Fame e tregue
Giugno 11, 2009
Mi chiedo, spesso, se davvero i luoghi siano tregue, come qualcuno, una volta, ha scritto. Tregue da cosa, poi? Beati i calmi di cuore, che non sentono mai la necessità di partire: beati coloro che sanno stare, e per cui lo stare non è solo un temporaneo rimanere – che tante volte ha l’amara accezione di una spugna gettata – ma significa esistere. Li ammiro, forse un po’ li invidio. Feriscono di certo meno se stessi, e chi li ama: non portano avanti una vita di cicatrici, le cicatrici che procurano le attese, le partenze e, soprattutto, i ritorni. A volte, mi capita di pensare che non starò bene in nessun luogo, mai. Non ricordo quando questo disagio è cominciato: potevo avere forse nove anni, e tra le mani un’edizione ingiallita de “La freccia nera”; oppure poteva essere stata una delle centinaia mattine di gennaio, spesa in un aula di scuola con le cartine geografiche appese storte e la sensazione che non poteva essere tutto lì, che non doveva essere tutto lì. Dicono che si ama, spesso, quando si ha perduto, o quando si è costretti lasciare: mi domando se sarà così anche per me, se solo quando i ritorni ai luoghi e alle persone non saranno davvero più possibili, allora potrò sedermi e provare dolore e poter raccogliere, tra gola e occhi, una pace corposa, una nostalgia appena venata di rimpianto. Sono sempre stata un’inquieta, e lo sono ancora: dove vuoi andare, mi dicevano (mi dicono), e perché, e un po’ mi sentivo in colpa, in realtà non avevo nulla, da cui scappare. Anzi: un’infanzia bellissima e un po’ selvatica, l’amore puro e intelligente di una famiglia compatta, di persone che avevano riempito i miei pomeriggi di libri, film e partite a pallone, estati di mari liguri e Topolini sgualciti dall’acqua salata e un nonno che comprava paste in paese, e poi le nascondeva per casa, e noi dovevamo cercarle, eccitati, mentre fuori la sera di riempiva di buio, zanzare e dolcezza. Dove vuoi andare, perché: e quando ti fermi, perché non puoi pensarti senza punti certi, non puoi vivere di aerei e treni e programmi abbozzati sul retro di volantini pubblicitari. E io che non sapevo cosa rispondere: lo so ora, forse, ma non sono risposte, hanno più la rancorosa necessità delle rassicurazioni. Non lo faccio perché non vi amo, non lo faccio perché non ho avuto niente: eppure nemmeno il tutto, mi basta più, nemmeno voi, ma per favore provate a perdonare, se non riuscite a capire. Alcune mie scelte – me ne rendo conto solo a posteriori – sono nate proprio da questo disagio senza nome: all’università, lingue e non lettere, e non per un talento particolare, ma solo per fame. Fame di posti, viaggi, incertezze, accennate possibilità di fughe. E l’Erasmus, poi, e i viaggi spedalati in novembre e aprile: amo l’idea di poter parlare quattro lingue, non le quattro lingue in sé. Ho bisogno dell’idea che un pomeriggio di pioggia, a Londra, Madrid o Budapest, potrò sedermi al tavolo di un bar e chiacchierare di politica, cinema, libri, stupidaggini e cibo. Potrò comunicare, capire. E che mai dovrò farmi bastare un luogo solo. Ma le persone, mi chiedono. E dove metti le persone. I legami, le amicizie, l’amore: nessun posto è fatto solo di piazze e qualità di cielo. Quindi perché. Perché la sofferenza del distacco, perché il timore della solitudine. Alcune di queste cose, vi risponderei, ce le ho già: un po’ nel sangue, forse, un po’ nell’urgenza della scrittura. Se leggere è un’azione solitaria, scrivere è la quintessenza della solitudine. Uno degli atti più umani possibili – l’espressione scritta – è connotata di assenza: l’intero mondo, là fuori, esiste solo attraverso chi scrive, e la condivisione arriva solo a posteriori. Tolstoj l’ha messo per iscritto, ed è un po’ ironico, a pensarci bene: la felicità è reale solo se condivisa.

