Domanda numero uno: perché tutti mi chiedono cosa farò, invece di chiedermi chi sono? Domanda numero due: perché devo per forza collocarmi, mordere il mondo per trovare un posto, una casella vuota nel grande, immenso e caotico schema? Domanda numero tre: perché, invece di trovare questa benedetta casella, continuo invece a imbattermi in persone, immagini, propositi? Infine: stasera la luna è nebbiosa, l’aria umida, l’umore irrequieto; di fuori i fari alti delle automobili, un cane che abbaia isterico, l’odore dei pini mozzati. Deve tutto avere un senso? E se sì, un senso spiegabile? La malinconia non ha nulla d’intelleggibile: vorrei mescolarmi alle creature selvagge e provare a correre senza puntare direttamente agli alti stendardi del traguardo. Continuare a mettere gonne colorate d’estate, ad addormentarmi nelle chiese e alle lezioni di filologia. Persistere nel disordine, nel ridere, nello stringere i pugni nelle tasche per ogni ingiustizia e la contemporanea impotenza, nello stupirmi delle mancanze, degli effetti benefici dell’acqua salata, di quel senso dell’umorismo acuminato e un po’ svergognato. Ma qui bisogna essere pratici: il privilegio non è per tutti, la realtà, spogliata di ogni patina, è cruda, spesso amara, quasi sempre insoddisfacente. Questo è, essere pratici? Forse ho sbagliato razza animale, sarei dovuta nascere balena, o cane, o cimice (no, cimice magari no). Forse, a sei anni, tra una birra e un libro, avrei dovuto scegliere la birra. La domanda numero quattro promette e non mantiene, fa trattenere il respiro e non deflagra, lasciandoci in attesa di un fragore che non si presenta: e se non ci stessi proprio, in una di quelle caselle? Se il mio corpo fosse troppo grosso, o magari troppo scivoloso? Un giorno ci svegliamo e abbiamo vent’anni e siamo indistruttibili, un giorno ci svegliamo e di anni ne abbiamo cinquanta. Poi un altro giorno siamo vecchi involucri rugosi e claudicanti, che non ricordano più com’era essere ai blocchi di partenza. Infine, una mattina, siamo polvere morbida, terra grezza che assorbe pioggia, e poi una farfalla, un orologio, la vetrina di un negozio, il muschio di un fiume. C’è un infine, e materia senza nome. Quindi domanda numero cinque: non posso semplicemente continuare a farmi mancare il fiato per una qualità di cielo, per una fotografia mentale, per una strada invasa di luce, per una voglia esplosiva di abbracciare e baciare, per la neve, per i temporali, per i musicisti da marciapiede, per una comunanza, per una coincidenza?

Quel modo

Ottobre 5, 2009

 

ti_amo

Questa mattina, sotto un cielo color fuliggine, un uomo disabile aspettava sulla sua sedia a rotelle. Non so chi aspettasse. Andava avanti e indietro con le ruote, giocando a tratti col cellulare, alzando gli occhi azzurri sulla piazza sgombra. Non molto lontano, appoggiato al muro senza intonaco, stava un altro uomo, più vecchio: seduto a gambe incrociate per terra, non faceva nulla. Era circondando da valigie, e da un dalmata silenzioso. Io ero lì, tra il disabile e l’uomo col cane. Faceva un po’ di freddo, e aspettavo anch’io. Aspettavo che il tempo detonasse in una carezza, e mi spiegasse come fare, a ingannare le attese e le distanze. Nella piazza vuota, non c’era segno di respiri: io lo aspettavo, un respiro. Non mi sarebbe bastato che un refolo d’aria tiepido, ad attutire la malinconia. Però non c’era. E io invidiavo il dalmata così geometricamente sereno, nei suoi punti neri.

Ora, sette di sera, è già buio, impietoso ottobre diretto all’inverno: c’è profumo di zucchine e lenzuola pulite, c’è odore di assenza. Scribacchio, rimugino, leggo righe che non dovrei leggere. Fisso la Nikon scarica e il cumulo di cartacce impilate sullo scaffale. Non c’è mai ordine, dalle mie parti. Non c’è mai ordine, con me e in me. Berlusconi stasera è incazzato, tanto per cambiare, in Sicilia piangono i loro morti e le loro vergogne, le università fanno a gara a guazzabugli burocratici. Le cimici non demordono anche se, merda, non è più settembre. I nonni mancano, le sigarette attirano, le distanze tagliano le gambe. Me lo chiedo di nuovo: le persone possono capitare? Sì, possono anche capitare. E allora ecco un nuovo battito, un’improvvisa compatibilità, lo stupore, e quello stupore che vince su constatazioni razionali e difficoltà oggettive, lo stupore che diventa amore, o una sua forma molto vicina, perché in fondo è solo questione di definizioni. Definisco, quindi: la pelle calda, quell’unica zanzara, lo sciabordio discreto di un fiume verde, il suonatore Jones. Con quel modo di abbracciare, quel modo di baciare, quel modo di fare l’amore.

Le balene sono sagge

Settembre 22, 2009

Bambini, bambini! Lo volete sapere perché le balene stanno nel mare e non escono mai? Perché se venissero sulla terraferma e ci vedessero – noi, le città, i palazzi, gli spiazzi vuoti che collegano le strade, la cravatta allacciata alle sette del mattino, i baci veloci nei ritagli sghembi dedicati all’affetto, il fumo, le nuvole, il frastuono -, scoppierebbero a piangere. E nel farlo, dritte sui loro corpi enormi, si lascerebbero cadere a terra, e il tonfo delle tonnellate scuoterebbe in un solo istante il suolo del mondo. Si aprirebbe una crepa a metà del pianeta e allora tutti noi vi finiremmo dentro, risucchiati, e con noi tutto quello che esiste sulla terraferma.

