Scrive Giuseppe D’Avanzo oggi, su Repubblica: Berlusconi non è una delle cause del collasso politico in Italia, bensì uno dei prodotti. E allora sorge, legittima e pungente, la domanda: di quanto altro è, il prodotto? Non condividere l’operato e le scelte berlusconiane non significa necessariamente allinearsi alla schiera degli anti-berlusconiani in toto: possiamo giudicare la sua politica e i suoi contesti secondo categorie critiche, senza votarci per forza al disprezzo disgustato della sua figura. Detto questo, eccoci l’Italia di oggi ventiquattro giugno duemilanove: non fa troppo caldo, e reduci da consultazioni sbiadite da astensionismi e quorum mancati si lavora, e si va al mare. Il premier è sulle prime pagine di tutti i giornali esteri, non su quelli italiani: un silenzio (sbigottito?) avvolge un’opinione pubblica che non è mai stata tanto vessata e accusata. Noemi che compie diciott’anni, frequentazioni dubbie, escort e colorati giardini sardi, foto scattate e pubblicate nella non troppo lontana Spagna, intercettazioni, ammissioni, dati di fatto: Silvio Berlusconi, forse, non è mai stato tanto vicino alla definitiva caduta, personale e politica. Che, parlando di lui, non possono che coincidere. Ciò che raccapriccia il cittadino pensante e libero sono, essenzialmente, due cose. Primo: forse si è davvero arrivati a un punto di non ritorno, e ben venga, forse finalmente la fanghiglia esplosiva in cui si dibatte il Paese detonerà una volta per tutte e si potrà tornare a respirare aria pulita; però come, ci siamo arrivati. Siamo un’Italia che ingoia comportamenti anti-costituzionali, soppressioni di libertà di stampa, delegittimazioni dei poteri legislativi, leggi ad personam e corruzione? Sì. Siamo capaci di chiudere gli occhi allo stesso modo davanti a variopinti scenari che ci mostrano un Presidente del Consiglio che s’intrattiene allegramente con minorenni e prostitute? No. Per cui: di cosa c’importa davvero? Qual è la decenza cui teniamo? Non, a quanto pare, la decenza del senso dello Stato. Sì, invece, quella del privato che si fa indecenza pubblica, e disgusta trasversalmente una società intera. La seconda cosa che sgomenta il cittadino pensante è il disarmante comportamento di Berlusconi davanti a tutto questo. In un altro Paese europeo, il premier avrebbe già dato le dimissioni. E invece Silvio Berlusconi s’indigna e accusa stampa e magistratura e avversari politici di un fantomatico complotto, mortificando (perché sì, questa è una mortificazione) l’intelligenza dei suoi concittadini, ritenendoli – a quanto pare – troppo stupidi per capire ciò che è accaduto. Non da ultimo, ritiene che basti una patinatissima intervista concessa a un giornale di gossip, Chi, per ripulire immagine e autorità. Ora. Ora guarderemo le evoluzioni di questo groviglio, pefettamente italiano, di cattiva politica, soldi e sesso, aspetteremo di vedere fino a che punto l’Italia potrà crogiolarsi in questa melma. Perché melma è, e bisogna dirlo ad alta voce. In questo giugno fresco di vento e abbozzi d’estate, nessuno vorrebbe vederci così: ma siamo, ormai, così. Le colpe esistono, e dovranno essere assegnate, senza buonismo gratuito, e l’Italia forse dovrà implodere davvero, per lavare via le tracce di ciò che le è stato fatto. Abbiamo perso il senso dello Stato, abbiamo distorto la vera natura della politica, della partecipazione civica: siamo diventati un popolo stanco e pessimista, e Silvio Berlusconi dovrebbe avere l’intelligenza umana e civile di ritirarsi prima che davvero l’Italia perda ogni barlume di credibilità. Intanto, se vogliamo, facciamo tutti una bella cosa: facciamoci tatuare sulla faccia cinquantasei stelline, come quella ragazza belga, Kimberly Vlaemink, e poi accusiamo il tatuatore di avercene fatte ben cinquantatrè in più. Poi ammettiamo di aver mentito, e tutto per paura della reazione dei nostri genitori. Vedremo se qualcuno, tra i vari Berlusconi e soci, avrà mai paura della nostra reazione, una volta ammesso di aver macchiato così tanto l’Italia per volontà propria, e non per pessimi scherzi di qualche capro espiatorio scelto con cura e cinismo. La battuta che gira in questi giorni, amarissima, è questa: mentre il premier va a mignotte, l’Italia continua ad andare a puttane. Mai senso dell’umorismo fu più tristemente realista.

