Interruttori spenti

Novembre 10, 2009

La morte non ha rispetto. 

Dei tuoi, dei nostri vent’anni, del fatto che un mese fa si addentava insieme una piadina in un bar pieno di luce, fuori un diluvio ottombrino, il fumo della condensa. Non ha rispetto di quello che eri e di ciò che avresti voluto essere; ma, soprattutto, non ha rispetto di chi ti amava, e che da adesso in poi non potrà più esistere allo stesso modo. Tu muori una domenica sera, sull’asfalto bagnato, solo perché è capitato.

Le parole sono inutili, contenitori vuoti, interruttori spenti.

 Adesso viene voglia di dire ti amo più spesso. Ogni volta che si sente il bisogno di sussurrarlo, al diavolo blocchi e paure. Viene voglia di correre sulle spiagge, respirare un libro, fare l’amore finchè se ne ha la forza, prendersi un cane, strappare Liu Bolin e il Pesce Luna  dalle pagine dei giornali e insegnarli ai bambini. Viene voglia di non perdersi niente.

Quanti anni abbiamo, ora? Non più, certo, quelli che avevamo ieri.

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Ho scattato una fotografia

Novembre 4, 2009

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Ho scattato una fotografia, prima che il barcone attraccasse, alzando uno stormo stupito di gabbiani.

 Il risultato è una nuvola di mare e bianco, il cemento del porto sfumato sullo sfondo: da quasi un’immagine di pace, di compostezza. Invece, là sopra, sono tutti morti. Settantaquattro cadaveri, riversi dappertutto: tra qualche minuto cominceranno a portarli sulla riva, uno ad uno. In genere c’è un poliziotto che tiene il corpo per le braccia e un altro che lo tiene per le gambe: ricorda un po’ il modo in cui gli amici ti afferrano scherzosamente, in spiaggia, per buttarti in mare, e tu non puoi liberarti, e finisci nell’acqua. Settantaquattro morti, un solo barcone, una sola città, un solo dicembre: i dicembri siciliani hanno un che di dolente; nel modo in cui il mare diventa grigio perla, nel modo in cui il vento si carica di sale e gelo. I dicembri italiani, invece, somigliano a tutti gli altri mesi. Eccoli qui, i primi sette corpi: intorno alle teste un’aureola di sabbia umida; presto porteranno i lenzuoli, il pudore, in questi casi, si fa quasi più insistente della pietà.  – Tu, ti levi da lì?-. Ubbidisco. Lascio posto a un’altra carrellata di cadaveri. Ho il passo appesantito dei miei cinquantacinque anni, dei troppi arancini, delle troppe sigarette. Di mestiere facevo il fotografo, ora non lavoro più. Non ce n’è, di lavoro. Per fortuna i genitori di mia moglie hanno parecchia disponibilità economica, e ci passano qualcosa ogni mese. Stamattina sono capitato qui quasi per caso, rincorrevo il pallone di mio figlio. Mio figlio ha solo otto anni, l’ho avuto tardi, quando ormai pensavo non ne avrei più avuto l’occasione. Rincorrevo il suo pallone, stavamo giocando nel parchetto che dà sul porto, e un mio tiro ha scavalcato la rete. Gli ho detto aspettami, torno subito. E sono arrivato fino qui. Il pallone era finito sulla spiaggia accanto al molo. Ho visto la nave sbucare dalla foschia, e mi sono fermato a guardare. L’ho vista bucare l’aria e fermarsi contro i blocchi di cemento; la polizia, la Marina e le ambulanze erano già lì, ad aspettare. Così come tutti quei giornalisti. Con il pallone sottobraccio, mi sono avvicinato. Ecco perché sono qui, con la macchina fotografica nella tasca e la palla di mio figlio, e guardo settantaquattro uomini morti toccare il suolo della loro agognata meta, questa meravigliosa Italia invernale.

Perché ci hai messo così tanto, papà?, mi chiederà mio figlio.

