Ieri, embè
Marzo 20, 2008
Ieri, metà mattina, Pavia: una piazza affollata, un sole insperato, borsa a tracolla (che pesa trenta chili perché dentro c’è la Norton Anthology), occhiali scuri, bandiere che si agitano. Sì, sono a sentire Walter Veltroni, sfrutto un buco di lezioni e un affaccio di primavera. Sto in questa piazza perchè voglio provare a sentire cosa dirà, non sono molto convinta, non faccio altro che sparare battute velenose, rido dei vecchietti che muovono le bandiere del Pd: sono piena di un sarcasmo tanto feroce che quasi mi stupisco, anche se la mia disillusione la conosco bene. Ad ogni modo, qualche minuto dopo le undici, arriva Veltroni: attraversa la piazza in mezzo a uno scroscio di applausi, in sottofondo la voce gentile di Jovanotti in “Mi fido di te”, poi sale sul palco. Prendo in giro anche questa entrata, definendola “una passerella da velina”, poi dopo un paio di interventi di personalità pavesi (tra cui uno straordinario ometto di novantasei anni, ex comandante partigiano e conte), Walter prende la parola, io ingoio il mio sarcasmo e ascolto. Ascolto tutto. Fino alla fine. Sta di fatto che, a un certo punto, mentre un entusiasta settantenne si agita accanto a me, sento un nodo alla gola: uno di quelli che ti bloccano il respiro, che fanno pungere gli occhi. Perché? Perché mi piace quello che sto ascoltando, forse. Perché ho la dolorosa voglia di crederci. Di credere che l’uomo che ho davanti è davvero come si mostra: un politico che parla a braccio, che cita Sean Penn e Into the Wild, senza esaltazione, senza polemica, senza ironia gratuita. Ho un nodo alla gola, e questo nodo dura finchè Veltroni non finisce, e allora mi accorgo che sono stanca di pensare che la sfiducia a priori sia l’unica soluzione per non farsi fregare. Penso che ho vent’anni e le decine di anziani che mi stanno attorno – occhi lucidi e mani scorticate per gli applausi – hanno più entusiasmo e speranza di me. Penso che è bello vedere tanti giovani a un comizio. Penso che, forse, non voglio solo votare il meno peggio, ma quello che davvero ritengo sia il meglio. Mi pungono gli occhi, mentre mi promettono un cambiamento reale, mentre mi giurano che fare un’altra Italia è davvero possibile. Alla fine parte l’inno nazionale: in tanti cantano, io non riesco. Un passo alla volta, è meglio. A Pavia il sole è caldo, il vento quasi non sfiora. È da quando avevo quattordici anni che non sento una cosa del genere: voglio provare a non fare l’italiana i-politici-fanno-tutti.schifo, ho voglia di piantarla con le mezze parole e la disillusione a contratto. Voglio poter dire che voterò perché ci credo. È una questione di fiducia, lo so bene: la delusione è dietro l’angolo, sempre. Però, per una volta, ci credo. E non me ne frega niente se qualcuno mi dirà che quest’uomo è un politico, che in fondo sa fare il suo mestiere e che mi sono fatta abbindolare: voglio credere alle buone intenzioni, al fatto che la politica possa non essere un mestiere. Voglio avere l’entusiasmo del settantenne che sventola la bandiera e ogni tanto me la da in testa. Voglio non vedere il marcio dietro a ogni cosa. Lo rivoglio, quel diritto che mi hanno strappato: il diritto di crederci.
Almeno un po’.

Pubblicato da aoirghe