Io devo

Febbraio 11, 2009

 

Iniziare a scrivere, d’istinto. Perché io leggo, io penso, io devo. Come noi tutti, qui, oggi, nell’annuciarsi gelido di un febbraio faticoso: già ora, che è solo martedì, che è solo un inizio. È come un puzzle doloroso e scomposto, questo nostro Paese. È una girandola di contraddizioni e silenzi, è lo sbranarsi a vicenda di gente che non riconosce più quali sono i momenti in cui ci si dovrebbe ricomporre in una dignitosa civiltà, e quelli dove il chiasso può essere accettato come manifestazione di libertà. No, noi stiamo precipitando. Siamo tristi, siamo spaventati, questo martedì di febbraio. Abbiamo assistito a un spettacolo misero: mentre una donna se ne andava, confortata solo dall’amore dei famigliari e dalla fine certa delle sue sofferenze, uomini di chiesa e di politica si parlavano addosso, lottando per sancire diritti di vita e morte, per definire poteri e responsabilità. Siamo ben oltre, oggi, al dibattito su eutanasia e interruzione di cure. Siamo finiti dove non c’è più misura, non c’è più rispetto. Eluana ora è morta, ma non se n’è andata in pace: forse le sue sofferenze fisiche sono finite, ma il suo nome è stato urlato, stropicciato, strumentalizzato, in modi tanto dozzinali quanto sgradevoli. Hanno messo in mezzo Dio e Costituzione, hanno usato parole come “omicidio” e “deriva culturale”, perdendo di vista quello che più era importante: salutare col silenzio un gesto d’amore, un morte data per riconsegnare dignità e pace, l’umanità di riconoscere che la vita è un diritto, ma non può divenire un obbligo. Invece c’è stato solo rumore. Siamo un Paese, oggi, che si è fermato: siamo un Paese dove, per creare ad hoc leggi discutibili, si prova ad intaccare i basilari principi del Diritto, dove sentenze di Tribunale vengono emesse solo per essere svuotate, dove se si chiede il diritto alla morte si viene tacciati per “cultori di dolore” e “hitler”. La fine di Eluana si è appesantita di giochi politici, televisioni impazzite, giornalisti dimissionari, attacchi all’equità dello Stato: ed era questo, quello che la famiglia di Eluana chiedeva? Ciò che crediamo ora poco importa: è martedì, e siamo già stanchi. Se un Dio c’è, e se davvero è come dicono, certo non biasimerebbe la scelta della famiglia di Eluana, e non chiamerebbe la fine delle sue sofferenze uno scempio e un peccato, ma forse solo un atto d’amore. Per lei, almeno per lei, adesso dovremmo fare silenzio. Parliamo, invece, di quello che ci rimane: di questo Paese che si è trasformato in un circo di clown tristi. Parliamo di come siamo incapaci di discutere e di cambiare, di quanto spesso scomodiamo termini come “moralità” e “cultura” senza sapere nemmeno il loro esatto significato. Parliamo del perchè ci arroghiamo diritti che non ci spettano, di come giudichiamo sulla base di ignoranze diffuse, e di come tacciamo, poi, perché tanto è sempre meglio continuare a farci gli affari nostri, in fondo se le cose stanno così non è certo colpa di noi singoli, che cosa ci possiamo fare? Parliamo dell’indifferenza di chi potrebbe spiegare e scrivere, e invece sceglie di non farlo: troppo pericoloso esporsi, troppo inutile. Questa è un’Italia alla deriva. Il dolore, stavolta, ci ha sorpresi prima del tempo: la morte è arrivata in fretta, quasi a voler anticipare nuovo chiasso e nuovi schiamazzi. Una ragazza è scivolata via, mentre ci si azzannava in nome di leggi, Dio e dogmi vari. È mancata l’unica cosa che serviva, e che potevamo offrire senza troppa fatica: l’umanità. L’Italia che ora ammutolisce non ha nulla del Paese civile: non sa della compostezza, del rispetto, della pace che dovrebbe seguire lo sgomento.