Il mare è calmo, l’aria è fredda e ferma: c’è odore di corpi in decomposizione, odore di carburante. Poi all’improvviso succede qualcosa: c’è un uomo in più, l’emigrante numero settantacinque. Qualcuno grida, qualcuno scende da un’ambulanza con una lettiga. È vivo, disidratato e debolissimo, ma vivo. Lo accompagnano sulla spiaggia, un paio di medici si chinano su di lui. È fortunato, ad essere vivo. Lo cureranno. Lo rimetteranno in sesto. Lo incrimineranno per il reato d’immigrazione clandestina. Potrà sempre stare al caldo: prima in un ospedale, poi in un centro d’accoglienza, poi in una galera. Davvero un uomo fortunato.

Torno da mio figlio con il pallone sottobraccio e la macchina fotografica in tasca. Lui ha otto anni, e mi chiede cos’ho fatto tutto quel tempo. Alle nostre spalle, verso il porto, un altro stormo di gabbiani si solleva da terra, infrangendosi contro il cielo. Cos’ho fatto, tesoro? Ho scattato una fotografia, questa mattina, della mia bella Italia.

 Quanti noi stessi usiamo e gettiamo via, a giorno trascorso. Come pacchetti di fazzoletti di carta: attorno l’involucro di plastica, dentro una scorta di noi stessi, apparentemente tutti uguali, a ben vedere diversi per pieghe, angoli sgualciti, strappi e odore. Mi piace pensare che tutto – ma davvero tutto – abbia determinato quelli che siamo. In questo c’è fascino, e anche un po’ di terrore: perché allora ogni cosa ha un peso reale, ogni azione compiuta o subita finisce, comunque, per scarabocchiare la nostra lavagna; c’immagino a ottanta, novant’anni, intenti a scuoterci di dosso tutta la polvere di gesso accumulata nel tempo, e tossire nell’aria impastata di bianco. Il primo libro blu, collana Battelli A Vapore, dai sette anni in su, quel tuffo da una canoa e sotto un fondale di ricci minacciosi, le lezioni della maestra con i capelli rossi e una dolcezza da madre, gli intervalli a sbucciarsi le ginocchia, a fare torte di fango, a picchiare i maschi e giocare a nascondino, le ricreazioni costrette in corridoi affollati per improvvisi temporali, un Pinocchio divorato a scapito del caos e con l’ansia affascinata degli otto anni. I giochi in giardino, i Backstreet Boys, il sale appiccicato alla pelle, pizza unta e krafen e pacchetti nascosti in mobili che sapevano di legno e tabacco, sfuriate meritate, Sandokan e un assaggio inconsapevole de I promessi sposi, nonni complici e pianti e gli odori di sabbia e crema solare mescolati insieme. Calvino, Sherlock Holmes, Titanic che affondava e quel Jumanji spaventoso, i cartoni del pomeriggio, Roald Dahl, la prima percezione di morte, smussata, e poi la seconda, quella vera, che era arrivata in tutta la sua assurdità, con la violenza di un calcio in bocca, una domenica di luglio, mentre tutto era bello e il mare luccicava come una ragnatela d’argento. X-files, quegli Europei persi per un soffio, la prima scena di sesso intravista sullo schermo, nascosta dietro una pianta, C.S. Lewis ed Harry Potter, e poi la voglia di baciare, gite, corse in macchina, quello Shakespeare scoperto a dodici anni in un angolo legnoso della biblioteca, Russell Crowe bello di sudore e barba, professori odiati, urgenze di giustizia. Qualche kefiah, Dawson’s Creek e le Gilmore Girls, parentesi umbre e francesi, dubbi e abbracci e scarpe di tela, libri, libri, libri, falò in mezzi a campi, citronelle incendiate e alimentate per errore con la vodka, libri, cinema, De Andrè e i Red Hot Chili Peppers e Leonard Cohen. Le prime sigarette, i funerali costipati di freddo e stupore, piatti lavati cantando, scrittura compulsiva, amore e sesso e Montpellier quel giorno di giugno, con il cielo che diventava viola.  Infine viaggi, lingue, un libro, un Erasmus.

