamente niente e che imbrigliano di inerzia e attesa giorni, ore, minuti. La gratitudine verso il privilegio c’è, ma lo smarrimento ha imparato ad essere acuminato quasi quanto credevo fosse il buon senso. Un po’ sarà il Paese dove vivo, dove tutto è bello e tutto è inutile, dove tra meno di tre mesi andremo a ipotecare ancora il futuro. Un futuro che sembra ripetersi di continuo: stesse facce, stessi problemi. Di buono c’è che oggi ho imparato a fare la torta ai Mars, da più di tre giorni non associo l’idea di prendere il volo con quella di non tornare più e il sole, stamattina, ha sfilacciato nebbia e pioggia. Di buono c’è che la rabbia vince di ferocia sullo sconforto: stanca davvero di essere stanca. Sono quello che faccio, e ho paura che se non potrò più farlo smetterò di essere chi sono.

Ma dovranno prendermi e infilarmi a forza il maglione verde di Kurt Cobain per costringermi.

E io corro veloce.

Molto più di tutti loro.

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Motteggiando

Febbraio 1, 2008

In questi giorni (mesi?anni?) di governi caduti, scivoloni storici, bussole smarrite, recessione alle porte e disincanto diffuso, Beppe Severgnini ha invitato i lettori e tutti gli Italiani a inventare motti per il nostro Paese. La Francia ha il suo bel Liberté, Egalité, Fraternité? E perché noi niente? In tantissimi, ovviamente, hanno risposto. Ecco quelle che secondo me sono le proposte migliori:

  • L’Onestà è un Optional
  • Non si sa mai
  • Libera Curva Libero Stadio
  • Uno per Uno, Tutti Distrutti
  • Io speriamo che me la cavo
  • Vietato Rubare – La Casta non vuole concorrenza
  • Fardelli D’Italia
  • Basta che non si sappia in giro
  • Ognuno per sé, e Io per tutti
  • Si salvi chi può
  • L’Italia è una Repubblica Democratica, fondata sul Lavoretto

Io quoto “Basta che non si sappia in giro”oppure “Io speriamo che me la cavo”, anche se pure l’ultimo non è male …