Into the Wild

Febbraio 17, 2008

 

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” When you want more than you have, you think you need
When you think more than you want, your thoughts begin to bleed
I think I need to find a bigger place
When you have more than you think, you need more space

Society, you’re a crazy breed
Hope you’re not lonely, without me”

8 Responses to “Into the Wild”

  1. vale Says:

    mio dio ross sono ancora catatonica…film grandioso…:)

  2. Ale Chiaz Says:

    Notare la colonna sonora scritta da Eddie Vedder dei Pearl Jam…Idolo!

  3. aoirghe Says:

    Ed Wedder, per questo film, ha scritto delle canzoni stupende.
    Lo stralcio quassù viene da una di queste …
    Film perfetto, storia perfetta, soundtrack perfetta. ;-)

  4. Marco Says:

    Davvero splendido. Ed è entrato subito nella classifica dei best of di sempre. Supertramp rules.
    Ora si aspetta solo il giorno in cui uscirà in dvd ;)

    (happiness is only real when shared)
    Ciao!

  5. Gabriele Says:

    ila,
    ieri l’ho visto. e avrei da parlare per ore e fomentare una discussione di giorni.
    premetto che il film è bello ed emozionante, compresa la colonna sonora del grande vedder. quello che invece non mi convince è la storia di alex (peraltro vera) che mi pare una continua contraddizione.
    mi spiego: chi di noi non vorrebbe potersi estraniare da tutte le assurdità della civiltà occidentale? chi non vorrebbe vivere di avventure senza l’aiuto di niente e nessuno? ma alex davvero lo fa? rinuncia a tutti i “suoi” risparmi, ma poi per raggiungere l’alaska deve lavorare e guadagnare soldi. vuole vivere da solo e sostiene che l’essenza della vita siano le nuove esperienze, e non le nuove conoscenze, ma i momenti più felici li passa quando incontra persone nuove (gli hippy, la coppia di copenhagen, ancora gli hippy, l’anziano). non vuole aiuto da niente e nessuno, ma per cacciare usa un fucile (c’è qualcosa di peggio nella nostra civiltà di un arma da fuoco?). infine, errore più grave, smette di viaggiare e si rifugia in quel maledetto pullmino. ed è la sua fine! l’uomo, da buon parassita qual’è, dove si stabilizza annienta tutto intorno. emblematico è il suo grido disperato “ho fame, dove cazzo sono finiti tutti gli animali?”. rispondo io: te li sei mangiati quasi tutti, e gli altri hanno capito che non era aria e se ne sono andati!
    ma soprattutto, mentre agonizza, alex sogna un “finale” alternativo in cui torna dai suoi genitori. infine muore piangendo. non muore serenamente, muore piangendo! forse perché ha capito che lasciarsi morire a 23 anni è stato un errore?
    pensiamoci un momento: chi vive veramente in mezzo alla natura selvaggia senza possedere niente? a me vengono in mente solo villaggi africani o indiani (non indiani d’america, quelli girano con i fuoristrada della ford, quindi…). ma mi risulta anche che piangiamo per la loro condizione e vorremmo civilizzarli, no? allora gli faremmo del bene (perché è meglio vivere in mezzo allo schifoso asfalto che fra le proprie feci) o del male (perché anche loro si civilizzeranno e finiranno male come noi)
    PURTROPPO SIAMO COME ANIMALI DOMESTICI, SMANIAMO LA LIBERTA’ DA TUTTO E TUTTI, MA COME UN GATTO CHE SCAPPA DI CASA, LA NOSTRA SOPRAVVIVENZA AL DI FUORI DI QUESTA (MERDOSA) SOCIETA’ HA I GIORNI CONTATI!
    scusa ila, mi sono dilungato troppo. ma mi conosci, quando ho qualcosa da dire non posso farne a meno. e poi sono anche un po’ grafomane…
    aspetto la tua contro-risposta.

