Quanti noi stessi usiamo e gettiamo via, a giorno trascorso. Come pacchetti di fazzoletti di carta: attorno l’involucro di plastica, dentro una scorta di noi stessi, apparentemente tutti uguali, a ben vedere diversi per pieghe, angoli sgualciti, strappi e odore. Mi piace pensare che tutto – ma davvero tutto – abbia determinato quelli che siamo. In questo c’è fascino, e anche un po’ di terrore: perché allora ogni cosa ha un peso reale, ogni azione compiuta o subita finisce, comunque, per scarabocchiare la nostra lavagna; c’immagino a ottanta, novant’anni, intenti a scuoterci di dosso tutta la polvere di gesso accumulata nel tempo, e tossire nell’aria impastata di bianco. Il primo libro blu, collana Battelli A Vapore, dai sette anni in su, quel tuffo da una canoa e sotto un fondale di ricci minacciosi, le lezioni della maestra con i capelli rossi e una dolcezza da madre, gli intervalli a sbucciarsi le ginocchia, a fare torte di fango, a picchiare i maschi e giocare a nascondino, le ricreazioni costrette in corridoi affollati per improvvisi temporali, un Pinocchio divorato a scapito del caos e con l’ansia affascinata degli otto anni. I giochi in giardino, i Backstreet Boys, il sale appiccicato alla pelle, pizza unta e krafen e pacchetti nascosti in mobili che sapevano di legno e tabacco, sfuriate meritate, Sandokan e un assaggio inconsapevole de I promessi sposi, nonni complici e pianti e gli odori di sabbia e crema solare mescolati insieme. Calvino, Sherlock Holmes, Titanic che affondava e quel Jumanji spaventoso, i cartoni del pomeriggio, Roald Dahl, la prima percezione di morte, smussata, e poi la seconda, quella vera, che era arrivata in tutta la sua assurdità, con la violenza di un calcio in bocca, una domenica di luglio, mentre tutto era bello e il mare luccicava come una ragnatela d’argento. X-files, quegli Europei persi per un soffio, la prima scena di sesso intravista sullo schermo, nascosta dietro una pianta, C.S. Lewis ed Harry Potter, e poi la voglia di baciare, gite, corse in macchina, quello Shakespeare scoperto a dodici anni in un angolo legnoso della biblioteca, Russell Crowe bello di sudore e barba, professori odiati, urgenze di giustizia. Qualche kefiah, Dawson’s Creek e le Gilmore Girls, parentesi umbre e francesi, dubbi e abbracci e scarpe di tela, libri, libri, libri, falò in mezzi a campi, citronelle incendiate e alimentate per errore con la vodka, libri, cinema, De Andrè e i Red Hot Chili Peppers e Leonard Cohen. Le prime sigarette, i funerali costipati di freddo e stupore, piatti lavati cantando, scrittura compulsiva, amore e sesso e Montpellier quel giorno di giugno, con il cielo che diventava viola.  Infine viaggi, lingue, un libro, un Erasmus.

E poi arriva l’adesso. Il tempo invecchia in fretta, come dice il titolo (bellissimo) dell’ultimo Tabucchi. Il fatto in sé non stupisce, lo sappiamo bene, la nostra pelle è il primo segnale: e se è vero che leggendo libri abitiamo il mondo, mi chiedo dunque cosa accade quando non leggiamo; quando respiriamo l’aria senza filtri, quando ridiamo, quando facciamo l’amore, quando decidiamo qualcosa. L’adesso invecchia in fretta? Non lo so. Intanto l’adesso deflagra, spesso lasciando senza parole e gesti. E ho comunque voglia di avere ventidue anni e poter scrivere di cose allegre se mi va, di tristezze e rabbie se ne sento il bisogno, senza che nessuno cerchi traumi nella mia breve vita, senza che nessuno mi accarezzi la testa, imbambolato: perché non è vero che a vent’anni non sappiamo com’entrare a gamba tesa sulla realtà. Ho voglia di lamentarmi e infuriarmi, se il mio Paese si suicida ogni giorno tra banchieri banditi e politici criminali, se le case non si riescono a comprare, se si muore cadendo in un’autocisterna. Ho voglia di fare colazione camminando, di prima mattina, con la nebbia che si disfa contro le vetrine spente.

Ma soprattutto: non ho nessuna voglia di essere infelice.

