Non-post/2
Agosto 20, 2008
Per una serie di profondissime ragioni, questo non-post è fratello di quello di sotto, solo la sua faccia più gioiosa e menefreghista. Avrei potuto assecondare riflessioni e poesia, e postare Oasis/De Andrè/Leonard Cohen. E invece no: oggi ho solo voglia di Checco Consoli. Enjoy it.
Non-post
Agosto 8, 2008
Del tuo ultimo tempo senza colore,
delle tue arringhe senza popolo,
della tua vasta legge d’amore
che da ozi e digiuni,
girando intorno a una grande solitudine
hai scoperto il baricentro del cuore,
o mio sudato amore senz’arte
che mi hai fatto le carte del pudore.
(V.Capossela)
Questo è non-post. Un po’ perché, in realtà, non so esattamente cosa voglio dire, e in questi casi si usa suggerire, parafrasando un antico detto, l’intelligenza del silenzio, per non scrivere con l’unico scopo di dare aria alla tastiera. Sta di fatto che in questi giorni ho caldo, non leggo, non scrivo, non studio. Elettroencefalogramma quasi piatto, se non fosse per le ripetizioni di latino di mattina, musica, Friends e uscite. L’umore è altalenante, il tempo dilatato in mille attese: tra un mese si parte, il mio personale salto nel buio, e intanto mi fanno già pensare al 2009 per un’importante e felice ragione, certo, e però io vorrei tenermi stretto questo oggi. Questo oggi, non l’anno che verrà.
Agosto è un mese pieno di sonno e zanzare. Avrei voglia di prendere un treno e andare dove dico io, ma mi sono scoperta sensata anche quando avrei pagato, pur non di non esserlo. Sensata e razionale e, come sempre, malinconicamente attaccata alle cose più complicate e sfuggenti. Ma va bene, non fa niente. Questo, come da incipit, è un non-post. Ora contaminerò il mio blog con queste idiozie (non le prime, non le ultime), mi farò del male ascoltando gli Oasis e poi uscirò nell’aria spessa e bollente di questa pianura. Tra un paio di giorni corro a rivedere il mare, lasciando computer e libri a casa: provo a immaginare l’odore della sabbia quando è sera e sulla montagna hanno bruciato l’erba secca, il rumore acquoso delle stoviglie nel lavandino sbeccato, mia nonna china sul libro e il vino trasparente del bicchiere, vicino al telecomando sporco di caffè.
Dublin/3
Agosto 3, 2008

Ora tutto è come lo si è lasciato, e continueranno i giorni, i mesi, gli anni.
Mi restano queste sensazioni sotto la pelle, il sapore buono dei ricordi e il dolore degli arrivederci. Mi restano le notti che finivano nei giorni, l’inglese più fluente dopo la terza birra, la risata contagiosa e gli abbracci di Fran(cisco), il calore di Temple Bar, quei tre bicchieri filati di pura vodka russa, i dibattiti calcistici e musicali, le russe Elena, Daria e Jany scatenate sulla pista da ballo, le cheesiest chat-up lines sperimentate ogni sera, la cena internazionale con piatti italiani, ungheresi, spagnoli, arabi e russi, Marco il marpione e gli abbordaggi di Salvatore, Antonio da Sevilla che snocciolava proverbi veneti con accento spagnolo, il come on di Hassam e il suo sorriso che era un tutt’uno con gli occhi, un orribile pollo rosso di spezie, St.Stephen’s Green la domenica, la gentilezza degli irlandesi, Gabor il silenzioso – che s’illuminava solo con whisky, birra e sigarette -, Esperanza e il suo pianto prima della partenza, Caio da Sao Paulo che veniva in aula con le pedule, il Trinity College di sera, i barattoli di spaghetti precotti e conditi, i brindisi in quattro lingue, Carlos e Alejandro, le camminate sotto la pioggia, il cinema di martedì, il tassista corrotto, la mia sveglia che non era suonata la mattina della gita, Frank Sinatra urlato un pub scuro e pieno di vita. È tutto qui e fa bene e male, ed è passato così poco.
Mi resta Dublino tutta, un tempo ristretto e dilatato, l’intensità di ogni minuto.
Mi resta lui, occhi gentili di Budapest, e il nostro trovarsi immediato, tanto illogico e senza futuro, mi restano le nostre chiacchierate, i miei zoppicanti tentativi di ungherese, le birre offerte, la dolcezza di ogni gesto, il suo odore caldo di felpa e tabacco, il doppio arrivederci con la gola bloccata davanti a un fast food e poi al cancello immerso nel buio, alle quattro di un mattino umido, la valigia che non scorreva sull’asfalto e il taxi che aspettava, sotto una pioggia sottile.