Non-post
Agosto 8, 2008
Del tuo ultimo tempo senza colore,
delle tue arringhe senza popolo,
della tua vasta legge d’amore
che da ozi e digiuni,
girando intorno a una grande solitudine
hai scoperto il baricentro del cuore,
o mio sudato amore senz’arte
che mi hai fatto le carte del pudore.
(V.Capossela)
Questo è non-post. Un po’ perché, in realtà, non so esattamente cosa voglio dire, e in questi casi si usa suggerire, parafrasando un antico detto, l’intelligenza del silenzio, per non scrivere con l’unico scopo di dare aria alla tastiera. Sta di fatto che in questi giorni ho caldo, non leggo, non scrivo, non studio. Elettroencefalogramma quasi piatto, se non fosse per le ripetizioni di latino di mattina, musica, Friends e uscite. L’umore è altalenante, il tempo dilatato in mille attese: tra un mese si parte, il mio personale salto nel buio, e intanto mi fanno già pensare al 2009 per un’importante e felice ragione, certo, e però io vorrei tenermi stretto questo oggi. Questo oggi, non l’anno che verrà.
Agosto è un mese pieno di sonno e zanzare. Avrei voglia di prendere un treno e andare dove dico io, ma mi sono scoperta sensata anche quando avrei pagato, pur non di non esserlo. Sensata e razionale e, come sempre, malinconicamente attaccata alle cose più complicate e sfuggenti. Ma va bene, non fa niente. Questo, come da incipit, è un non-post. Ora contaminerò il mio blog con queste idiozie (non le prime, non le ultime), mi farò del male ascoltando gli Oasis e poi uscirò nell’aria spessa e bollente di questa pianura. Tra un paio di giorni corro a rivedere il mare, lasciando computer e libri a casa: provo a immaginare l’odore della sabbia quando è sera e sulla montagna hanno bruciato l’erba secca, il rumore acquoso delle stoviglie nel lavandino sbeccato, mia nonna china sul libro e il vino trasparente del bicchiere, vicino al telecomando sporco di caffè.
Venerdì pomeriggio
Maggio 16, 2008
Camminare sotto il diluvio, e pensare che non smetterò mai di crederci.
Le persone sono i princìpi per cui lottano.
Non è un Paese per Giusti
Maggio 11, 2008
Apriti cielo: per chi non avesse letto i giornali o sentito l’ultimo tg, un ennesimo polverone ha investito la Rai – nella fattispecie Rai Tre, nella fattispecie la trasmissione “Che tempo che fa” di Fabio Fazio – e le più alte cariche politiche – in prima linea il Pdl, appoggiato anche da tutto il Pd, quindi destra e sinistra insieme – si sono scagliate contro le dichiarazioni di Marco Travaglio. Motivo? Intervistato ieri sera da Fazio, Travaglio ha raccontato dei presunti legami mafiosi di Schifani (ora seconda carica dello Stato), con la sua celebre assenza di peli sulla lingua e ironia feroce. È successo il finimondo: Maurizio Gasparri ha accusato Travaglio di condotta diffamatoria, ha parlato di uso politico della televisione pubblica e il direttore generale della Rai Cappon ha promesso provvedimenti seri. Questo il sunto degli avvenimenti. E queste le dichiarazioni incriminate di Marco Travaglio: <<Una volta avevamo De Gasperi, Einaudi, De Nicola, Merzagora, Parri, Pertini, Nenni, Fanfani. Uno passa tutta la trafila e poi vede Schifani e dice: “C’è un elemento di originalità”. Seconda carica dello stato Schifani: mi domando chi sarà quello dopo, la muffa probabilmente, il lombrico. Dalla muffa si ricava la penicillina tra l’altro, era un esempio sbagliato>>. Che poi ha aggiunto: <<I politici comandano sulla televisione… intanto stanno cercando di far fuori Anno Zero mettendo insieme Commissione di vigilanza, Cda e Autority, tre organismi che tappano la libertà d’informazione … è chiaro che se il clima politico induce a un rapporto di distensione tra l’opposizione e la maggioranza, e Schifani ha avuto amicizie con dei mafiosi, non si scrive che Schifani ha avuto amicizie con dei mafiosi, perché non lo vuole né la destra né la sinistra… ma io devo fare il giornalista, devo raccontarlo…>>. Quindi: il Governo e l’opposizione hanno fatto fronte unito (l’unico a difendere Travaglio è stato Di Pietro, dicendo che il giornalista “ha solo riportato i fatti”) e il direttore di Rai Tre si è dissociato dall’accaduto.