Fame e tregue

Giugno 11, 2009

Mi chiedo, spesso, se davvero i luoghi siano tregue, come qualcuno, una volta, ha scritto. Tregue da cosa, poi? Beati i calmi di cuore, che non sentono mai la necessità di partire: beati coloro che sanno stare, e per cui lo stare non è solo un temporaneo rimanere – che tante volte ha l’amara accezione di una spugna gettata – ma significa esistere. Li ammiro, forse un po’ li invidio. Feriscono di certo meno se stessi, e chi li ama: non portano avanti una vita di cicatrici, le cicatrici che procurano le attese, le partenze e, soprattutto, i ritorni. A volte, mi capita di pensare che non starò bene in nessun luogo, mai. Non ricordo quando questo disagio è cominciato: potevo avere forse nove anni, e tra le mani un’edizione ingiallita de “La freccia nera”; oppure poteva essere stata una delle centinaia mattine di gennaio, spesa in un aula di scuola con le cartine geografiche appese storte e la sensazione che non poteva essere tutto lì, che non doveva essere tutto lì. Dicono che si ama, spesso, quando si ha perduto, o quando si è costretti lasciare: mi domando se sarà così anche per me, se solo quando i ritorni ai luoghi e alle persone non saranno davvero più possibili, allora potrò sedermi e provare dolore e poter raccogliere, tra gola e occhi, una pace corposa, una nostalgia appena venata di rimpianto. Sono sempre stata un’inquieta, e lo sono ancora: dove vuoi andare, mi dicevano (mi dicono), e perché, e un po’ mi sentivo in colpa, in realtà non avevo nulla, da cui scappare. Anzi: un’infanzia bellissima e un po’ selvatica, l’amore puro e intelligente di una famiglia compatta, di persone che avevano riempito i miei pomeriggi di libri, film e partite a pallone, estati di mari liguri e Topolini sgualciti dall’acqua salata e un nonno che comprava paste in paese, e poi le nascondeva per casa, e noi dovevamo cercarle, eccitati, mentre fuori la sera di riempiva di buio, zanzare e dolcezza. Dove vuoi andare, perché: e quando ti fermi, perché non puoi pensarti senza punti certi, non puoi vivere di aerei e treni e programmi abbozzati sul retro di volantini pubblicitari. E io che non sapevo cosa rispondere: lo so ora, forse, ma non sono risposte, hanno più la rancorosa necessità delle rassicurazioni. Non lo faccio perché non vi amo, non lo faccio perché non ho avuto niente: eppure nemmeno il tutto, mi basta più, nemmeno voi, ma per favore provate a perdonare, se non riuscite a capire. Alcune mie scelte – me ne rendo conto solo a posteriori – sono nate proprio da questo disagio senza nome: all’università, lingue e non lettere, e non per un talento particolare, ma solo per fame. Fame di posti, viaggi, incertezze, accennate possibilità di fughe. E l’Erasmus, poi, e i viaggi spedalati in novembre e aprile: amo l’idea di poter parlare quattro lingue, non le quattro lingue in sé. Ho bisogno dell’idea che un pomeriggio di pioggia, a Londra, Madrid o Budapest, potrò sedermi al tavolo di un bar e chiacchierare di politica, cinema, libri, stupidaggini e cibo. Potrò comunicare, capire. E che mai dovrò farmi bastare un luogo solo. Ma le persone, mi chiedono. E dove metti le persone. I legami, le amicizie, l’amore: nessun posto è fatto solo di piazze e qualità di cielo. Quindi perché. Perché la sofferenza del distacco, perché il timore della solitudine. Alcune di queste cose, vi risponderei, ce le ho già: un po’ nel sangue, forse, un po’ nell’urgenza della scrittura. Se leggere è un’azione solitaria, scrivere è la quintessenza della solitudine. Uno degli atti più umani possibili – l’espressione scritta – è connotata di assenza: l’intero mondo, là fuori, esiste solo attraverso chi scrive, e la condivisione arriva solo a posteriori. Tolstoj l’ha messo per iscritto, ed è un po’ ironico, a pensarci bene: la felicità è reale solo se condivisa.

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Sicilia+Leonard Cohen

Maggio 19, 2009

 

Pre-partenza siciliana: fa caldo, caldissimo, come al solito mi sento un satellite in perenne orbita, tanto per citare Eddie Vedder. Adesso mi aspettano sette giorni nella terra degli aranci: presentazioni, belle città, mare e, soprattutto, amici che riabbraccio dopo due mesi. Mi lascio alle spalle quest’afa da pianura più che volentieri, tra poco sarà tempo d’esami e scelte, e intanto continuo a scrivere, con un certo languore, devo dire. Avrei tanta voglia che certe distanze si dimezzassero e che certe malinconie si attutissero un po’: si tratta di aspettare, mi dicono, e forse sto diventando pure brava, ad aspettare. In pieno umore Leonard Cohen, vi lascio una poesia che mi ronza per la testa da un po’: si chiama Folk Song, viene dalla primissima raccolta di Cohen, “Let us compare Mythologies” (Confrontiamo i nostri miti), finalmente pubblicata in Italia dalla Minimum Fax.

