Sicilia+Leonard Cohen
Maggio 19, 2009
Pre-partenza siciliana: fa caldo, caldissimo, come al solito mi sento un satellite in perenne orbita, tanto per citare Eddie Vedder. Adesso mi aspettano sette giorni nella terra degli aranci: presentazioni, belle città, mare e, soprattutto, amici che riabbraccio dopo due mesi. Mi lascio alle spalle quest’afa da pianura più che volentieri, tra poco sarà tempo d’esami e scelte, e intanto continuo a scrivere, con un certo languore, devo dire. Avrei tanta voglia che certe distanze si dimezzassero e che certe malinconie si attutissero un po’: si tratta di aspettare, mi dicono, e forse sto diventando pure brava, ad aspettare. In pieno umore Leonard Cohen, vi lascio una poesia che mi ronza per la testa da un po’: si chiama Folk Song, viene dalla primissima raccolta di Cohen, “Let us compare Mythologies” (Confrontiamo i nostri miti), finalmente pubblicata in Italia dalla Minimum Fax.
The ancient craftsman smiled
when I asked him to blow a bottle
to keep your tears in.
And he smiled and hummed in rhythm with his hands
as he carved delicate glass
and stained it with the purple
of a drifting evening sky.
But the bottle is lost in corner of my house.
How could I know you could not cry?
Il vecchio artigiano sorrise
quando gli chiesi di soffiare una bottiglia
per tenervi dentro le tue lacrime.
E sorrideva e canticchiava a tempo con le mani
nel modellare il vetro delicato
e lo macchiava del colore purpureo
di un errabondo cielo serotino.
Ma la bottiglia si è persa in qualche angolo di casa.
Come potevo sapere che non eri capace di piangere?
270209, venerdì
Febbraio 25, 2009
Da questo venerdì in libreria

E alla fine è arrivato il momento. Ci sarebbero tante, tantissime persone, da ringraziare, ma non c’è bisogno di fare nomi: loro lo sanno già. Questo è l’ultimo post dell’attesa, poi non annoierò più nessuno con questi conti alla rovescia. Sono ancora troppo lontana per realizzare davvero cosa sta succedendo, e di questo ringrazio Cardiff e questi incredibili cinque mesi, e tutti coloro che li hanno abitati con me. Mi hanno dato la giusta distanza, la giusta leggerezza. È un momento molto importante e felice, per me, e sono contenta di poterlo condividere anche con chi non parla la mia lingua e non potrà leggere il libro, ma che quasi è più eccitato di me. Tutto, più o meno, si trova sul sito della Perrone, http://giulioperroneditore.it/node/296 . A questo venerdì (anche se con il canale della Manica nel mezzo).
In questo preciso momento
Gennaio 13, 2009

L’Erasmus è. Difficile parlarne, difficile raccontarlo. Puoi solo, dopo quasi cinque mesi, continuare a prendere appunti mentali, cercando di non lasciare scappare via nulla: ma quanto c’è, da trattenere. Sensazioni, persone, luoghi. Di Cardiff ti rimane l’odore tiepido dell’aria di mare, gli attraversamenti pedonali di massa, i fast foods che mescolano i propri effluvi con ristoranti cinesi ed indiani, la baia sotto il vento, quando non piove e si può arrivare fin dove i prati toccano l’acqua salata. Ti ricordi di cos’avevi pensato, il primo giorno, arrivando in pullman dopo un viaggio di tre ore da Londra, mentre un panico composto ti s’irradiava lentamente nelle vene. Ti ricordi del trauma di quando, la prima sera, davanti a una pizza senza pomodoro, avevi realizzato che era tutto vero, che non saresti tornata a casa almeno per tre mesi. E poi pensi come ti senti, ora, a casa: sono lontani i giorni spesi a caccia di un tetto, per poi ritrovarsi senza nulla in mano, all’ombra di un parco fatto a cerchio, dove le mamme portavano i passeggini. Pensi alla naturalezza con cui tutto è diventato vita, la tua vita. Hai conosciuto persone di tutto il mondo, hai parlato tre lingue nello stesso giorno, hai fatto notti in bianco, decine di ore a letto, sei andato a feste e a mascherate, hai mangiato fish and chips e kebab, hai pulito, fatto lavatrici, cucinato, ti sei resa conto che il cielo di Cardiff è il cielo con più stelle del mondo, hai bevuto, fumato, fatto l’amore, scritto, letto, parlato di politica e poesia, hai giocato a carte fino alle tre del mattino, hai saltato pasti senza accorgertene, amato e odiato il tuo Paese, hai preso un pullman, un treno e un aereo nel giro di sei ore, hai fatto e disfatto valigie, lottato contro la nostalgia, i distacchi, i tuoi limiti. Alla fine non sei più la stessa, ma bisogna tornare: e allora capisci che se nulla cambia tutto muore.
