L’adesso non invecchia in fretta
Ottobre 15, 2009
Quanti noi stessi usiamo e gettiamo via, a giorno trascorso. Come pacchetti di fazzoletti di carta: attorno l’involucro di plastica, dentro una scorta di noi stessi, apparentemente tutti uguali, a ben vedere diversi per pieghe, angoli sgualciti, strappi e odore. Mi piace pensare che tutto – ma davvero tutto – abbia determinato quelli che siamo. In questo c’è fascino, e anche un po’ di terrore: perché allora ogni cosa ha un peso reale, ogni azione compiuta o subita finisce, comunque, per scarabocchiare la nostra lavagna; c’immagino a ottanta, novant’anni, intenti a scuoterci di dosso tutta la polvere di gesso accumulata nel tempo, e tossire nell’aria impastata di bianco. Il primo libro blu, collana Battelli A Vapore, dai sette anni in su, quel tuffo da una canoa e sotto un fondale di ricci minacciosi, le lezioni della maestra con i capelli rossi e una dolcezza da madre, gli intervalli a sbucciarsi le ginocchia, a fare torte di fango, a picchiare i maschi e giocare a nascondino, le ricreazioni costrette in corridoi affollati per improvvisi temporali, un Pinocchio divorato a scapito del caos e con l’ansia affascinata degli otto anni. I giochi in giardino, i Backstreet Boys, il sale appiccicato alla pelle, pizza unta e krafen e pacchetti nascosti in mobili che sapevano di legno e tabacco, sfuriate meritate, Sandokan e un assaggio inconsapevole de I promessi sposi, nonni complici e pianti e gli odori di sabbia e crema solare mescolati insieme. Calvino, Sherlock Holmes, Titanic che affondava e quel Jumanji spaventoso, i cartoni del pomeriggio, Roald Dahl, la prima percezione di morte, smussata, e poi la seconda, quella vera, che era arrivata in tutta la sua assurdità, con la violenza di un calcio in bocca, una domenica di luglio, mentre tutto era bello e il mare luccicava come una ragnatela d’argento. X-files, quegli Europei persi per un soffio, la prima scena di sesso intravista sullo schermo, nascosta dietro una pianta, C.S. Lewis ed Harry Potter, e poi la voglia di baciare, gite, corse in macchina, quello Shakespeare scoperto a dodici anni in un angolo legnoso della biblioteca, Russell Crowe bello di sudore e barba, professori odiati, urgenze di giustizia. Qualche kefiah, Dawson’s Creek e le Gilmore Girls, parentesi umbre e francesi, dubbi e abbracci e scarpe di tela, libri, libri, libri, falò in mezzi a campi, citronelle incendiate e alimentate per errore con la vodka, libri, cinema, De Andrè e i Red Hot Chili Peppers e Leonard Cohen. Le prime sigarette, i funerali costipati di freddo e stupore, piatti lavati cantando, scrittura compulsiva, amore e sesso e Montpellier quel giorno di giugno, con il cielo che diventava viola. Infine viaggi, lingue, un libro, un Erasmus.
E poi arriva l’adesso. Il tempo invecchia in fretta, come dice il titolo (bellissimo) dell’ultimo Tabucchi. Il fatto in sé non stupisce, lo sappiamo bene, la nostra pelle è il primo segnale: e se è vero che leggendo libri abitiamo il mondo, mi chiedo dunque cosa accade quando non leggiamo; quando respiriamo l’aria senza filtri, quando ridiamo, quando facciamo l’amore, quando decidiamo qualcosa. L’adesso invecchia in fretta? Non lo so. Intanto l’adesso deflagra, spesso lasciando senza parole e gesti. E ho comunque voglia di avere ventidue anni e poter scrivere di cose allegre se mi va, di tristezze e rabbie se ne sento il bisogno, senza che nessuno cerchi traumi nella mia breve vita, senza che nessuno mi accarezzi la testa, imbambolato: perché non è vero che a vent’anni non sappiamo com’entrare a gamba tesa sulla realtà. Ho voglia di lamentarmi e infuriarmi, se il mio Paese si suicida ogni giorno tra banchieri banditi e politici criminali, se le case non si riescono a comprare, se si muore cadendo in un’autocisterna. Ho voglia di fare colazione camminando, di prima mattina, con la nebbia che si disfa contro le vetrine spente.
Ma soprattutto: non ho nessuna voglia di essere infelice.
Le balene sono sagge
Settembre 22, 2009
Bambini, bambini! Lo volete sapere perché le balene stanno nel mare e non escono mai? Perché se venissero sulla terraferma e ci vedessero – noi, le città, i palazzi, gli spiazzi vuoti che collegano le strade, la cravatta allacciata alle sette del mattino, i baci veloci nei ritagli sghembi dedicati all’affetto, il fumo, le nuvole, il frastuono -, scoppierebbero a piangere. E nel farlo, dritte sui loro corpi enormi, si lascerebbero cadere a terra, e il tonfo delle tonnellate scuoterebbe in un solo istante il suolo del mondo. Si aprirebbe una crepa a metà del pianeta e allora tutti noi vi finiremmo dentro, risucchiati, e con noi tutto quello che esiste sulla terraferma.
Ricordatevelo sempre, bambini: le balene sono sagge.
Infinitamente di più di voi, di me, di te.

