[sono affezionata alle mie Termopili]

Marzo 24, 2008


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Sono affezionata

alle mie Termopili

e ai vestiti di luce.

Ma nelle nebbie lunghe

non scambiarmi per un faro:

avrò esattamente quello che avevo:

sabbia al contrario

scarpe basse

sesso religioso.

Ho chiesto di te, ancora,

all’incastro tra asfalto e lampione,

al ritorno senza biglietto del mare.

Infine sono restata con le gambe nude

a cucirmi da sola

l’ennesimo vestito di luce:

non c’è stata voce,

non c’è stato il tintinnare dolente

dell’assenza

quando non vuole

essere chiamata

per nome.


Ethan On Air

Marzo 22, 2008

 

Questo video, su YouTube, ha vinto ai Video Awards. Non so voi, ma a me riesce a trasmettere un buon umore totale. E in più mi fa venire voglia matta di riprodurmi e sfornare tanti marmocchietti così (ma non fatevi strane idee).


Ieri, embè

Marzo 20, 2008

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Ieri, metà mattina, Pavia: una piazza affollata, un sole insperato, borsa a tracolla (che pesa trenta chili perché dentro c’è la Norton Anthology), occhiali scuri, bandiere che si agitano. Sì, sono a sentire Walter Veltroni, sfrutto un buco di lezioni e un affaccio di primavera. Sto in questa piazza perchè voglio provare a sentire cosa dirà, non sono molto convinta, non faccio altro che sparare battute velenose, rido dei vecchietti che muovono le bandiere del Pd: sono piena di un sarcasmo tanto feroce che quasi mi stupisco, anche se la mia disillusione la conosco bene. Ad ogni modo, qualche minuto dopo le undici, arriva Veltroni: attraversa la piazza in mezzo a uno scroscio di applausi, in sottofondo la voce gentile di Jovanotti in “Mi fido di te”, poi sale sul palco. Prendo in giro anche questa entrata, definendola “una passerella da velina”, poi dopo un paio di interventi di personalità pavesi (tra cui uno straordinario ometto di novantasei anni, ex comandante partigiano e conte), Walter prende la parola, io ingoio il mio sarcasmo e ascolto. Ascolto tutto. Fino alla fine. Sta di fatto che, a un certo punto, mentre un entusiasta settantenne si agita accanto a me, sento un nodo alla gola: uno di quelli che ti bloccano il respiro, che fanno pungere gli occhi. Perché? Perché mi piace quello che sto ascoltando, forse. Perché ho la dolorosa voglia di crederci. Di credere che l’uomo che ho davanti è davvero come si mostra: un politico che parla a braccio, che cita Sean Penn e Into the Wild, senza esaltazione, senza polemica, senza ironia gratuita. Ho un nodo alla gola, e questo nodo dura finchè Veltroni non finisce, e allora mi accorgo che sono stanca di pensare che la sfiducia a priori sia l’unica soluzione per non farsi fregare. Penso che ho vent’anni e le decine di anziani che mi stanno attorno – occhi lucidi e mani scorticate per gli applausi – hanno più entusiasmo e speranza di me. Penso che è bello vedere tanti giovani a un comizio. Penso che, forse, non voglio solo votare il meno peggio, ma quello che davvero ritengo sia il meglio. Mi pungono gli occhi, mentre mi promettono un cambiamento reale, mentre mi giurano che fare un’altra Italia è davvero possibile. Alla fine parte l’inno nazionale: in tanti cantano, io non riesco. Un passo alla volta, è meglio. A Pavia il sole è caldo, il vento quasi non sfiora. È da quando avevo quattordici anni che non sento una cosa del genere: voglio provare a non fare l’italiana i-politici-fanno-tutti.schifo, ho voglia di piantarla con le mezze parole e la disillusione a contratto. Voglio poter dire che voterò perché ci credo. È una questione di fiducia, lo so bene: la delusione è dietro l’angolo, sempre. Però, per una volta, ci credo. E non me ne frega niente se qualcuno mi dirà che quest’uomo è un politico, che in fondo sa fare il suo mestiere e che mi sono fatta abbindolare: voglio credere alle buone intenzioni, al fatto che la politica possa non essere un mestiere. Voglio avere l’entusiasmo del settantenne che sventola la bandiera e ogni tanto me la da in testa. Voglio non vedere il marcio dietro a ogni cosa. Lo rivoglio, quel diritto che mi hanno strappato: il diritto di crederci.