Da parte mia, ho riascoltato l’intervista incriminata (reperibile su YouTube) e ho fissato il muro bianco davanti a me per un tempo lunghissimo. Ho pensato che, da bambini, ti insegnano a rispettare gli altri e quello che pensano e dicono. Che, sempre da bambino, ti parlano di libertà e ti fanno scrivere che è il diritto più intoccabile, e poi impari anche che la democrazia è bella e giusta e sacra, sempre. Ho pensato a questa, di democrazia. La mia. La nostra. La loro. E poi mi sono detta che questo Paese non assomiglia per nulla a quell’idea che ho studiato sui libri, che la libertà ha imparato addirittura a zoppicare, pur di non soccombere.
Eleggiamo, per le più alte cariche dello Stato, individui su cui pendono processi e accuse comprovate, prescrizioni in extremis e accordi sottobanco, e tutto questo accade qui, in Italia, non in Burundi o in Iran, ma qui, fuori dalle nostre case, sotto la luce del sole, ed è risaputo, comprovato, accertato. Ma ormai non importa più a nessuno. Marco Travaglio ha la ferocia dell’informazione ingabbiata, del cittadino rigoroso: quando riporta fatti scomodi, gli interessati parlano di diffamazione e ricorrono alle querele, e i media che ospitano i suoi interventi – siano via etere o per mezzo scritto – diventano automaticamente oscure armi di persecuzione politica, in mano a chissà quali ombrosi manovratori. Domani mattina, forse, scopriremo cosa accadrà a Travaglio, a “Che tempo che fa” e alla Rai.
La settimana prossima, invece, non ci ricorderemo più niente, e scenderemo a comprare il pane, andremo al lavoro, a scuola, al bar, perché in fondo abbiamo le nostre quattro mura, un reddito e una famiglia. Tutto come al solito. Di quella libertà – la libertà di accorgersi se qualcosa non va, di indignarsi senza morse alla bocca – ci importerà ancora solo se qualcuno verrà a scalfircela di persona. Lassù, intanto, andranno avanti senza guardarsi indietro. Perché in fondo, quelli che lassù ci stanno, li abbiamo accettati e legittimati.
Il diritto al rigore è una traccia sbiadita: lamentarsi è lecito e piacevole, il pretendere trasparenza, rispetto, legalità e libertà è diventato solo intransigenza. Insensata, tra l’altro. Chiassosa.
E il silenzio prende questo Paese per la gola, mentre aspettiamo albe atomiche che non verrano mai.
L’Italia s’è …
Aprile 14, 2008
La quieta indisciplina del riordinare
Marzo 31, 2008
la quieta indisciplina del riordinare: ho spalancato ante, fatto scorrere cassetti, impilato mucchi sul parquet. Mi sono rivista in tutte le carte e le ossessioni. Perchè io sono quella che tiene tutto – dagli scontrini ai biglietti del cinema -, quella che non ha il coraggio di buttare via nemmeno i calendari passati (motivo per cui ha smesso di usarli del tutto da un po’), quella dei ritagli di giornale che hanno un decennio, e dei Corrieri Della Sera tenuti per intero solo perchè c’era un bell’articolo. Sono quella che mette ordine una volta ogni quattro mesi, leale alla filosofia del per far sparire il caos basta nasconderlo in armadi e cassetti. Un ordine apparente che dura al massimo dieci giorni, ovviamente. E sono quella che si affeziona alle posizioni dei libri, alla pagina del blocknotes rimasta aperta per più tempo, alle carte delle caramelle. La quieta indisciplina del riordinare ha in sè la nostalgia degli oggetti e l’irrazionalità delle persone: e scrivo questo stamattina, sul retro del volantino pubblicitario di una copisteria, durante la lezione del lunedì di Filologia Romanza, il professore con maglione arancione e capelli sale e pepe che parla di mutamenti fonetici e neogrammatica, e fuori nebbia, silenzio, tempo, polvere.