  6. aoirghe Says:

    Bè, la storia di Alex è di per sè contraddittoria e complicata, però ha un suo senso. Dunque: lui abbandona la civiltà (intesa come la vita pianificata e tracciata di tutti noi) e tutti i suoi legami (la famiglia). E’ giovane, la società che lo ha educato vorrebbe che continuasse a studiare, che trovasse un buon lavoro, che si facesse una famiglia: però Alex non lo fa, e non lo fa essenzialmente per il fortissimo disagio che sente nei confronti di questo “schema”. Uno “schema” che, ai suoi occhi, è ipocrita e fallimentare: emblema di ciò è la sua stessa famiglia, i suoi genitori, i litigi, il fatto che il padre abbia una seconda famiglia ma che non gli abbia mai detto la verità. E’ questo, quello che la società chiede ad Alex? Sì, e gli effetti il ragazzo li ha visti fin da bambino: per cui si rifiuta di fare parte di questo meccanismo. Il distacco di Alex avviene attraverso l’abbandono della città, delle comodità, della macchina e, infine, di tutti i rapporti umani. E’ una protesta, la sua, estrema e tragica. E però, come hai detto, muore piangendo a 23 anni. Ma è in quel momento che esce fuori, credo, tutto il signifcato della sua storia e dello stesso film: Alex, prima di morire, scrive “Happiness in real only shared”. La felicità è vera solo se condivisa. Non si può essere felici in mezzo al nulla: oppure – più corretto – lo si potrebbe essere se si fosse in compagnia di qualcuni. Quindi la sua storia, secondo me, non è affatto un inno alla vita solitaria, anzi. ESiste il bisogno di ritrovare un’essenza più vera, la necessità di riscoprirsi in un mondo selvaggio e non ancora corrotto dalle costruzioni umane, il sentire che una vita precostituita non costituisce necessariamente la propria felicità. Però. Però: se non si vive insieme, si muore da soli. Come Alex. Cosa che, alla fine, lui comprende benissimo.
    Alex non voleva morire: aveva provato a tornare, voleva attraversare quel fiume e ricongiungersi col mondo. Non c’è riuscito. Io credo che il film sia molto chiaro, a questo riguardo: proviamo empatia per Alex, condividiamo il suo disagio, le sue scelte, gli invidiamo la libertà che respira e, alla fine, comprendiamo il suo dolore. Questa storia sembra dirti che liberarsi dai sentieri tracciati – se lo si vuole – è la scelta migliore e che la natura – per quanto ormai l’umanità abbia messo le mani ovunque – sia in fondo la dimensione dove ci possiamo sentire più veri e liberi. Ma alla fine è la condivisione che ci rende davvero umani: il bisogno che abbiamo di unirci e vivere insieme.

  7. Gabriele Says:

    condivido.
    e infatti il film (come ho detto all’inizio) mi è piaciuto.
    non riesco però a condividere, ne a giustificare, la scelta di un ventenne che, con la presunzione di sapere abbastanza del mondo da poter mollare tutti e tutto (e impartire anche lezioni di vita alla gente che incontra) deve arrivare a perdere la vita per capire qualcosa che, forse, avrebbe potuto intuire in altro modo.
    credo che nel mondo ci siano troppe persone che si credono speciali senza esserlo, e si sentono in dovere di giudicare noiosa una vita “precostituita”, senza riflettere quale eroismo ci sia, per esempio, dietro alla banale scelta di creare una famiglia, affrontando tutte le difficoltà che la società moderna crea alle persone “comuni”.
    apprezzo 100 volte di più il coraggio del kurt cobain di turno che, sentendo un fortissimo disagio nei confronti dello “schema” predefinito, si infila un fucile in bocca e ciao.
    ok, forse sarò un filino cinico. ma anch’io sono un prodotto della società occidentale, e queste sono solo chiacchiere.

    ricordati, ila, “requiem for a dream”. e lì ti voglio!!!

  8. Gabriele Says:

    ops… volevo fare una piccola correzione. cancella il primo dei due commenti, e anche questo.

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