Ricordatevelo sempre, bambini: le balene sono sagge.

Infinitamente di più di voi, di me, di te.

balena

 

Anna ti amo 6 strana

Luglio 4, 2009

 

Ci passo quasi tutti i giorni, scivolando sull’asfalto bollente, ma l’ho notata solo adesso. Quella scritta, rossa e irregolare, sul muro scalcinato di una cascina che sembra dismessa, appena dietro un paio di alberi e un pugno di verde: Anna ti amo 6 strana. Non è stato tanto il ti amo, a farmi pensare, ma la parte successiva: 6 – sei – strana. Mi sono chiesta, mentre l’autobus superava la curva e la scritta restava oltre il finestrino, alle mie spalle, che cosa volesse dire: Anna io ti amo, e corro a scrivertelo su un muro scrostato che costeggia la statale per Pavia – la statale più dritta e calda del mondo – ma poi, chissà perché, ci aggiungo quelle due parole, appena sotto. Sei strana, Anna, e te lo voglio scrivere, come se fosse indissolubilmente legato al fatto che ti amo. Non c’è nemmeno un punto o una virgola, tra il ti amo e il 6 strana: cosa significa? Che ti amo perché sei strana? Oppure ti amo ma, ahimè, sei anche strana? Qualcuno, giustamente, potrebbe osservare che, invece di affaticarmi la mente con queste questioni esistenziali, potrei forse impiegare il mio tempo da pendolare in un modo più costruttivo. Studiare, magari. O scrivere, leggere, ascoltare musica. Non avrebbe tutti i torti. Però, quell’ Anna ti amo 6 strana, in mezzo all’afa spessa di un viaggio che a volte fa pensare troppo, si è ritagliato un suo spazio. Ci penso, al fatto di amare esseri strani. Strano è un parola che usiamo quando non sappiamo definire, ma in realtà definisce in modo netto proprio l’indefinibile: non riesco ad afferrarti, ma non perché tu sia un pazzo o un erotomane o un nostalgico balbuziente, no, tu sei solo strano. Come Anna. Che è strana, e forse non capita del tutto, ma amata: amata in un modo così forte ed esagitato da richiedere una dichiarazione pubblica; per noi tutti che ci passiamo davanti, a quella cascina dai muri scrostati, noi che dobbiamo saperlo, che c’è qualcuno che ama un’Anna strana. Intanto è estate, un luglio caldo e amaro: ci stiamo riprendendo i ventilatori, le piscine con i moscerini galleggiante, infradito e birre gelate e treni che cuociono sui binari. È estate, e all’angolo di una striscia d’asfalto che sembra pennellata da Dio – ma in versione molto svogliata – è passato qualcuno che ama Anna. È passato, forse di notte, forse alle luci ibride di una luna e di una torcia, forse ubriaco, forse pieno solo di paura e di colore rosso. Ha scritto e se n’è andato, e Anna è amata sotto gli occhi di una statale intera, ma è anche strana. Amore. Tra le tracce dell’ultimo tema di maturità ce n’era anche una sull’innamoramento e l’amore (in Catullo e in altri autori): non l’hanno scelta in molti. In tanti hanno preferito raccontare i social networks, e un po’ di Svevo. Cosa avrei fatto io, cosa avreste fatto voi, cos’avrebbe fatto chi ha scritto Anna ti amo 6 strana. Definisce Wikipedia: l’innamoramento è un complesso di sentimenti e di comportamenti proprio degli esseri umani caratterizzato dal forte coinvolgimento emotivo associato a un’intensa attrazione sessuale. Altro abbozzo di definizione: una notte torno a casa, le tre e mezza di una notte piena di zanzare e dolcezza; guido, in sottofondo la radio bassa e qualche cicala; provo emozioni strane. Emozioni ferite, emozioni istintive. L’innamoramento è un salto di pozzanghera quando hai le scarpe pesanti, ma non te ne frega niente. Alla definizione di Wikipedia, forse preferisco questa.

pozzangh

Love is not a choice

Maggio 7, 2009

 

joy_ring

La ragazza, un po’, nell’idea di riconoscersi ci crede. Ci crede da quando un’amica, ubriaca di whiskey e di un amore coi capelli rosa, gliel’aveva sussurrato sopra il caos di una festa d’oltremanica: “è come riconoscersi”. E fuori le luci dei lampioni irradiavano buio, un cielo concavo d’umidità e fumo dolciastro. Così, ora, la ragazza di crede. Per una volta, lascia che la saggezza sia davvero la più crudele delle responsabilità, e la tiene lontana, fidandosi del rischio, di quel po’ di sofferenza autoinflitta. Perché la ragazza già sa di attese senza nome, d’interruzioni e solitudini improvvise. E a lui, a lui, vorrebbe dire tutto questo, senza vestirsi con lenzuola d’ironia e forza distillata in gesti leggeri: te lo sto dando tutto, maledizione a te, qui, palpitante e ignaro, quello che chiamano cuore, e adesso ne puoi fare ciò che vuoi, intingilo nella stessa tua sottile malinconia e rendilo più fragile e insensato di sabbia che si frappone a vento, prendilo e dagli la forma delle aspettative, succhiagli via il sangue, fallo bianco di silenzi e pace. Te lo sto dando, perché l’amore non è una scelta, e tu mi sei semplicemente accaduto.