E poi arriva l’adesso. Il tempo invecchia in fretta, come dice il titolo (bellissimo) dell’ultimo Tabucchi. Il fatto in sé non stupisce, lo sappiamo bene, la nostra pelle è il primo segnale: e se è vero che leggendo libri abitiamo il mondo, mi chiedo dunque cosa accade quando non leggiamo; quando respiriamo l’aria senza filtri, quando ridiamo, quando facciamo l’amore, quando decidiamo qualcosa. L’adesso invecchia in fretta? Non lo so. Intanto l’adesso deflagra, spesso lasciando senza parole e gesti. E ho comunque voglia di avere ventidue anni e poter scrivere di cose allegre se mi va, di tristezze e rabbie se ne sento il bisogno, senza che nessuno cerchi traumi nella mia breve vita, senza che nessuno mi accarezzi la testa, imbambolato: perché non è vero che a vent’anni non sappiamo com’entrare a gamba tesa sulla realtà. Ho voglia di lamentarmi e infuriarmi, se il mio Paese si suicida ogni giorno tra banchieri banditi e politici criminali, se le case non si riescono a comprare, se si muore cadendo in un’autocisterna. Ho voglia di fare colazione camminando, di prima mattina, con la nebbia che si disfa contro le vetrine spente.

Ma soprattutto: non ho nessuna voglia di essere infelice.

 

Non occorrono spiegazioni. Vedere per sospirare.

“Una vita è troppo poco. Una vita sola non mi basta. Se poi conti bene non sono neanche tanti giorni. C’ho troppe cose da fare, troppe idee. Sai che ogni volta che vedo un tramonto mi girano i coglioni?  Perché penso che è passato un altro giorno … E poi mi commuovo. Perché penso che sono solo. Un puntino nell’universo. I tramonti mi piacerebbe vederli con mia madre. O una donna che amo, magari. E invece le notti mi piacerebbe passarle da solo. Da solo, insomma … magari con una bella troia … che è meglio che da solo. Ce n’hai ancora di quella roba che ha lasciato il turco? Nonzo, si chiamava. Grazie. Se le cose andassero sempre così, che ti portano via le armi e ti lasciano questa roba qua … si vivrebbe meglio, no?”

Mediterraneo, Gabriele Salvatores

Quel modo

Ottobre 5, 2009

 

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Questa mattina, sotto un cielo color fuliggine, un uomo disabile aspettava sulla sua sedia a rotelle. Non so chi aspettasse. Andava avanti e indietro con le ruote, giocando a tratti col cellulare, alzando gli occhi azzurri sulla piazza sgombra. Non molto lontano, appoggiato al muro senza intonaco, stava un altro uomo, più vecchio: seduto a gambe incrociate per terra, non faceva nulla. Era circondando da valigie, e da un dalmata silenzioso. Io ero lì, tra il disabile e l’uomo col cane. Faceva un po’ di freddo, e aspettavo anch’io. Aspettavo che il tempo detonasse in una carezza, e mi spiegasse come fare, a ingannare le attese e le distanze. Nella piazza vuota, non c’era segno di respiri: io lo aspettavo, un respiro. Non mi sarebbe bastato che un refolo d’aria tiepido, ad attutire la malinconia. Però non c’era. E io invidiavo il dalmata così geometricamente sereno, nei suoi punti neri.

