Inserito da: aoirghe | Giugno 24, 2008

Estate (chiamare le cose con il loro vero nome)

 

 

Se poi l’estate ha davvero un odore: per me erba bruciata, sudore, crema per le scottature, il sale attaccato agli avambracci, la pizza quadrata, il profumo chiuso e vecchio dei mobili della casa al mare (che non c’è più eppure c’è ancora, come quando i luoghi vanno lasciati e invece non si lasciano mai). Tornano, con questi trentadue gradi in ogni angolo di casa, i ricordi ammonticchiati e sgargianti: il nonno che compra le paste e le nasconde nella credenza in sala, il camioncino rosso e la sabbia che non si stacca dai piedi, la recita di quinta elementare – il cortile grigio e bollente di quell’oratorio, la rosetta col prosciutto nella carta stagnola, i sandali neri coi due buchi paralleli – , Dawson’s Creek alle tre del pomeriggio, le corse in bicicletta per trovarsi in piazza e non fare nulla, greco nella penombra di tavoli lunghi e dizionari chiusi, la ghiaia polverosa della scuola quando arriva giugno e di anni ne hai solo dieci, e leggi i libri sotto il banco, giochi a cristiani contro romani e il sussidiario è il massimo delle fatiche. L’estate si attacca alle narici, quando pedali sul ponte sembra che il fiume sia più verde e l’aria trema di sole, e poi ci sono le gite in treni strapieni, il gelato al limone, la vodka fredda nel bicchiere appannato, infradito costate tre euro, l’ultimo esame, l’ultima preoccupazione. Non esiste un Contatore Del Tempo, ogni anno lo imparo meglio e con più amarezza: e mi mancano il nonno che cucina gli scampi e compra krafen con la Liguria alle spalle, quel suo purè inacidito e io che non ho il coraggio di dirglielo, mancano i compiti, i Topolino sgualciti dall’acqua del mare, la piscinetta sul terrazzo dove non sarei mai entrata per tutti quei moscerini morti e galleggianti, Peter Pan recitato a scatti e con l’emozione di un quinta elementare che finisce per sempre, le versioni lasciate a metà, l’attesa di un settembre ventoso, quell’amore intenso e passionale per Yanez (non Sandokan), lo scoglio sbeccato dove si parlava dei pettorali di un bagnino irraggiungibile, di società segrete e merende proibite. Dove poi, a volte, mi capitava di pensare al tempo e a quel nodo alla gola che non capivo. Manca tutto questo, e va bene.

Solo è la luce umida della pianura che, ieri, attraverso il finestrino di un pullman, ti ha fatto uscire.

Io non so dare un nome alle cose.

Malinconia, credo, ti chiamano in tanti.

 


Risposte

  1. Molto personale, si, ma lascia scorrere anche la mia immaginazione, la mia malinconia…
    Grande, si, ma davvero!!

    Dav

  2. mi fai commuovere ross, so cosa provi.. strana estate questa..ma tutti quei ricordi li abbiamo scritti insieme, qualunque cosa succederà

  3. mi ha quasi fatto venire la nostalgia di ricordi che non sono miei!!
    vedo che questa riflessione, quest’estate, non ci lascia respirare.sarà che l’estate da piccoli si aspettava tutto l’anno perchè era il momento più bello..e invece crescendi si contrae, stretta tra un po’ di cose da fare che non capisci da dove siano arrivate…
    malinconia…

  4. santo cielo!!chiedo venia per il precedente post del tutto sgrammaticato!! :(


Lascia un commento

La tua risposta:

Categorie