 The ancient craftsman smiled

when I asked him to blow a bottle

to keep your tears in.

And he smiled and hummed in rhythm with his hands

as he carved delicate glass

and stained it with the purple

of a drifting evening sky.

But the bottle is lost in corner of my house.

How could I know you could not cry?

 

Il vecchio artigiano sorrise

quando gli chiesi di soffiare una bottiglia

per tenervi dentro le tue lacrime.

E sorrideva e canticchiava a tempo con le mani

nel modellare il vetro delicato

e lo macchiava del colore purpureo

di un errabondo cielo serotino.

Ma la bottiglia si è persa in qualche angolo di casa.

Come potevo sapere che non eri capace di piangere?

270209, venerdì

Febbraio 25, 2009

Da questo venerdì in libreria

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E alla fine è arrivato il momento. Ci sarebbero tante, tantissime persone, da ringraziare, ma non c’è bisogno di fare nomi: loro lo sanno già. Questo è l’ultimo post dell’attesa, poi non annoierò più nessuno con questi conti alla rovescia. Sono ancora troppo lontana per realizzare davvero cosa sta succedendo, e di questo ringrazio Cardiff e questi incredibili cinque mesi, e tutti coloro che li hanno abitati con me. Mi hanno dato la giusta distanza, la giusta leggerezza. È un momento molto importante e felice, per me, e sono contenta di poterlo condividere anche con chi non parla la mia lingua e non potrà leggere il libro, ma che quasi è più eccitato di me. Tutto, più o meno, si trova sul sito della Perrone, http://giulioperroneditore.it/node/296 . A questo venerdì (anche se con il canale della Manica nel mezzo).

Appunti di viaggio

Febbraio 21, 2009

 

Appunti di viaggio: un ostello ricavato da una chiesa, noi, lei, bionda e imponente, direttamente dal Sudafrica. E parlavamo, nella hall tiepida di luci e legno rosso, di delfini: era una fredda sera di febbraio, con la neve appesa al cielo. Poi ci sono stati i gabbiani in mezzo alle tormente di neve, e ieri sera, infine, una festa piena di ricercatori e dottorandi fuggiti dall’Italia. C’era una gigantografia sulla parete bianca, uno scorcio di Taormina: una manciata di tetti, il profilo sghembo del mare, qualche ragazzo abbracciato per strada. La foto l’aveva fatta uno dei padroni di casa, un giorno di tanto tempo prima, e ieri sera, nella stessa immagine, alla stessa festa, nella stessa città, un’invitata sconosciuta ha riconosciuto il balcone di casa della zia.

Finito in quello scatto, nella Taormina invasa dal sole, per caso.

 

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Panchine rosse

Febbraio 9, 2009

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Noi non sappiamo come si fa. E non riusciamo nemmeno a impararlo. Possiamo prendere il dolore a piene mani, distillarlo in memorie, libri sottolineati a matita, the e abbracci. Possiamo rigurgitare la rabbia e provare ad ammaestrarla, decidere in che giorno piangere e in che giorno essere forti, segnare le perdite su un calendario mentale e ricordarle tutte, come se questo le rendesse meno inaccettabili. Rimbocchiamo le coperte ai morti, compriamo tombe e fiori e pezzi di carta, scriviamo di normalità e corsi naturali. Poi succede che, all’inizio di un febbraio nevoso, prendiamo un autobus di linea, e arriviamo fino al mare del Nord, e l’autobus si ferma a ridosso della riva: c’è una panchina rossa, le montagne ghiacciate sopra l’acqua, una girandola di luce che si fa passare per sole. Allora, quel dolore, proviamo a spalmarlo sull’erba e la fanghiglia, proviamo a venderlo al silenzio di un luogo alla fine dei luoghi, alla fine di tutto. Ma no, non sappiamo come si fa. Nemmeno io, nemmeno tu.

 