E allora zittiamo Berlusconi, Veltroni e il Papa, zittiamo giudici e giornalisti, prendiamo atto che qualcuno aveva chiesto solo un po’ di dignità, nulla di più vicino alla nostra dimensione di esseri umani. Nei drammi si dovrebbe trovare la forza dell’accordo e del cambiamento: invece oggi, martedì, c’è solo tanta paura, e tanta confusione. Scrivo queste cose stanotte, e non le scriverò più, in nome di quel silenzio che dobbiamo ad Eluana Englaro e alla sua famiglia. Scrivo perchè quel devo lo sento ora più che mai, e faccio parte di quella schiera di spaventati, che guardano questa Italia, oggi, e fanno fatica a crederci, e per questa Italia sentono repulsione, amore, paura, e la consapevolezza schiacciante che se c’è un punto di non ritorno è proprio questo.

Forme di giustizia

Novembre 6, 2008

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Magari ci hanno fatto un po’ ridere, con quelle bandierine. E con gli slogan, poi, urlati a squarciagola, e le spille, i cappelli, i raduni di massa che, da noi, si vedono solo al Circo Massimo quando l’Italia vince il Mondiale di calcio. Certo, non è nelle nostre corde acclamare in questo modo i politici: siamo ormai troppo disincantati, troppo delusi, per poter non sorridere di queste manifestazioni collettive. Con un po’ di cinismo, probabilmente. E una sottesa invidia, potremmo ammettere: perché è un pezzo che abbiamo perso la capacità di credere nei governanti e di applaudirli sinceramente. Barack Obama è il nuovo Presidente degli Stati Uniti, e una folla immensa lo inneggia, gli occhi lucidi, lasciandosi andare a un tifo da stadio. E metà mondo esulta, esulta come non accadeva da tanto tempo. Perché? Perché io, italiana, ho provato gioia, alla notizia che Obama aveva vinto? Perché mi sono sentita rinfrancata e soddisfatta? Se Obama sarà davvero un buon politico, sarà il tempo a dircelo. Però sta di fatto che oggi, novembre 2008, nel bel mezzo di recessioni mondiali e terrorismo, gli americani hanno eletto il primo Presidente della Storia nero. E non solo nero: un uomo giovane, con origini kenyote, radici islamiche, un vita di sacrifici, immigrazione, povertà. Il Paese che quarant’anni fa era dilaniato da razzismo intestino, dove il Ku Kux Clan impiccava i neri agli alberi dell’Alabama, oggi ha scelto un uomo di colore come guida. E questo significa tanto, tantissimo: significa che allora le cose cambiano davvero e che i popoli sono in grado di evolversi. Se proviamo un po’ più di speranza, dopo ieri, è lecito. Se ci sentiamo rinfrancati, è lecito. Quest’entusiasmo generale affonda le sue radici nel bisogno estremo che non solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero aveva di sollevare la testa e intravedere un segno, la dimostrazione che non tutto resta sempre uguale. Affonda le sue radici nell’amarezza di questi anni, di questi giorni, in un’insicurezza generale e asfissiante, perché questa è l’era delle metropolitane che esplodono e delle Borse che crollano. L’elezione di Obama è uno scarto improvviso, un Paese che si scuote la Storia di dosso e prova a cambiare faccia: e con esso noi tutti, perché se gli Stati Uniti in quarant’anni sono passati da piangere Martin Luther King ad acclamare Barack Obama sotto un palco di Chicago significa che un’evoluzione profonda è davvero possibile. Ed è questo, nella sua semplice essenza, che ci ha rinfrancato. Vorremmo politici ispirati, generalmente dobbiamo accontentarci di grigi esempi di inadeguatezza. E allora penso all’Italia e alla nostra disillusione, al ripetersi fiacco di partiti sempre uguali, di leaders sempre uguali. Solo che adesso non solo spero in un cambiamento, ma sono certa che potrà avvenire, un giorno. Perché l’ho visto – dall’altra parte dell’oceano – ma l’ho visto. Per un volta non lasciamo che sminuiscano queste sensazioni, questi barlumi di fiducia: per un volta, godiamoci tutto questo. Godiamoci il significato profondo che l’elezione di Obama ha avuto, al di là di credi e condivisioni politiche. Perché l’ha avuto davvero, un significato. E questo rafforza anche la convizione che l’indifferenza verso la politica – tanto spesso rifugio di delusi e amareggiati – non è una soluzione: che a poco serve chiudersi a riccio, posare le penne, imparare a non indignarsi più. Abbiamo assistito a una grande lezione di educazione civica che, nel nostro Paese, manca da troppo tempo. Dovremmo rialzare la faccia, una volta per tutte. L’elezione di Obama è stata una forma di giustizia: nei confronti della Storia, nei confronti del concetto stesso di cambiamento. Lo penso, lo scrivo. Alla faccia di chi ritiene che la scrittura non debba avere nulla a che fare con questo genere di cose, oggi ci credo più che mai: la scrittura ha soprattutto a che fare con questo genere di cose. In quanto scrittura, in quanto contenitore di mondo, in quanto forma di giustizia essa stessa.