Ti tieni strette tutte le persone incredibili che hai conosciuto, tutto l’amore che hai provato, e l’immagine dei tramonti rossi sul mare del Galles, quando la pioggia ha lasciato spazio al vento e ci sei solo tu, in quel preciso momento, in cima al mondo.
Il tempo vola, ma ‘ndo cazzo va?
Dicembre 7, 2008

Domenica soleggiatissima, qui a Cardiff, non fa nemmeno troppo freddo. Mi sono alzata assonnata, ieri c’è stato l’ennesimo houseparty, per la verità troppo francese e troppo tranquillo. Ho fatto le quattro del mattino, una volta tornata a casa, scribacchiando e mangiando patatine. Ho tentato poi, oggi a pranzo, in preda a un’ispirazione improvvisa, di cucinare: volevo fare una specie di piatto di verdure, un esperimento. Mi sono resa conto, nel mentre, che avevamo finito il sale e che il cosiddetto esperimento aveva un sapore ributtante. Infine, come da manuale, ho fatto bruciare tutto il bruciabile. Risultato: pranzo a base di muffin alle fragole. Intanto ho cominciato a compilare una lista di domande esistenziali, tra cui ne spiccano due: 1) perché nel Regno Unito si trovino solo ed esclusivamente biscotti digestivi e 2) perché negli bagni inglesi debba esistere un rubinetto per l’acqua calda e uno per l’acqua fredda, così o ti congeli le mani e te ustioni definitivamente. Intanto è già Natale, torno a casa, un altro aereo.
Vista, a tal proposito, la foto di un cartellone appeso da qualche parte di Italia.
Diceva, rosso e tremolante: “Il tempo vola, ma ‘ndo cazzo va?”.
Novembre, Cardiff
Novembre 25, 2008

Ho conosciuto una ragazza, F, coi capelli corti e la macchina fotografica sempre al collo. È qui a studiare, come me, e viene dalla punta più estrema della nostra Italia: ci ha raccontato del pesce fresco sotto casa e della lentezza degli impiegati in Posta. Fotografa tutto e tutti, e non è solo bravissima, a farlo, è assolutamente unica. Poi ci sono A e W, rispettivamente libico e iraniano: sono qui a studiare e a lavorare, sembrano molto più vecchi di quello che sono, e W sono tre anni che non torna a casa. M arriva da Valencia, erasmus come noi, e scrive poesie, S è tedesco e in tre settimane di me ha capito molto di più di persone che parlano la mia stessa lingua. Lentamente ci siamo abituati al tempo pazzo, a un idioma comune, ai pub che chiudono alle undici. Abbiamo cominciato a dimenticarci di mangiare, di studiare, di mettere in ordine stanze e case. Catania. Milano. Valencia. Cardiff. Rostock. Iran, Libia, Slovenia, Stati Uniti. Posti, radici, pause da vite. Cercando di trovare un equilibrio tra ciò che si ora e ciò che si sarà diventati al ritorno: indietro in città già conosciute, affetti, il non-cambiamento cristallizzato in stand-by. F mi ha ispirato un racconto, ieri sera: davanti a una serie di scatti che la ritraevano in procinto di raparsi a zero, le abbiamo chiesto il perché. Lei ha sorriso: una sua amica, quell’estate, aveva perso i capelli per la chemioterapia e non si sentiva a suo agio. Così F, i suoi capelli, se li era tagliati tutti.
Esternazioni
Novembre 23, 2008
Pub scuro, un sabato sera gallese:
“you are so cute, and so fucking intelligent!”
