‘Cause time is rude

Maggio 9, 2008

 

Al parco un nonno fa saltare un bambino, tenendo aperta la coperta che stava sul passeggino poco lontano, e ha le spalle curve, i pantaloni chiari tesi contro le ginocchia piegate, settant’anni abbondanti nei gesti. Addosso ha il sole che scotta la ghiaia rossa, e la ragazza, per un istante, è costretta a fermarsi. C’è odore di erba tagliata, olive e mozziconi spenti, il nonno continua a far saltare il bambino, ed è maggio, maggio dell’anno che è venuto dopo quello passato, perché il tempo non ha mai smesso di essere tempo. La ragazza è immobile nel parco e guarda il vecchio, che se è un nonno è stato anche un padre, e certamente un figlio. Lo guarda e pensa alle cose che non torneranno mai. Pensa che ricordare i morti è il più gentile dei dolori. Pensa alle correnti gravitazionali della canzone di Battiato, al tasto rewind dei videoregistratori. Al fatto che, a ogni ieri passato, si sente un po’ in colpa, perché da piccola pensava che il tempo si potesse imbottigliare e bere per sciogliere i nodi alla gola, e invece il meglio che può fare è non perdere il conto dei giorni. La ragazza riprende a camminare, e vorrebbe tanto fissare quegli odori, quell’immagine, e salvarsi da ogni malinconia. Vorrebbe imprimersi sul braccio la somma esatta di tutte le impotenze, e scoprire che comunque il tempo accomoda i fili spezzati e i conti che non tornano. Vorrebbe fotografare quel nonno e quel bambino. Fotografare la ghiaia rossa e il sole che batte.  Fotografare la compostezza serena del proprio dolore, che di gentile ha solo il bussare.

 


Erasmus

Maggio 4, 2008

 

Dove il mare luccica e tira il vento. Dove il rugby è il credo più sacro. Dove le scogliere cadono a strapiombo. Dove la pioggia è decisamente british anche se siamo in Galles. Dove c’è il negozio di dischi più antico del mondo, fondato nel 1894. Dove la percentuale di popolazione giovane è la più alta di tutta l’Europa. Dove è nato Roald Dahl. Dove i Beatles tennero l’ultimo concerto della loro storia.

Dove vado a stare per cinque mesi. Officially.

 


Il Grande Spettacolo

Aprile 30, 2008

 

In questi giorni di malattia, io, il divano e la televisione siamo diventati una cosa sola.  

Grazie al telecomando ho esplorato il palinsesto quotidiano dei canali in chiaro, e il tutto è stato davvero molto istruttivo. Mi sono sciroppata il fantastico programma “Occhio alla spesa” – dove arzille donnette sbavano dietro a un presentatore baffuto e antipatico, il tutto coronato da improbabili canzoncine piene di consigli sulla spesa -, Alda D’Eusanio e i suoi ospiti strappalacrime, il ring di Forum – dove c’erano una nonna e un nipote diciottenne accusato di aver narcotizzato la vecchia per potere ospitare gli amici in casa! -, X-Factor con Simona Ventura che si atteggia da espertona musicale (?), le varie soap “Saint Tropez”, “Centovetrine” e “Beautiful” – piene di tradimenti, scambi di coppie, figli segreti, mamme che si fanno i generi, ect, ect – e, non ultimo, il grandissimo “My sweet sixteen” su Mtv, dove ricchissimi ragazzini americani organizzano immani feste di compleanno, facendo spendere ai propri (cretini) genitori centinaia di migliaiai di dollari – l’altro giorno c’era una sedicenne del Michigan, bionda, tonda ed ereditiera, il cui modello dichiarato era Paris Hilton -. Per non parlare di RTV, dove Cristina Chiabotto “conduce”, nuda, per la gioia di giovani e vecchi (ma io dico, sarà anche gnocca, però per voi maschietti non è un po’ offensivo? Come se per guardare un programma televisivo aveste bisogno per forza di un sedere e un paio di tette!), e tutti i vari tg, da Emilio Fede in brodo di giuggiole agli spiritosoni di Studio Aperto, che alternano notizie sulle stragi in Palestina a servizi riguardanti pinguini che ballano. Bello. Mi sono pure guardata gli scrutini del voto al Senato, dove un Andreotti curvo come il Gobbo di Notre Dame leggeva i nomi sulle schede, e le mani gli tremavano tutte: mi ha fatto venire tanta ansia che dopo un po’ ho dovuto cambiare canale. Fortuna che, su Rai Uno, c’era quel gran bellone di Michele Cucuzza e il suo eccitante “La Vita in Diretta”: dopo aver sentito l’intervista a una suora che gioca a calcio (wow …) e a un tipo che una volta fece i capelli a Raffaella Carrà (doppio wow …) mi sono addormentata, secca.