 

Mi piacerebbe mettere ordine, fare pulizia. Gettare via incertezze e rimasugli di ricordi, ricordi che hanno perso lucentezza e, per certi versi, significato. Mi piacerebbe, sì, guardare ciò che mi sono lasciata dietro, dritto in faccia, e affrontare il chiarissimo dato di fatto che non c’è nulla da fare: le persone sono i princìpi per cui lottano. Non sarò mai abbastanza lontana, abbastanza distaccata: la rabbia è il primo sintomo dell’amore, quantunque esso possa essere faticoso e non voluto. Qui ho incontrato molti italiani, italiani in fuga, italiani disillusi: i cervelli di cui tanto parlano, i migliori in molti campi, ormai fuggiti da un’Italia immobile e polverosa, e ora qui, forse al sicuro, dopo mezza Europa e un canale. Ripenso a quando andavo al liceo, appena due anni fa, e prendevo la bicicletta anche le mattine d’inverno e nebbia, pedalavo lungo il ponte, guardavo il fiume sfilacciato dalle nuvole e poi arrivavo alla salita, quella appena prima della scuola. Da lì, spesso spingevo la bicicletta, assonnata. E sentivo l’odore del pane, il caffè del bar pieno di impiegati, il legno marcio del cantiere aperto sull’angolo, stringevo i denti, le mani sul manubrio, camminavo dentro una mattina come tante altre, piena di nebbia, panetterie, freddo, Italia. Dove siamo, ora? Dove siamo noi tutti, che a vent’anni abbiamo già buchi da tappare e ingiustizie da ingoiare. Dove andremo, adesso che avere vent’anni è come averne cinquanta, adesso che il futuro non inizia mai, adesso che chi ci dovrebbe guidare prosegue a tentoni, fingendo che tutto andrà bene, che non ci smarriremo più. Noi abbiamo studiato i grandi anni e le grandi promesse sui libri, sui libri abbiamo imparato com’era lottare e cambiare: nella vita italiana di immobilità e fatica, invece, abbiamo vissuto sempre sugli stessi palcoscenici e quando ci dicevano “scegliete, è la vostra libertà, scegliete!” era strano, sì, perché in fondo ce ne siamo accorti subito, che era una bugia. Scegliere cosa, scegliere chi, se gli attori avevano sempre le stesse facce. Oggi siamo stanchi di essere presi in giro. Siamo stanchi di sentirci dire che siamo la generazione del nulla e dell’indifferenza, che è tutta colpa della televisione e delle discoteche e dei cellulari, che è perché abbiamo tutto, che siamo vuoti di qualunque cosa, che non abbiamo coscienza, lucidità, desideri. Ma cos’abbiamo, in fondo? Famiglie che arrancano per arrivare a fine mese, scuole macellate da ritorni al passato travestiti da promesse di cambiamento, i racconti malinconici dei giorni che furono, i quali, chissà perché, sembrano sempre migliori dell’oggi. Abbiamo generazioni guida corrotte, bugiarde, stanche. Abbiamo un Paese bellissimo e polveroso, dove tutto toglie il respiro e tutto resta inutile. Abbiamo un Paese sbeccato agli angoli, che adora ricordare com’era un volta, ancorato alle stesse divisioni, agli stessi stereotipi. Eppure lo amiamo, lo vogliamo amare, perché è giusto, è lecito, è un nostro diritto. Studiamo se i nostri genitori se lo possono permettere, e se è così è solo grazie a loro e ai giorni in cui si sono spaccati la schiena e se la spaccheranno ancora, spesso in un mondo fatto di cartone e bassezze. Cerchiamo di capire come dovremmo vivere, e non ci sono altro che nugoli di contraddizioni: è più facile comprarsi un pacchetto di sigarette e uccidersi lentamente, che comprarsi una casa e crescervi dei figli.