Ieri, embè
Marzo 20, 2008
Ieri, metà mattina, Pavia: una piazza affollata, un sole insperato, borsa a tracolla (che pesa trenta chili perché dentro c’è la Norton Anthology), occhiali scuri, bandiere che si agitano. Sì, sono a sentire Walter Veltroni, sfrutto un buco di lezioni e un affaccio di primavera. Sto in questa piazza perchè voglio provare a sentire cosa dirà, non sono molto convinta, non faccio altro che sparare battute velenose, rido dei vecchietti che muovono le bandiere del Pd: sono piena di un sarcasmo tanto feroce che quasi mi stupisco, anche se la mia disillusione la conosco bene. Ad ogni modo, qualche minuto dopo le undici, arriva Veltroni: attraversa la piazza in mezzo a uno scroscio di applausi, in sottofondo la voce gentile di Jovanotti in “Mi fido di te”, poi sale sul palco. Prendo in giro anche questa entrata, definendola “una passerella da velina”, poi dopo un paio di interventi di personalità pavesi (tra cui uno straordinario ometto di novantasei anni, ex comandante partigiano e conte), Walter prende la parola, io ingoio il mio sarcasmo e ascolto. Ascolto tutto. Fino alla fine. Sta di fatto che, a un certo punto, mentre un entusiasta settantenne si agita accanto a me, sento un nodo alla gola: uno di quelli che ti bloccano il respiro, che fanno pungere gli occhi. Perché? Perché mi piace quello che sto ascoltando, forse. Perché ho la dolorosa voglia di crederci. Di credere che l’uomo che ho davanti è davvero come si mostra: un politico che parla a braccio, che cita Sean Penn e Into the Wild, senza esaltazione, senza polemica, senza ironia gratuita. Ho un nodo alla gola, e questo nodo dura finchè Veltroni non finisce, e allora mi accorgo che sono stanca di pensare che la sfiducia a priori sia l’unica soluzione per non farsi fregare. Penso che ho vent’anni e le decine di anziani che mi stanno attorno – occhi lucidi e mani scorticate per gli applausi – hanno più entusiasmo e speranza di me. Penso che è bello vedere tanti giovani a un comizio. Penso che, forse, non voglio solo votare il meno peggio, ma quello che davvero ritengo sia il meglio. Mi pungono gli occhi, mentre mi promettono un cambiamento reale, mentre mi giurano che fare un’altra Italia è davvero possibile. Alla fine parte l’inno nazionale: in tanti cantano, io non riesco. Un passo alla volta, è meglio. A Pavia il sole è caldo, il vento quasi non sfiora. È da quando avevo quattordici anni che non sento una cosa del genere: voglio provare a non fare l’italiana i-politici-fanno-tutti.schifo, ho voglia di piantarla con le mezze parole e la disillusione a contratto. Voglio poter dire che voterò perché ci credo. È una questione di fiducia, lo so bene: la delusione è dietro l’angolo, sempre. Però, per una volta, ci credo. E non me ne frega niente se qualcuno mi dirà che quest’uomo è un politico, che in fondo sa fare il suo mestiere e che mi sono fatta abbindolare: voglio credere alle buone intenzioni, al fatto che la politica possa non essere un mestiere. Voglio avere l’entusiasmo del settantenne che sventola la bandiera e ogni tanto me la da in testa. Voglio non vedere il marcio dietro a ogni cosa. Lo rivoglio, quel diritto che mi hanno strappato: il diritto di crederci.
Almeno un po’.
I’ve got my indignation
Febbraio 29, 2008
Stanchezza.