210408

Aprile 21, 2008

 

21 aprile 2008: un piovoso pomeriggio milanese, sbagliare la metro, l’incontro, un caffè in una libreria, parlare, crederci, firmare, essere felice, felice in un modo che non si sa, che non si può spiegare, prendere un treno al volo, vedersi riflessa nel finestrino e sorridere ebete mentre Milano scivola via, avere un esame il giorno dopo, non essere riuscita a studiare troppo, ma non pensarci molto, non pensarci affatto.

Essere felice perchè quello che ho scritto uscirà. Uscirà. Punto.


Hard Times (il mestiere di vivere, però, ho incontrato)

Aprile 17, 2008

 

 

 

Oggi giornata di sole, a Mantova, e di pioggia, a Lodi.

Ho avuto il piacere di discutere di sorti universali e problemi dell’umanità con sveglissimi bambini di quinta elementare, di sfogliare Pavese appena comprato vicino alla fontana di un parco con la ghiaia rossa e di pedalare sotto il diluvio senza sentire né freddo né stanchezza. È un aprile di fuoco, pieno di turning points. Intanto, forse, si andrà a Cardiff. E penso al fatto che, a quanto pare, per cinque mesi mi alzerò al mattino vedendo una baia e il mare, e che un po’ tempo lontano da qui sistemerà i miei rapporti con questo Paese. Sono intossicata, delusa, arrabbiata. La politica, oggi, ha l’ineleganza e il chiasso dell’ignoranza urlata, di una cecità voluta. Eppure esiste, e non posso fingere che non sia così. Mi tiro fuori dagli Italiani che hanno scelto i tempi che avremo, e anche se non so affatto chi sono – sigle, partiti, schieramenti – so con sicurezza chi non sono. Chi non sarò mai. Fortuna che tra poco si corre in Liguria, gli esami sono agli sgoccioli e la parole escono sempre senza difficoltà. Fortuna che, forse, ho incrociato un’ombra simile alla mia, di cui cucio i sorrisi, le battute, le somiglianze. Il mio roteare ha rallentato, si è aggrappato al profilo accennato di qualcuno che appena conosco, e tanto sembra capace di non farmi scappare. Per ora basta.

Penso alla Liguria, al Galles, a Roma.

Alle mie storm-mates Ele, Ari, Vale, Anna, Ila: quelle di Sergio Cherubini, di  Navarro Balsamo, di “era a lezione di gaelico” e di nero cervino. Alle valchirie dei chiostri di Pavia – una, in particolare, piena di riccioli e voglia (che non aspetta altro che esplodere) di venirmi a trovare a Cardiff – .

A F, educatore umano, politico e fantascientifico.

E a C., che forse. Forse.

 


L’Italia s’è …

Aprile 14, 2008

 

 

Oggi ho solo voglia di espatriare. 


Orinatori Senza Ritegno

Aprile 7, 2008

 

Voglio dedicare questo post ad alcuni soggetti che, ultimamente, allietano spesso i miei tragitti in macchina/pullmann, sulle varie tangenziali e statali: gli Orinatori Senza Ritegno.

In effetti, mi capita con una certa regolarità di notare – immersa nell’umida campagna padana – uomini dell’età più varia che, posteggiata la macchina sul ciglio della strada, orinano beatamente davanti a tutti. Sono maschi, of course, perché le donne, pur non di non farsi vedere mentre fanno pipì, sarebbero capaci di immergersi in una roggia. Uomini giovani e non che, slacciati i pantaloni, se ne stanno sulla strada a orinare, perfettamente visibili da tutti, la portiera della macchina aperta e lo sguardo perso nei tersi cieli.

Tutte le volte resto senza parole.

Zip che si abbassa, canna dell’acqua fuori, zip che si rialza e macchina che riparte. E noi vediamo tutto.

Ora: non so se sono stata semplicemente vittima di un’ondata improvvisa di priapismo locale, oppure se, a tutti gli effetti, fare pipì davanti a decine di automobilisti sia diventato un nuovo sport.

Comunque sia, non ci tengo proprio a vedere gli idranti sbandierati per strada alle sette e mezzo del mattina, quando ancora la colazione mi va su e giù e vedere uomini che pisciano sarebbe l’ultimo dei miei desideri.