Oggi ho ventun’anni e ho scritto un libro, e non mi sono mai sentita tanto smarrita.

 

No alla 133/08

Ottobre 23, 2008

 

Il primo passo per controllare i cittadini è impedire loro di conoscere. Di studiare. Di andare a scuola. Di andare all’università.

Vorrei essere lì, anche solo per urlare la mia rabbia con qualcuno che la condivida. Vorrei essere lì a gridare che la 133/08 è una vergogna, che lo stato pubblico dell’università non si tocca. E a chiedere che razza di Paese è, un Paese che toglie il fiato all’istruzione, alla prima risorsa di qualsiasi Paese, privandola di fondi e di lavoratori, stravolgendola e rendendola selettiva, sì, ma solo secondo la squallida e ingiusta misura del soldo.

 

 

“Che cosa mai abbiamo fatto di giusto, di buono – per meritarci voi. I pomeriggi della nostra infanzia vi appartengono. E anche le mattine di quando eravamo malati o c’era lo sciopero delle maestre. Che cosa avremmo fatto senza di voi, che ci portavate la pizza bianca, spessa e stopposa, verso le dieci e mezza, e ci ungevamo le mani di olio guardando i telefilm di Italia1 e le televendite dei materassi Eminflex – ma di quanti materassi ha bisogno l’Italia. E in televisione c’erano I Robinson e Vicky, la bambina robot. Il pomeriggio Kiss me Licia e Stilly lo specchio magico, la voce di Cristina D’Avena, Ok il prezzo è giusto con Iva Zanicchi. Siamo cresciuti con le minestre delle nonne e i pomeriggi delle reti Fininvest. Siamo diventati grandi ascoltando le vostre storie sempre uguali, le sempre-storie della vostra vita – i dettagli che l’età non ha spazzato via, quelli rimasti ancorati all’ippocampo. Le storie erano belle anche la centesima volta, anche quando sapevamo come finivano – variavano per sfumature sottilissime, quasi impercettibili: particolari aggiunti o negati. Ma abbiamo fatto sempre poche domande, troppo poche. Adesso vorremmo chiedervi dei vostri padri che leggevano l’”Avanti!” o morivano nei pozzi, delle loro mani, quando le baciavate, di quanto in fretta avete smesso di essere giovani, e quali sogni avevate. Vorremmo chiedervi perché da vecchi gli esseri umani sembrano tutti più buoni, e perché le pieghe di una ruga riescono a nascondere i peccati e le crudeltà di una vita (abbiamo saputo tardi – non avremmo voluto – qualcosa che vi avrebbe rese ai nostri occhi meno assolute e infallibili, capaci anche di meschinità e di silenzi ostili, di gesti bruschi e di cattiverie, ma poi abbiamo dimenticato tutto, mentre cominciavate a rimpiccolirvi, a curvare la schiena, docili, contro i colpi della vecchiaia e delle sue ere infami, della sua evoluzione al contrario – homo sapiens che torna ominide anteriore, più spento e ingobbito, con occhi persi, sensibile solo al volo delle mosche).”

Paolo Di Paolo, Raccontami la notte in cui sono nato

 

Un bel giorno, tutti loro chiuderanno le bocche.