Ora, sette di sera, è già buio, impietoso ottobre diretto all’inverno: c’è profumo di zucchine e lenzuola pulite, c’è odore di assenza. Scribacchio, rimugino, leggo righe che non dovrei leggere. Fisso la Nikon scarica e il cumulo di cartacce impilate sullo scaffale. Non c’è mai ordine, dalle mie parti. Non c’è mai ordine, con me e in me. Berlusconi stasera è incazzato, tanto per cambiare, in Sicilia piangono i loro morti e le loro vergogne, le università fanno a gara a guazzabugli burocratici. Le cimici non demordono anche se, merda, non è più settembre. I nonni mancano, le sigarette attirano, le distanze tagliano le gambe. Me lo chiedo di nuovo: le persone possono capitare? Sì, possono anche capitare. E allora ecco un nuovo battito, un’improvvisa compatibilità, lo stupore, e quello stupore che vince su constatazioni razionali e difficoltà oggettive, lo stupore che diventa amore, o una sua forma molto vicina, perché in fondo è solo questione di definizioni. Definisco, quindi: la pelle calda, quell’unica zanzara, lo sciabordio discreto di un fiume verde, il suonatore Jones. Con quel modo di abbracciare, quel modo di baciare, quel modo di fare l’amore.

Le balene sono sagge

Settembre 22, 2009

Bambini, bambini! Lo volete sapere perché le balene stanno nel mare e non escono mai? Perché se venissero sulla terraferma e ci vedessero – noi, le città, i palazzi, gli spiazzi vuoti che collegano le strade, la cravatta allacciata alle sette del mattino, i baci veloci nei ritagli sghembi dedicati all’affetto, il fumo, le nuvole, il frastuono -, scoppierebbero a piangere. E nel farlo, dritte sui loro corpi enormi, si lascerebbero cadere a terra, e il tonfo delle tonnellate scuoterebbe in un solo istante il suolo del mondo. Si aprirebbe una crepa a metà del pianeta e allora tutti noi vi finiremmo dentro, risucchiati, e con noi tutto quello che esiste sulla terraferma.

Ricordatevelo sempre, bambini: le balene sono sagge.

Infinitamente di più di voi, di me, di te.

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Perchè piangono gli uomini? Per colpa delle lotte e delle gesta e della maratona delle promozioni, perchè vogliono la mamma, perchè restano ciechi anche con il passare del tempo, per colpa di tutte le erezioni che devono inventarsi sul più bello dal nulla, per colpa di tutto ciò che gli hanno fatto. Perchè non possono più essere felici o tristi – solo sbronzi o pazzi. E perchè non sanno che pesci pigliare quando sono svegli. E poi c’è l’informazione, che arriva di notte.

Martin Amis, L’Informazione

Nanda

Agosto 19, 2009

 

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Nanda diceva che Fabrizio De Andrè era bellissimo: un angelo. Disse anche, una volta, che bisognava smettere di dire che Fabrizio era il Bob Dylan italiano, ma piuttosto cominciare a chiamare Bob Dylan il Fabrizio americano. Lei, quando parlava di libri e musica, faceva respirare gli occhi. É morta ieri, a novantadue anni, in mezzo a quest’agosto bollente. Non riesco a smettere di riguardare una sua intervista a Repubblica del 2006: la sua energia è impressionante, la sua bellezza ancora in ogni gesto. Ci ha regalato Spoon River e un’America intrisa di libertà e poesia, l’ha regalata a voi, noi, me. Per lei, ogni parola – scritta o cantata – era e doveva essere una forma di giustizia. Qui c’è un bellissimo pezzo di Chiara Valerio: vale tutti i tre minuti che ci vogliono per leggerlo. Ma Chiara ha ragione: la scrittura è indecentemente inutile, quando si tratta di vuoti.