 


Precious Moments

Aprile 3, 2008

 

Mettiamo Damien Rice che canta “Hallelujah” in tributo a Leonard Cohen, a New York, Rock and Roll Hall of Fame, lo scorso 10 marzo.

Cioè. Dico solo questo.

“Baby I have been here before
I know this room, I’ve walked this floor
I used to live alone before I knew you.
I’ve seen your flag on the marble arch
Love is not a victory march
It’s a cold and it’s a broken Hallelujah”


[sono affezionata alle mie Termopili]

Marzo 24, 2008


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Sono affezionata

alle mie Termopili

e ai vestiti di luce.

Ma nelle nebbie lunghe

non scambiarmi per un faro:

avrò esattamente quello che avevo:

sabbia al contrario

scarpe basse

sesso religioso.

Ho chiesto di te, ancora,

all’incastro tra asfalto e lampione,

al ritorno senza biglietto del mare.

Infine sono restata con le gambe nude

a cucirmi da sola

l’ennesimo vestito di luce:

non c’è stata voce,

non c’è stato il tintinnare dolente

dell’assenza

quando non vuole

essere chiamata

per nome.


Ieri, embè

Marzo 20, 2008

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Ieri, metà mattina, Pavia: una piazza affollata, un sole insperato, borsa a tracolla (che pesa trenta chili perché dentro c’è la Norton Anthology), occhiali scuri, bandiere che si agitano. Sì, sono a sentire Walter Veltroni, sfrutto un buco di lezioni e un affaccio di primavera. Sto in questa piazza perchè voglio provare a sentire cosa dirà, non sono molto convinta, non faccio altro che sparare battute velenose, rido dei vecchietti che muovono le bandiere del Pd: sono piena di un sarcasmo tanto feroce che quasi mi stupisco, anche se la mia disillusione la conosco bene. Ad ogni modo, qualche minuto dopo le undici, arriva Veltroni: attraversa la piazza in mezzo a uno scroscio di applausi, in sottofondo la voce gentile di Jovanotti in “Mi fido di te”, poi sale sul palco. Prendo in giro anche questa entrata, definendola “una passerella da velina”, poi dopo un paio di interventi di personalità pavesi (tra cui uno straordinario ometto di novantasei anni, ex comandante partigiano e conte), Walter prende la parola, io ingoio il mio sarcasmo e ascolto. Ascolto tutto. Fino alla fine. Sta di fatto che, a un certo punto, mentre un entusiasta settantenne si agita accanto a me, sento un nodo alla gola: uno di quelli che ti bloccano il respiro, che fanno pungere gli occhi. Perché? Perché mi piace quello che sto ascoltando, forse. Perché ho la dolorosa voglia di crederci. Di credere che l’uomo che ho davanti è davvero come si mostra: un politico che parla a braccio, che cita Sean Penn e Into the Wild, senza esaltazione, senza polemica, senza ironia gratuita. Ho un nodo alla gola, e questo nodo dura finchè Veltroni non finisce, e allora mi accorgo che sono stanca di pensare che la sfiducia a priori sia l’unica soluzione per non farsi fregare. Penso che ho vent’anni e le decine di anziani che mi stanno attorno – occhi lucidi e mani scorticate per gli applausi – hanno più entusiasmo e speranza di me. Penso che è bello vedere tanti giovani a un comizio. Penso che, forse, non voglio solo votare il meno peggio, ma quello che davvero ritengo sia il meglio. Mi pungono gli occhi, mentre mi promettono un cambiamento reale, mentre mi giurano che fare un’altra Italia è davvero possibile. Alla fine parte l’inno nazionale: in tanti cantano, io non riesco. Un passo alla volta, è meglio. A Pavia il sole è caldo, il vento quasi non sfiora. È da quando avevo quattordici anni che non sento una cosa del genere: voglio provare a non fare l’italiana i-politici-fanno-tutti.schifo, ho voglia di piantarla con le mezze parole e la disillusione a contratto. Voglio poter dire che voterò perché ci credo. È una questione di fiducia, lo so bene: la delusione è dietro l’angolo, sempre. Però, per una volta, ci credo. E non me ne frega niente se qualcuno mi dirà che quest’uomo è un politico, che in fondo sa fare il suo mestiere e che mi sono fatta abbindolare: voglio credere alle buone intenzioni, al fatto che la politica possa non essere un mestiere. Voglio avere l’entusiasmo del settantenne che sventola la bandiera e ogni tanto me la da in testa. Voglio non vedere il marcio dietro a ogni cosa. Lo rivoglio, quel diritto che mi hanno strappato: il diritto di crederci.

Almeno un po’.