Fame e tregue
Giugno 11, 2009
Mi chiedo, spesso, se davvero i luoghi siano tregue, come qualcuno, una volta, ha scritto. Tregue da cosa, poi? Beati i calmi di cuore, che non sentono mai la necessità di partire: beati coloro che sanno stare, e per cui lo stare non è solo un temporaneo rimanere – che tante volte ha l’amara accezione di una spugna gettata – ma significa esistere. Li ammiro, forse un po’ li invidio. Feriscono di certo meno se stessi, e chi li ama: non portano avanti una vita di cicatrici, le cicatrici che procurano le attese, le partenze e, soprattutto, i ritorni. A volte, mi capita di pensare che non starò bene in nessun luogo, mai. Non ricordo quando questo disagio è cominciato: potevo avere forse nove anni, e tra le mani un’edizione ingiallita de “La freccia nera”; oppure poteva essere stata una delle centinaia mattine di gennaio, spesa in un aula di scuola con le cartine geografiche appese storte e la sensazione che non poteva essere tutto lì, che non doveva essere tutto lì. Dicono che si ama, spesso, quando si ha perduto, o quando si è costretti lasciare: mi domando se sarà così anche per me, se solo quando i ritorni ai luoghi e alle persone non saranno davvero più possibili, allora potrò sedermi e provare dolore e poter raccogliere, tra gola e occhi, una pace corposa, una nostalgia appena venata di rimpianto. Sono sempre stata un’inquieta, e lo sono ancora: dove vuoi andare, mi dicevano (mi dicono), e perché, e un po’ mi sentivo in colpa, in realtà non avevo nulla, da cui scappare. Anzi: un’infanzia bellissima e un po’ selvatica, l’amore puro e intelligente di una famiglia compatta, di persone che avevano riempito i miei pomeriggi di libri, film e partite a pallone, estati di mari liguri e Topolini sgualciti dall’acqua salata e un nonno che comprava paste in paese, e poi le nascondeva per casa, e noi dovevamo cercarle, eccitati, mentre fuori la sera di riempiva di buio, zanzare e dolcezza. Dove vuoi andare, perché: e quando ti fermi, perché non puoi pensarti senza punti certi, non puoi vivere di aerei e treni e programmi abbozzati sul retro di volantini pubblicitari. E io che non sapevo cosa rispondere: lo so ora, forse, ma non sono risposte, hanno più la rancorosa necessità delle rassicurazioni. Non lo faccio perché non vi amo, non lo faccio perché non ho avuto niente: eppure nemmeno il tutto, mi basta più, nemmeno voi, ma per favore provate a perdonare, se non riuscite a capire. Alcune mie scelte – me ne rendo conto solo a posteriori – sono nate proprio da questo disagio senza nome: all’università, lingue e non lettere, e non per un talento particolare, ma solo per fame. Fame di posti, viaggi, incertezze, accennate possibilità di fughe. E l’Erasmus, poi, e i viaggi spedalati in novembre e aprile: amo l’idea di poter parlare quattro lingue, non le quattro lingue in sé. Ho bisogno dell’idea che un pomeriggio di pioggia, a Londra, Madrid o Budapest, potrò sedermi al tavolo di un bar e chiacchierare di politica, cinema, libri, stupidaggini e cibo. Potrò comunicare, capire. E che mai dovrò farmi bastare un luogo solo. Ma le persone, mi chiedono. E dove metti le persone. I legami, le amicizie, l’amore: nessun posto è fatto solo di piazze e qualità di cielo. Quindi perché. Perché la sofferenza del distacco, perché il timore della solitudine. Alcune di queste cose, vi risponderei, ce le ho già: un po’ nel sangue, forse, un po’ nell’urgenza della scrittura. Se leggere è un’azione solitaria, scrivere è la quintessenza della solitudine. Uno degli atti più umani possibili – l’espressione scritta – è connotata di assenza: l’intero mondo, là fuori, esiste solo attraverso chi scrive, e la condivisione arriva solo a posteriori. Tolstoj l’ha messo per iscritto, ed è un po’ ironico, a pensarci bene: la felicità è reale solo se condivisa.