Almeno un po’.

 


Scontentezze

Marzo 18, 2008

Io che nulla amo di più

dello scontento per le cose mutabili

così nulla odio più del profondo scontento

per le cose che non possono cambiare. 

Bertolt Brecht


Piratesse mancate (nostalgiche riuscite)

Marzo 13, 2008

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Mi sono presa anche io una bella influenza, alla fine. L’ho fatta in piedi, senza smettere di andare e venire, ma anche la mia salute di acciaio si è piegata a questo marzo assurdo. Oggi, tanto per cambiare, c’era un sole quasi abbacinante, magliette per le strade, caldo impregnato nell’aria. Oggi, per l’ennesima volta, durante il viaggio, mi è venuta un’atroce voglia di mare. Credo di essere un pirata mancato: si spiegherebbero il mio non avere mai freddo, il rapporto viscerale con l’acqua, il rifiuto di portarmi dietro l’ombrello anche quando è palese, che pioverà (ma i pirati lo sapevano, cos’era un ombrello?). Sono giorni mordi e fuggi, questi: non faccio altro che correre da una parte e all’altra, questo fine settimana sarò per due volte a zonzo a parlare  – sforzandomi di non tirare fuori solo monosillabi – e soltanto stamattina ho avuto l’abbagliante epifania: devo cominciare a studiare seriamente. Però non lo faccio. Come al solito. Scrivere-rimuginare su scelte fatte-educazione a Eddie Vedder-cinema cavato fuori da libri. Poi domenica riparte la Formula Uno: da brava ragazza-maschio forse avrò la forza di alzarmi alle cinque del mattino per guardare la Ferrari. Intanto ieri ho compiuto vent’anni e mezzo: bisogna essere un po’ cretini per tenere il conto anche dei “mezzi”. Io, però, lo faccio da sempre: vent’ anni e mezzo, poi in vari test psicologici salta fuori sempre che mentalmente ne ho diciotto. Tra meno di un mese si vota e ho deciso di votare: comunque, soffocando la nausea. Silvietto (Berlusconi) l’altro giorno ha platealmente stracciato il programma del Pd: scena buffa, la settimana scorsa aveva sbraitato che il Pd l’aveva copiato proprio dal suo, il programma … Intanto, tra le buone cose di questa settimana, si annoverano: una bella lezione su Byron, mio sorella e io che smontiamo la Tatangelo siliconata per siliconata, una vaga prospettiva spagnola, una più concreta inglese, Vale che mi fa un bellissimo discorso su Umberto Galimberti e gioventù (bella testa bionda, altro che insipida), la stanchezza che non sento, qualcuno che – forse – reciterà qualcosa che ho scritto io. Per chi volesse sfruttare il mio buon umore, il numero di cellulare è reperibile presso la già citata (sotto) associazione culturale.


E poi mi sono svegliato

Marzo 11, 2008



I fratelli Coen non hanno praticamente toccato le ultime righe di Cormac Mc Carthy. Hanno fatto bene. E, chiuso il libro o finito il film, abbiamo tutti la stessa sensazione: c’era il fuoco, in mezzo all’oscurità. C’era. Ma non possiamo fare a meno di svegliarci. E ci svegliamo.

da “Non è un paese per vecchi”


