‘Cause time is rude
Maggio 9, 2008
Al parco un nonno fa saltare un bambino, tenendo aperta la coperta che stava sul passeggino poco lontano, e ha le spalle curve, i pantaloni chiari tesi contro le ginocchia piegate, settant’anni abbondanti nei gesti. Addosso ha il sole che scotta la ghiaia rossa, e la ragazza, per un istante, è costretta a fermarsi. C’è odore di erba tagliata, olive e mozziconi spenti, il nonno continua a far saltare il bambino, ed è maggio, maggio dell’anno che è venuto dopo quello passato, perché il tempo non ha mai smesso di essere tempo. La ragazza è immobile nel parco e guarda il vecchio, che se è un nonno è stato anche un padre, e certamente un figlio. Lo guarda e pensa alle cose che non torneranno mai. Pensa che ricordare i morti è il più gentile dei dolori. Pensa alle correnti gravitazionali della canzone di Battiato, al tasto rewind dei videoregistratori. Al fatto che, a ogni ieri passato, si sente un po’ in colpa, perché da piccola pensava che il tempo si potesse imbottigliare e bere per sciogliere i nodi alla gola, e invece il meglio che può fare è non perdere il conto dei giorni. La ragazza riprende a camminare, e vorrebbe tanto fissare quegli odori, quell’immagine, e salvarsi da ogni malinconia. Vorrebbe imprimersi sul braccio la somma esatta di tutte le impotenze, e scoprire che comunque il tempo accomoda i fili spezzati e i conti che non tornano. Vorrebbe fotografare quel nonno e quel bambino. Fotografare la ghiaia rossa e il sole che batte. Fotografare la compostezza serena del proprio dolore, che di gentile ha solo il bussare.

Pubblicato da aoirghe