Sicilia+Leonard Cohen
Maggio 19, 2009
Pre-partenza siciliana: fa caldo, caldissimo, come al solito mi sento un satellite in perenne orbita, tanto per citare Eddie Vedder. Adesso mi aspettano sette giorni nella terra degli aranci: presentazioni, belle città, mare e, soprattutto, amici che riabbraccio dopo due mesi. Mi lascio alle spalle quest’afa da pianura più che volentieri, tra poco sarà tempo d’esami e scelte, e intanto continuo a scrivere, con un certo languore, devo dire. Avrei tanta voglia che certe distanze si dimezzassero e che certe malinconie si attutissero un po’: si tratta di aspettare, mi dicono, e forse sto diventando pure brava, ad aspettare. In pieno umore Leonard Cohen, vi lascio una poesia che mi ronza per la testa da un po’: si chiama Folk Song, viene dalla primissima raccolta di Cohen, “Let us compare Mythologies” (Confrontiamo i nostri miti), finalmente pubblicata in Italia dalla Minimum Fax.
The ancient craftsman smiled
when I asked him to blow a bottle
to keep your tears in.
And he smiled and hummed in rhythm with his hands
as he carved delicate glass
and stained it with the purple
of a drifting evening sky.
But the bottle is lost in corner of my house.
How could I know you could not cry?
Il vecchio artigiano sorrise
quando gli chiesi di soffiare una bottiglia
per tenervi dentro le tue lacrime.
E sorrideva e canticchiava a tempo con le mani
nel modellare il vetro delicato
e lo macchiava del colore purpureo
di un errabondo cielo serotino.
Ma la bottiglia si è persa in qualche angolo di casa.
Come potevo sapere che non eri capace di piangere?
Rabbie
Aprile 28, 2009
Due parole in questi giorni di pioggia e vento: sono nervosa, abbastanza arrabbiata e tendente agli sbalzi d’umore. Tutto l’opposto di quello che sono normalmente, insomma. Ho la sensazione di galleggiare, di essermi attorcigliata in un gomitolo di attese. Come se trattenessi il respiro ventiquattr’ore su ventiquattro. I perchè – e sono un bel po’ – li so, circa il come uscirne, invece, ho qualche difficoltà. Sono, soprattutto, arrabbiata: e questo non mi capita spesso, in genere sono una persona pacifica e abbastanza serena. E la rabbia che provo, infilzata tra un giorno e l’altro, è discreta e sottile, ma non per questo meno logorante. E sono arrabbiata per un sacco di motivi. Sono arrabbiata per la pioggia, per le raccomandazioni all’università, per chi mi manca e non è qui, perchè ho appena finito “Lotta civile” di Antonella Mascali e l’Italia mi sembra ancora di più una jungla di arretratezze, violenza e indifferenza, sono arrabbiata perchè i treni sono diventati ancora più cari, perchè non mi sento tranquilla in nessun posto, perchè il Papa usa troppo la bocca e molto poco gambe e cervello (molto bello il calice offerto per i funerali di Stato all’Aquila, davvero un gesto carico di voglia di confortare), sono arrabbiata per i kebab e i gelati e le focacce che qui, in Lombardia, non potremo più mangiare per strada.
Comunque, settimana prossima si va a Macerata: presentazione di “Tu che te ne andrai ovunque” alla Mondadori di Corso della Repubblica, martedì 5 maggio ore 18.
A Roma
Aprile 13, 2009

Questo venerdì, 17 aprile 2009, alle ore 18.00, presso la libreria Fanucci di Piazza Madama, presentazione di “Tu che te ne andrai ovunque”, interviene Paolo Di Paolo.
Soddisfazioni
Aprile 2, 2009
Scrivere un libro per comprarsi … questa.

270209, venerdì
Febbraio 25, 2009
Da questo venerdì in libreria

E alla fine è arrivato il momento. Ci sarebbero tante, tantissime persone, da ringraziare, ma non c’è bisogno di fare nomi: loro lo sanno già. Questo è l’ultimo post dell’attesa, poi non annoierò più nessuno con questi conti alla rovescia. Sono ancora troppo lontana per realizzare davvero cosa sta succedendo, e di questo ringrazio Cardiff e questi incredibili cinque mesi, e tutti coloro che li hanno abitati con me. Mi hanno dato la giusta distanza, la giusta leggerezza. È un momento molto importante e felice, per me, e sono contenta di poterlo condividere anche con chi non parla la mia lingua e non potrà leggere il libro, ma che quasi è più eccitato di me. Tutto, più o meno, si trova sul sito della Perrone, http://giulioperroneditore.it/node/296 . A questo venerdì (anche se con il canale della Manica nel mezzo).
Tu che te ne andrai ovunque
Febbraio 14, 2009

“Mi chiamo Nicola Ortis e ho trentaquattro anni, un corpo troppo magro, una madre e una sorella.
Avevo anche un padre, una volta.
Vengo da quella terra che l’Italia sputa su un mare che sembra oceano, un lembo stracciato in verticale da tagli che sanguinano acqua. E’ un parto violento, la Liguria da dove vengo.
Dalle bocche degli altri il mio nome esce sempre a metà, consumo le giornate in sigarette, caffè, libri, sesso saltuario e una vaga predilezione per il rimpianto. Non faccio nessuna fatica a credere agli alieni e invece sputo sangue per un Dio in cui mezzo mondo ha fede.
Mangio poco, bevo spesso, fumo troppo.
Odio l’Africa e Manzoni e l’odore che c’è in macchina quando fuori piove.
Faccio il professore e non piango quasi mai.
A volte sogno il mare.”
Giulio Perrone Editore, dal 27 febbraio in libreria