Proposte indecenti

Marzo 5, 2008


Due giorni fa, una nota associazione culturale (non farò nomi) mi ha contatto telefonicamente (il mio numero di cellulare gira un po’ troppo facilmente per i miei gusti). Scopo della cortese telefonata era comunicarmi che ero tra i fortunati giovani, scelti per meriti di vario genere, che avrebbero avuto l’occasione di partecipare agli esclusivi corsi di formazione della suddetta associazione: corsi che si terranno la settimana prossima, per quattro giorni, nell’amena località di Sirmione. Ho chiesto innocentemente al mio interlocutore in cosa consistessero tali corsi: mi è stato spiegato che, pagando di tasca mia una quota, in quei quattro giorni “avrei imparato a tirare fuori il meglio di me stessa, tramite lavori di gruppo e giochi”. Mentre, dall’altra parte del telefono, mi si raccontava delle meraviglie di questi corsi, ho avuto un breve e psichedelico flash di me stessa sullo sfondo ridente di Sirmione, che urlo “sono una vincente”, inginocchiata in cerchio con altri dieci invasati. Ho detto di no, cercando di non ridere. Poi mi sono detta che forse ho qualche pregiudizio, che magari non dovrei parlare prima di vedere. Eppure - non so perché - proprio non mi ci vedevo a Sirmione, in preda ad invasamento bacchico, a tirare fuori il meglio di me stessa.


I’ve got my indignation

Febbraio 29, 2008

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Stanchezza.

Certe cose non cambiano mai: certe ipocrisie, certi menefreghismi, certe contorsioni di viscere. Nella mia Università, nel corso di Spagnolo, ci sono dei grossi problemi: problemi di organizzazione, essenzialmente, che durano da due anni e di cui tutti, me inclusa, si lamentano. Due anni di borbottii, facce contrariate, sfoghi con chi ha l’accortezza di ascoltare e vorrebbe aiutare, ma non ha i mezzi. Ora ci si prospetta l’occasione di fare qualcosa in concreto, come sarebbe nostro pieno diritto. Una petizione, una raccolta di firme, tutto in trasparenza. Le ragioni, per firmare, sono le stesse che hanno provocato le lamentele di questi due anni. E cosa succede? Tutti, o quasi, si tirano indietro. Per paura di mettere il proprio nome sulla bianca carta della protesta, paura per il responsabile del Corso, docente noto per sfuriate e carattere talvolta difficile. Sono stanca: stanca di masse lamentose e dedite al j’accuse che, però, quando si tratta di esporsi per quel che è giusto e legittimo e – per una volta – davvero concreto, non hanno il coraggio delle proprie azioni. Mi domando il perché. Anche se lo so, in fondo. Il perché è che sono terrorizzati dalle possibili ritorsioni di questo docente, ritorsioni che non ci saranno, perché non siamo al liceo, non siamo in un lager, siamo in una libera università pubblica, dove paghiamo tasse, dove il diritto allo studio è il primo diritto. Eppure, tutti spariscono. E io penso: stiamo parlando solo di un corso di spagnolo. Realisticamente parlando, a questo punto, comprendo nel mio piccolo come mai questo Paese va a rotoli. Perché è così, si parte dai contesti più ristretti, dalle responsabilità più leggere, da un semplice corso di spagnolo. E la gente resta fedela a stessa, racchiusa nella propria alcova, interessata soltanto al proprio tornaconto, alla seppur vaga paura di poter, in qualche maniera, venire danneggiata. Non mi stupisco, più, ma l’indignazione resta la stessa. La sensazione di impotenza, anche. Abbiamo quel che ci meritiamo, dopotutto. Siamo ipocriti, incapaci di difendere a testa alta cioè che pensiamo, ciò in cui crediamo, le nostre richieste di cambiamento.

Io, per molte cose, mi butterei nel fuoco. L’ho fatto, nel mio piccolo: subendo le conseguenze, ma non mi sono mai pentita. Qui, invece, fa paura il semplice fantasma di una bocciatura, di uno sguardo accigliato, di un piccolo scossone. E sono solo fantasmi.