Certe cose non cambiano mai: certe ipocrisie, certi menefreghismi, certe contorsioni di viscere. Nella mia Università, nel corso di Spagnolo, ci sono dei grossi problemi: problemi di organizzazione, essenzialmente, che durano da due anni e di cui tutti, me inclusa, si lamentano. Due anni di borbottii, facce contrariate, sfoghi con chi ha l’accortezza di ascoltare e vorrebbe aiutare, ma non ha i mezzi. Ora ci si prospetta l’occasione di fare qualcosa in concreto, come sarebbe nostro pieno diritto. Una petizione, una raccolta di firme, tutto in trasparenza. Le ragioni, per firmare, sono le stesse che hanno provocato le lamentele di questi due anni. E cosa succede? Tutti, o quasi, si tirano indietro. Per paura di mettere il proprio nome sulla bianca carta della protesta, paura per il responsabile del Corso, docente noto per sfuriate e carattere talvolta difficile. Sono stanca: stanca di masse lamentose e dedite al j’accuse che, però, quando si tratta di esporsi per quel che è giusto e legittimo e – per una volta – davvero concreto, non hanno il coraggio delle proprie azioni. Mi domando il perché. Anche se lo so, in fondo. Il perché è che sono terrorizzati dalle possibili ritorsioni di questo docente, ritorsioni che non ci saranno, perché non siamo al liceo, non siamo in un lager, siamo in una libera università pubblica, dove paghiamo tasse, dove il diritto allo studio è il primo diritto. Eppure, tutti spariscono. E io penso: stiamo parlando solo di un corso di spagnolo. Realisticamente parlando, a questo punto, comprendo nel mio piccolo come mai questo Paese va a rotoli. Perché è così, si parte dai contesti più ristretti, dalle responsabilità più leggere, da un semplice corso di spagnolo. E la gente resta fedela a stessa, racchiusa nella propria alcova, interessata soltanto al proprio tornaconto, alla seppur vaga paura di poter, in qualche maniera, venire danneggiata. Non mi stupisco, più, ma l’indignazione resta la stessa. La sensazione di impotenza, anche. Abbiamo quel che ci meritiamo, dopotutto. Siamo ipocriti, incapaci di difendere a testa alta cioè che pensiamo, ciò in cui crediamo, le nostre richieste di cambiamento.
Io, per molte cose, mi butterei nel fuoco. L’ho fatto, nel mio piccolo: subendo le conseguenze, ma non mi sono mai pentita. Qui, invece, fa paura il semplice fantasma di una bocciatura, di uno sguardo accigliato, di un piccolo scossone. E sono solo fantasmi.
Kurt’s Sweater
Febbraio 5, 2008
Ieri mi è tornato un mente un recente Mtv Unplugged, visto una sera di qualche settimana fa, sprofondata nel divano, un mal di testa feroce a spegnermi il cervello. Era sui Nirvana, c’erano un palco pieno di fiori, Kurt Cobain bello e triste, con un maglione verde addosso e la bottiglia di birra accanto allo sgabello. Avrà sorriso tre volte in tutta l’esibizione. Esibizione datata 1993: non molto tempo dopo si sarebbe sparato in testa. Mi è rimasta la sensazione di quel maglione verde che doveva pungere un sacco, la melodia vagamente martellante di Where did you sleep last night, il pubblico composto, la fatica dei sorrisi di Cobain. Ho pensato che alla fine è così, siamo quello che facciamo punto e basta. E questo futuro che non inizia – come saggiamente ha scritto un’amica – acuisce il sentore che la strada sia troppo stretta, troppo dritta, troppo programmata. Ho pensato che dopotutto è vero quello che un film ha detto, e cioè che la vita è tutto un fottuto concorso di bellezza dopo l’altro. Ho voglia di buttare via i tacchi su cui inciampo, i pezzi di carta senza cui, per tanta e troppa gente, non si vale assolutamente niente e che imbrigliano di inerzia e attesa giorni, ore, minuti. La gratitudine verso il privilegio c’è, ma lo smarrimento ha imparato ad essere acuminato quasi quanto credevo fosse il buon senso. Un po’ sarà il Paese dove vivo, dove tutto è bello e tutto è inutile, dove tra meno di tre mesi andremo a ipotecare ancora il futuro. Un futuro che sembra ripetersi di continuo: stesse facce, stessi problemi. Di buono c’è che oggi ho imparato a fare la torta ai Mars, da più di tre giorni non associo l’idea di prendere il volo con quella di non tornare più e il sole, stamattina, ha sfilacciato nebbia e pioggia. Di buono c’è che la rabbia vince di ferocia sullo sconforto: stanca davvero di essere stanca. Sono quello che faccio, e ho paura che se non potrò più farlo smetterò di essere chi sono.
Ma dovranno prendermi e infilarmi a forza il maglione verde di Kurt Cobain per costringermi.
E io corro veloce.
Molto più di tutti loro.