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Considera il dito nell’occhio. Entro nella stanza, c’è odore di limone. Spalanco la finestra: dabbasso, nel cortile, un bimbo sovrappeso cerca invano d’incastrarsi nel seggiolino dell’altalena. Qui è pieno di polvere, i libri sono tutti per terra, contro la parete: fa caldo e la luce spiove sulle mattonelle scure del pavimento. Mi siedo. Eccoci qui. Questa, da un po’, è una casa vuota. Sì, perché le case si svuotano. Si svuotano quando la gente si trasferisce da un’altra parte, quando divorzia, quando muore. Qui, della gente è morta. Erano persone anziane, persone che si sono date il cambio, a distanza di sette anni, nel lasciarci attoniti: e l’hanno fatto in quel modo amaro e discreto che hanno i vecchi quando se ne vanno; spariscono, e i treppiedi rimagono appoggiati in un angolo della sala, muti, immobili. Questa casa è vuota, questa stanza è vuota, e loro erano i miei nonni. Oggi ci sono centotrè libri di catalogare: autore, titolo, casa editrice. Li daremo al carcere, sono i libri avanzati, quelli che nessuno vuole e che fa male il cuore, a buttarli via: i libri non si buttano mai via, sacro principio. Vespa, Slaughter, qualcosa di Biagi e McCullough, ancora Vespa, De Crescenzo, un pugno di autori americani mai sentiti. Prendo nota su un blocco. C’è un’intera collana rilegata, si tratta de “I più famosi processi della storia”; sorrido appena, non mi sembra il caso di donarla a un carcere. O forse non sarebbe male. Centotrè titoli, centotrè rettangoli d’odore di carta e polvere: quindi è così, che finisce. Mia nonna, appena un’estate fa, leggeva una copia della Signora in Giallo: era agosto, dal terrazzo alle sue spalle spirava l’aria salata di una Liguria senza vento. E adesso la Signora in Giallo è sul pavimento, non lontano dalle mie scarpe da ginnastica: finirà a fare compagnia a qualcun altro, in una cella.

Il problema sta in quanti hanno cercato d’insegnarti che non è sano che gli oggetti abbiano un valore affettivo: certo, non sarà sano, ma è inevitabile. Lei toccava quel libro, lo sfogliava, lo macchiava di caffè, lo dimenticava nella borsa da spiaggia: il legame lo percepisci come una coltellata tra cuore e stomaco; certo, che c’è. E vaffanculo ciò che è sano. Mi alzo con il blocco in mano, dal cortile arriva un sibilo di pistola d’acqua, la risata convulsa di un bambino: i centotrè romanzi sono tutti lì, contro il muro. Scopro, rileggendo la lista, che i miei nonni avevano più romanzi di Slaughter di, probabilmente, tutti i lettori d’Italia messi insieme. Scopro che Slaughter aveva un innato talento per i titoli orribili (vedi “Mogli di medico, donne in bianco”). Scopro, non da ultimo, che “ Il dito nell’occhio” è un romanzo erotico e non una lamentela (anzi). E scopro che c’è qualcuno che ha più fantasia di me, per i doppi sensi. La casa, quando esco, è sempre vuota. L’ingresso era buio anche prima, ora però lo è sempre: un paio di foto, appese storte da chissà quanto, bevono i rimasugli di luce che trafiggono le tapparelle. La gente muore e le case si svuotano; e noi liberiamo spazi che finiscono col diventare troppo liberi, spartiamo parti e dividiamo affetti, vendiamo, gettiamo nelle discariche, accumuliamo oggetti inutili, utili, rotti, funzionanti, oggetti che trasudano ancora troppa vita, per essere gettati via. I giorni sono fatti di praticità, e le case vanno svuotate. Non c’è nemmeno il tempo di domandarsi se i luoghi abbiano o meno una memoria: se, tra cinquant’anni, sarà rimasto qualcosa di noi, in quella stanza da letto ormai irriconoscibile. No, bisogna tirare dritto, e quando passo dal cortile il bambino sovrappeso non c’è più: le ipotesi sono varie, potrebbe aver posto fine alle sue sofferenze gettandosi dall’altalena su cui non era riuscito a sedersi, oppure potrebbe essere rimasto vittima della pistola d’acqua di poco prima. Spero di non sognare Slaughter e spero che i carcerati usino le pagine di Vespa per costruire bombe carta. È fine luglio, ho perso il primato dei doppi sensi: considera il dito nell’occhio.