Ora il mio braccio è di nuovo completo

Febbraio 25, 2008


Raramente mi capita di andare al cinema sicura che un film mi piacerà. Oppure, se accade, spesso vengo irremediabilmente delusa. Eppure non c’è come due ottime ore di cinema per considerare che, effettivamente, ci sono tante cose per cui vale la pena alzarsi la mattina e fare andare il cervello. È forse un po’ banale dirlo, ma due giorni fa mi sono proprio sentita così. Grazie a Tim Burton, grazie a Johnny Depp, Helena Bonahm Carter, Alan Rickman, Sasha Baron Cohen. Grazie a un film bello e doloroso, dove persino il sangue è coreografico e struggente. Un musical sulla vendetta, sulla perdita della famiglia, sull’arroganza del potere, su Londra, sulla fuliggine, sugli hard times di fine ottocento. Sweeney Todd, in realtà, uccideva per denaro: ma il musical di Broadway a cui Tim Burton si è ispirato racconta di un assassino che era prima di tutto un padre e un marito. E quando la prepotenza umana gli porta via tutto, l’unico riscatto è la vendetta: quella dell’uomo comune, forte solo della fedeltà delle sue povere armi. Sweeney uccide coprendosi di sangue, gli occhi di Johnny Depp – affossati nel cerone bianco – trasudano tenerezza e disperazione, Londra incombe cupa e umida, rischiarata soltanto dalle colorate e psichedeliche immaginazioni di Mrs Lovett, alias Helena Bonahm Carter. Amore, morte. Canzoni urlate e raggelanti. Alan Rickman che si fa sbarbare e gorgheggia. Sullo sfondo specchi crepati, l’abbozzo di una nuova storia d’amore e i resti di un’altra, trucidata da chi tutto può e nulla si nega, anche a costo di camminare sopra cadaveri e vite oneste. Tim Burton ha fatto, tanto per cambiare, un film indimenticabile. Johnny Depp è bellissimo e agghiacciante. Il dolore resta aggrappato alla pellicola, ma ci appartiene in ogni nota e ogni sgozzatura. Ricordandoci che, ovunque la rabbia esploda, quel che è perso non torna mai, sangue sparso o meno. Lo dice Mrs Lovett, tra un pasticcio di carne e l’altro: la vita è per vivi, signor Todd.

La vita. È. Per. I. Vivi.


The rules did not know me

Febbraio 21, 2008

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Funerali. Due, nel giro di quattro giorni.

Chi è morto era anziano, se ne è andato serenamente. Non mi segno e ascolto, ascolto davvero, intorno scorazzano visoni e settantenni contrite. Mi bevo ogni parola, la predica è asciutta, dignitosa, la chiesa buia e affollata. Passa un vecchio col cestino delle offerte, le donne fanno a gara a buttare monetine e mi guardano male perché lascio le mani nelle tasche: loro non lo sanno, ma non ho dietro il portafogli. Dio, invece, presumo ne sia consapevole. Al cimitero dove sono stata  a fare qualche foto, un paio di giorni fa, non c’era quasi nessuno: ghiaia sotto le suole, il sole crudo sulle tombe, un uomo senza capelli aggrappato a una lapide a forma di stella. Le foto sono venute belle e dolorose. Nella testa mi punge Ungaretti, quel suo “e per pensarti, Eterno, non ha che le bestemmie”, e intanto il funerale finisce, la folla scema, il silenzio si scheggia.  Fuori fa freddo e c’è il sole: m’incammino, mi aspetta la mia ora retribuita di Impero Romano ed equivalenze, poi cercherò di studiare. Ho la testa piena di Eddie Vedder e dell’ultimo Roth. Cerco di imbavagliare quest’insofferenza per carreggiate e sistemi, un’insofferenza che aspettava solo un film, per sbucare fuori, e la morte nuda e cruda per rendersi ancora più sensata. Però la imbavaglio, per ora. Immagino che verrano giorni più veri. Chiese vuote. Prediche umane. Poesia citata senza rancore. Spiagge. Posti nuovi. Fotografie a colori. Pezzi di carta bruciati. Silenzi dignitosi. Onestà comune.

Però non sono triste. Cammino. E penso.