Un’italiana a Cardiff
Ottobre 17, 2008
Gli inglesi sono uno strano popolo, un po’ come gli italiani. L’unica vera differenza e’ che gli inglesi non hanno la superba capacita’ degli italiani di rendere faticoso tutto. Comunque, a certe cose mi sto abituando. L’assenza del bide’, ormai, non e’ piu’ motivo di disperazione, cosi’ come la rapidita’ dei cambiamenti climatici. Lo shock e’ meno forte anche quando guardo l’abbigliamento di bambine/ragazze/donne: perennemente nude, anche quando ci sono pochi gradi, dedite ad Uggs pelosi ma magari con minigonne giro-inguine e gambe senza collant. Se in Italia una ragazza andasse in giro con tutti quei centimetri di pelle scoperta, le salterebbero addosso al primo angolo: qui, invece, e’ assolutamente normale. Non mi stupiscono piu’ gli ubriachi alle sette di sera, che camminano in gruppo, si fermano a vomitare e poi riprendono a ridere come se niente fosse. E la fissa per i travestimenti, pure: non e’ Halloween, non e’ Carnevale, eppure non ho mai visto tanti marinai, marinarette, spiderman, banane, cavernicoli, maiali, poliziotte, militari, ect. Altre cose: qui un sacco di gente va in skate, e alcuni sono dei veri e propri acrobati, e l’erba si fuma in tutta tranquillita’ per strada. Quando dico che sono italiana, e’ sempre una festa: ma che bella l’Italia, Roma, le lasagne, Lippi e Capello, la moda di Milano, Berlusconi. Domanda piu’ frequente: ma la Sicilia fa parte dell’Italia? Annuisco a denti stretti. Intanto mi godo il mio Paese attraverso gli schermi dei computer, la notte, quando torno a casa: leggo di Alitalia, veline, proteste per la scuola, morti bianche, e per un attimo ringrazio di essere qui, ringrazio la giusta distanza. Tuttavia non c’e’ come sognare di scappare e poi farlo per davvero: e capire, allora, di volere bene a quello che si e’ lasciato indietro, nonostante tutto, nonostante schifo e stanchezza. Perche’ quando spengo il computer penso all’odore della Liguria, a tutti i buoni libri, alla pizza d’asporto, alle colline delle Marche, al momento in cui Piazza San Pietro si apre agli occhi di chi arriva, e si crede a fatica che possa esistere un posto piu’ bello.
Poet’s Walk
Settembre 27, 2008
Ho davanti questo poster, comprato oggi, un venerdì pieno di sole.
L’ho appeso arrampicandomi sul letto: è la Poet’s Walk, a NY, fotografata da Henri Silberman. Forse l’essenza non deve avere per forza spessore: lo intuisco nella notte quieta di Roath, Cardiff, guardando questa fotografia e scorgendo un John Fante appoggiato sulla scrivania, la copertina appena sgualcita da un lungo viaggio in borsa, mentre camminavo per la baia.
E mi sento libera.
Not homeless anymore
Settembre 24, 2008
1) Ho trovato una casa! 2) Non ho ancora visto una goccia di pioggia 3) Ma perche’ gli inglesi non sono piu’ puliti?. Comunque: felicemente alloggiata, in attesa dei nuovi coinquilini e di un collegamento internet, sono sopravvissuta alla prima settimana di pollo e panini e chilometri a piedi. La cosa piu’ fantastica e’ il letto: gigantesco, con le gambe non riuscivo ad arrivare ai lati in larghezza! Cardiff e’ bellissima, domenica sono andata a piedi alla baia, dove invece delle spiagge c’erano dei prati da cartolina. Il mio indirizzo qui e’ 22 Alfred Street, Cardiff, e non vedo l’ora di cucinare qualcosa di commestibile. Ho bevuto la mia prima Guinness inglese e non ho ancora scritto una parola, ma rimediero’ presto. Spero anche di riuscire a postare qualche foto! (odio questi post nudi e solitari). Cheers, guys.
Lost in Cardiff
Settembre 19, 2008
Scrivo da un internet point (tastiera inglese senza accenti), persa nella pittoresca china/indian/pakistan-town di Cardiff. Il viaggio da Londra, due giorni fa, e’ stato duro, considerando che per cinque minuti abbiamo perso il pullman prenotato e abbiamo dovuto sborsare ventidue pounds per prenderne un altro … Il tutto con mille bagagli: avevo schiena e braccia rotte. La citta’ e’ bellissima, una piccola Londra piena di gabbiani e verde. Non fa freddo, al sole si riesce a stare in maglietta. Al B&B ci hanno adottato: la padrona e’ una simpatica vecchietta balbuziente (cosi’, oltre a parlare un inglese strettissimo, si mangia pure le parole) e si e’ presa a cuore la nostra disperata ricerca di alloggio. Ogni giorno si fanno chilometri a piedi, si mangia dove e quando e se capita: di questo passo mi mettero’ in formissima! Ad ogni modo sono felice e, ufficialmente, in erasmus. Ci metti un po’ a realizzare che non si tratta di una gita di cinque giorni, che dovrai stare qui per mesi: e quando lo fai, per dieci minuti, e’ spaventoso. Poi passa tutto. I momenti di sconforto ci sono (soprattutto quando passi la giornata a trovare una casa e NON la trovi), ma ho provato la serenita’ piu’ pura. Sul pullman, per esempio, attraversando un grande ponte sull’imboccatura del mare, dove il prato finiva direttamente nell’acqua e i cavalli se ne stavano li’, completamente liberi. E davanti al Cardiff Castle, appena viene la sera, pieno di luci e bandiere e alberi curvi.