In questo preciso momento

Gennaio 13, 2009

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L’Erasmus è. Difficile parlarne, difficile raccontarlo. Puoi solo, dopo quasi cinque mesi, continuare a prendere appunti mentali, cercando di non lasciare scappare via nulla: ma quanto c’è, da trattenere. Sensazioni, persone, luoghi. Di Cardiff ti rimane l’odore tiepido dell’aria di mare, gli attraversamenti pedonali di massa, i fast foods che mescolano i propri effluvi con ristoranti cinesi ed indiani, la baia sotto il vento, quando non piove e si può arrivare fin dove i prati toccano l’acqua salata. Ti ricordi di cos’avevi pensato, il primo giorno, arrivando in pullman dopo un viaggio di tre ore da Londra, mentre un panico composto ti s’irradiava lentamente nelle vene. Ti ricordi del trauma di quando, la prima sera, davanti a una pizza senza pomodoro, avevi realizzato che era tutto vero, che non saresti tornata a casa almeno per tre mesi. E poi pensi come ti senti, ora, a casa: sono lontani i giorni spesi a caccia di un tetto, per poi ritrovarsi senza nulla in mano, all’ombra di un parco fatto a cerchio, dove le mamme portavano i passeggini. Pensi alla naturalezza con cui tutto è diventato vita, la tua vita. Hai conosciuto persone di tutto il mondo, hai parlato tre lingue nello stesso giorno, hai fatto notti in bianco, decine di ore a letto, sei andato a feste e a mascherate, hai mangiato fish and chips e kebab, hai pulito, fatto lavatrici, cucinato, ti sei resa conto che il cielo di Cardiff è il cielo con più stelle del mondo, hai bevuto, fumato, fatto l’amore, scritto, letto, parlato di politica e poesia, hai giocato a carte fino alle tre del mattino, hai saltato pasti senza accorgertene, amato e odiato il tuo Paese, hai preso un pullman, un treno e un aereo nel giro di sei ore, hai fatto e disfatto valigie, lottato contro la nostalgia, i distacchi, i tuoi limiti. Alla fine non sei più la stessa, ma bisogna tornare: e allora capisci che se nulla cambia tutto muore.

Ti tieni strette tutte le persone incredibili che hai conosciuto, tutto l’amore che hai provato, e l’immagine dei tramonti rossi sul mare del Galles, quando la pioggia ha lasciato spazio al vento e ci sei solo tu, in quel preciso momento, in cima al mondo.

 

 

 E, in più, oggi nevica.

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Domenica soleggiatissima, qui a Cardiff, non fa nemmeno troppo freddo. Mi sono alzata assonnata, ieri c’è stato l’ennesimo houseparty, per la verità troppo francese e troppo tranquillo. Ho fatto le quattro del mattino, una volta tornata a casa, scribacchiando e mangiando patatine. Ho tentato poi, oggi a pranzo, in preda a un’ispirazione improvvisa, di cucinare: volevo fare una specie di piatto di verdure, un esperimento. Mi sono resa conto, nel mentre, che avevamo finito il sale e che il cosiddetto esperimento aveva un sapore ributtante. Infine, come da manuale, ho fatto bruciare tutto il bruciabile. Risultato: pranzo a base di muffin alle fragole. Intanto ho cominciato a compilare una lista di domande esistenziali, tra cui ne spiccano due: 1) perché nel Regno Unito si trovino solo ed esclusivamente biscotti digestivi e 2) perché negli bagni inglesi debba esistere un rubinetto per l’acqua calda e uno per l’acqua fredda, così o ti congeli le mani e te ustioni definitivamente. Intanto è già Natale, torno a casa, un altro aereo.

Vista, a tal proposito, la foto di un cartellone appeso da qualche parte di Italia.

Diceva, rosso e tremolante: “Il tempo vola, ma ‘ndo cazzo va?”.

 

 

Novembre, Cardiff

Novembre 25, 2008

 

dubbi

Ho conosciuto una ragazza, F, coi capelli corti e la macchina fotografica sempre al collo. È qui a studiare, come me, e viene dalla punta più estrema della nostra Italia: ci ha raccontato del pesce fresco sotto casa e della lentezza degli impiegati in Posta. Fotografa tutto e tutti, e non è solo bravissima, a farlo, è assolutamente unica. Poi ci sono A e W, rispettivamente libico e iraniano: sono qui a studiare e a lavorare, sembrano molto più vecchi di quello che sono, e W sono tre anni che non torna a casa. M arriva da Valencia, erasmus come noi, e scrive poesie, S è tedesco e in tre settimane di me ha capito molto di più di persone che parlano la mia stessa lingua. Lentamente ci siamo abituati al tempo pazzo, a un idioma comune, ai pub che chiudono alle undici. Abbiamo cominciato a dimenticarci di mangiare, di studiare, di mettere in ordine stanze e case. Catania. Milano. Valencia. Cardiff. Rostock. Iran, Libia, Slovenia, Stati Uniti. Posti, radici, pause da vite. Cercando di trovare un equilibrio tra ciò che si ora e ciò che si sarà diventati al ritorno: indietro in città già conosciute, affetti, il non-cambiamento cristallizzato in stand-by. F mi ha ispirato un racconto, ieri sera: davanti a una serie di scatti che la ritraevano in procinto di raparsi a zero, le abbiamo chiesto il perché. Lei ha sorriso: una sua amica, quell’estate, aveva perso i capelli per la chemioterapia e non si sentiva a suo agio. Così F, i suoi capelli, se li era tagliati tutti.