Fame e tregue

Giugno 11, 2009

Mi chiedo, spesso, se davvero i luoghi siano tregue, come qualcuno, una volta, ha scritto. Tregue da cosa, poi? Beati i calmi di cuore, che non sentono mai la necessità di partire: beati coloro che sanno stare, e per cui lo stare non è solo un temporaneo rimanere – che tante volte ha l’amara accezione di una spugna gettata – ma significa esistere. Li ammiro, forse un po’ li invidio. Feriscono di certo meno se stessi, e chi li ama: non portano avanti una vita di cicatrici, le cicatrici che procurano le attese, le partenze e, soprattutto, i ritorni. A volte, mi capita di pensare che non starò bene in nessun luogo, mai. Non ricordo quando questo disagio è cominciato: potevo avere forse nove anni, e tra le mani un’edizione ingiallita de “La freccia nera”; oppure poteva essere stata una delle centinaia mattine di gennaio, spesa in un aula di scuola con le cartine geografiche appese storte e la sensazione che non poteva essere tutto lì, che non doveva essere tutto lì. Dicono che si ama, spesso, quando si ha perduto, o quando si è costretti lasciare: mi domando se sarà così anche per me, se solo quando i ritorni ai luoghi e alle persone non saranno davvero più possibili, allora potrò sedermi e provare dolore e poter raccogliere, tra gola e occhi, una pace corposa, una nostalgia appena venata di rimpianto. Sono sempre stata un’inquieta, e lo sono ancora: dove vuoi andare, mi dicevano (mi dicono), e perché, e un po’ mi sentivo in colpa, in realtà non avevo nulla, da cui scappare. Anzi: un’infanzia bellissima e un po’ selvatica, l’amore puro e intelligente di una famiglia compatta, di persone che avevano riempito i miei pomeriggi di libri, film e partite a pallone, estati di mari liguri e Topolini sgualciti dall’acqua salata e un nonno che comprava paste in paese, e poi le nascondeva per casa, e noi dovevamo cercarle, eccitati, mentre fuori la sera di riempiva di buio, zanzare e dolcezza. Dove vuoi andare, perché: e quando ti fermi, perché non puoi pensarti senza punti certi, non puoi vivere di aerei e treni e programmi abbozzati sul retro di volantini pubblicitari. E io che non sapevo cosa rispondere: lo so ora, forse, ma non sono risposte, hanno più la rancorosa necessità delle rassicurazioni. Non lo faccio perché non vi amo, non lo faccio perché non ho avuto niente: eppure nemmeno il tutto, mi basta più, nemmeno voi, ma per favore provate a perdonare, se non riuscite a capire. Alcune mie scelte – me ne rendo conto solo a posteriori – sono nate proprio da questo disagio senza nome: all’università, lingue e non lettere, e non per un talento particolare, ma solo per fame. Fame di posti, viaggi, incertezze, accennate possibilità di fughe. E l’Erasmus, poi, e i viaggi spedalati in novembre e aprile: amo l’idea di poter parlare quattro lingue, non le quattro lingue in sé. Ho bisogno dell’idea che un pomeriggio di pioggia, a Londra, Madrid o Budapest, potrò sedermi al tavolo di un bar e chiacchierare di politica, cinema, libri, stupidaggini e cibo. Potrò comunicare, capire. E che mai dovrò farmi bastare un luogo solo. Ma le persone, mi chiedono. E dove metti le persone. I legami, le amicizie, l’amore: nessun posto è fatto solo di piazze e qualità di cielo. Quindi perché. Perché la sofferenza del distacco, perché il timore della solitudine. Alcune di queste cose, vi risponderei, ce le ho già: un po’ nel sangue, forse, un po’ nell’urgenza della scrittura. Se leggere è un’azione solitaria, scrivere è la quintessenza della solitudine. Uno degli atti più umani possibili – l’espressione scritta – è connotata di assenza: l’intero mondo, là fuori, esiste solo attraverso chi scrive, e la condivisione arriva solo a posteriori. Tolstoj l’ha messo per iscritto, ed è un po’ ironico, a pensarci bene: la felicità è reale solo se condivisa.

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