E la ragazza dovette aspettare otto anni, un pomeriggio grigio d’ottobre, una citta’ piena di vento, un Paese che non era il suo. Dovette aspettare che i fotogrammi svolgessero parole e immagini, quelle stesse parole e quelle stesse immagini che tempo prima le avevano sfigurato il cuore: tanto simili al dolore piu’ crudo, alla normalita’ piu’ inacettabile. Troppo simili, soprattutto, ai giorni in cui gli aquiloni s’incastrano tra gli alberi. Ritornarono, quel pomeriggio, i denti stretti, una morsa per trattenere sofferenza a ritagli sghembi: inutile otto anni prima, spezzata quel giorno d’ottobre. Perche’ in fondo – la ragazza lo sapeva – non era vero nient’altro che questo: nient’altro che cicatrici molli forse mai chiuse per davvero, le radici pulsanti di un’essere stati e d’un aver vissuto, l’inevitabilita’ delle conclusioni, dell’appartenenza, dei lutti. I lutti: un giorno la cortina d’amore s’era trafitta sola. E le mancanze, allora, aveva inasprito aria e odori, mostrando tutto l’ingombro del pianto, quando ci si ostina a voler essere forti.