 

Un bel giorno, tutti loro capiranno che il rispetto vale più di ogni dogma, convinzione e, perché no, Dio.

 

Che la dignità è l’unica cosa che possiamo possedere davvero.

 

Nota di cronca, ennesima tragedia: Eluana, in coma da più di dieci anni senza alcuna speranza di tornare a vivere, potrà finalmente morire.

 

Potrà abbandonare lo stato vegetativo in cui da tanto tempo è tenuta in vita (nel significato più semantico e generico di “vita”), potrà liberarsi di tubi, apparecchi, stanze d’ospedale, di un corpo che non le appartiene più.

 

Chi le ha voluto bene e la ama tuttora smetterà di piangere la sua sofferenza: di vederla così, mutilata, legata a lenzuola immobili, vuota di sé.

 

E allora mi chiedo, per l’ennesima volta, dove sta il peccato, nella cessazione di tutto questo dolore, dove sta l’atto inumano, dove sta lo scempio.

 

Quando per me, l’unico vero scempio è questo parlare grezzo e dozzinale: questa ottusità, tutta umana, di preti, politici e uomini che pretendono di sapere.

 

 

 

 

« Ciò che ognuno fa con il proprio pene o il proprio sedere o qualunque altra cosa è così sommamente irrilevante in senso morale. È ciò che facciamo con le nostre personalità e alle altre persone che conta »

 (Stephen Fry)

 

Se il Cinema è

Giugno 4, 2008

 

Voglio riportare qui il bell’articolo di Piera Detassis, direttrice di Ciak, apparso sul numero di giugno di questo mensile. Perchè è un bel pezzo. Pieno di cose vere, giuste, che vanno dette. E di un po’ di speranza.

<<Da un pugno è nata una carezza per il nostro cinema>> ha scritto Luca Mastrantonio su Il riformista, sintetizzando al meglio quel che è successo a Cannes con l’assegnazione dei due premi della giuria a Gomorra e Il divo. Piaceri forti, film di cui Napoli, nel bene e nel male, è assoluta protagonista, al punto di poter aggiungere, parafrasando De Andrè, che dai rifiuti nascono i fiori. Due mesi fa la copertina di Newsweek rilanciava in tutto il mondo l’immagine di cumuli spazzatura che infettavano la città partenopea. Oggi un film ambientato nella violenza fetida dei clan sotto il Vesuvio e un altro diretto dal napoletano Paolo Sorrentino trionfano fuori dai confini, affermano che il nostro cinema è vivo e sa reagire, senza remore e mediazioni, con energia visiva e stile innovativo. Interprete magnifico di entrambe le pellicole Toni Servillo, nato ad Afragola, ancora Napoli, un De Filippo che ha sciacquato l’anima nella cultura europea. È un bel segno, un gran bel segno, che proprio dalla Campania afflitta e crocefissa, sommersa dai miasmi, assediata dall’esercito, infiammata dalla guerra civile per i termovalorizzatori, parta la riscossa internazionale della nostra cultura, grazie a un cinema che all’estero finalmente capiscono, finalmente amano. Giusto contrappasso e brutto colpo per i corvi che già liquidavano la nostra cinematografia fra i cari estinti, suggerendo di lavare i panni sporchi in casa. Solo due mesi fa, depressi dall’immondizia, per respirare un po’ sembravamo doverci accontentare dei successi ottenuti a suon di commedie giovaniliste, storielle amorose, gentili e un poco trash. E invece no, ci siamo risvegliati cosmopoliti grazie ad autori che guardano oltre la solita commedia all’italiana, ostinandosi a fissare dritto negli occhi, senza remore e compromessi, questa Italia malata. E dopo aver visto, come abbiamo visto, Gomorra e Il divo, qualcosa dovrà pur cambiare. Perché il cinema, quando è bel cinema, sa essere più vero della realtà. C’è da sperare che sappia persino cambiare un Paese che, da tempo, è in affanno.”

 

 

Venerdì pomeriggio

Maggio 16, 2008

  

Camminare sotto il diluvio, e pensare che non smetterò mai di crederci.

Le persone sono i princìpi per cui lottano.