Dublin/1
Agosto 2, 2008
In piedi da più trentaquattro ore e in Italia da meno di dieci, ho addosso una nostalgia feroce. Dublino era odore spesso di birra, fiori gialli in Grafton Street, musicisti con la voce roca, gentilezza, autobus gialli, acqua troppo cara, Trinity College, diluvi improvvisi, pasta scotta, gare di pinte alle goccia, U2 urlati a squarciagola, la dolcezza di un ragazzo ungherese, il tempo veloce, le chiacchiere in spagnolo, il gay biondo e senza denti, sigarette invidiate, vento gonfio di freddo e sole, tre ore di sonno a notte, le lezioni mai mancate, mocassini rossi da sbirciare, quel see you later rassicurante e morbido, la scoperta della Smithwicks, tre bicchieri di pure russian Vodka, Pavese sfogliato con la città addosso alla finestra, spaghetti spezzati da una madrilena nervosa, il mare solido del sud, gli abbracci, i cheers di bicchieri scontrati, una cena internazionale, foto sfocate, l’odore buono di lui, caldo di felpa e tabacco.
Cerco di dare un nome a sensazioni che un nome non possono avere, in nessuna lingua del mondo.
Chimiche
Maggio 24, 2008
Guardo fuori dalla finestra spalancata: vedo la stessa casa che avrei visto anche quindici anni fa, se avessi rivolto gli occhi nella medesima direzione. Non è cambiata la vernice delle grondaie, e nemmeno l’arancione quieto delle pareti. E mi domando cosa sono i luoghi, e quando smettono di essere luoghi e diventano posti. Provo a guardare oltre il davanzale, oltre la casa arancione, oltre le punte dei pini, oltre il fiume, il ponte, la città raggrumata sotto i tetti, la fine della pianura conosciuta. Ma non ci arrivo. Stamattina sei arrossito per una battuta maliziosa a nostre spese sussurrata da una sconosciuta, e hai fatto constatazioni sull’effetto che posso avere sugli uomini. E io sto imparando a credere alla chimica e all’assenza di pensiero. Almeno un po’. Almeno per ora.
Hard Times (il mestiere di vivere, però, ho incontrato)
Aprile 17, 2008

Oggi giornata di sole, a Mantova, e di pioggia, a Lodi.
Ho avuto il piacere di discutere di sorti universali e problemi dell’umanità con sveglissimi bambini di quinta elementare, di sfogliare Pavese appena comprato vicino alla fontana di un parco con la ghiaia rossa e di pedalare sotto il diluvio senza sentire né freddo né stanchezza. È un aprile di fuoco, pieno di turning points. Intanto, forse, si andrà a Cardiff. E penso al fatto che, a quanto pare, per cinque mesi mi alzerò al mattino vedendo una baia e il mare, e che un po’ tempo lontano da qui sistemerà i miei rapporti con questo Paese. Sono intossicata, delusa, arrabbiata. La politica, oggi, ha l’ineleganza e il chiasso dell’ignoranza urlata, di una cecità voluta. Eppure esiste, e non posso fingere che non sia così. Mi tiro fuori dagli Italiani che hanno scelto i tempi che avremo, e anche se non so affatto chi sono – sigle, partiti, schieramenti – so con sicurezza chi non sono. Chi non sarò mai. Fortuna che tra poco si corre in Liguria, gli esami sono agli sgoccioli e la parole escono sempre senza difficoltà. Fortuna che, forse, ho incrociato un’ombra simile alla mia, di cui cucio i sorrisi, le battute, le somiglianze. Il mio roteare ha rallentato, si è aggrappato al profilo accennato di qualcuno che appena conosco, e tanto sembra capace di non farmi scappare. Per ora basta.
Penso alla Liguria, al Galles, a Roma.
Alle mie storm-mates Ele, Ari, Vale, Anna, Ila: quelle di Sergio Cherubini, di Navarro Balsamo, di “era a lezione di gaelico” e di nero cervino. Alle valchirie dei chiostri di Pavia – una, in particolare, piena di riccioli e voglia (che non aspetta altro che esplodere) di venirmi a trovare a Cardiff – .
A F, educatore umano, politico e fantascientifico.
E a C., che forse. Forse.
Piratesse mancate (nostalgiche riuscite)
Marzo 13, 2008
Mi sono presa anche io una bella influenza, alla fine. L’ho fatta in piedi, senza smettere di andare e venire, ma anche la mia salute di acciaio si è piegata a questo marzo assurdo. Oggi, tanto per cambiare, c’era un sole quasi abbacinante, magliette per le strade, caldo impregnato nell’aria. Oggi, per l’ennesima volta, durante il viaggio, mi è venuta un’atroce voglia di mare. Credo di essere un pirata mancato: si spiegherebbero il mio non avere mai freddo, il rapporto viscerale con l’acqua, il rifiuto di portarmi dietro l’ombrello anche quando è palese, che pioverà (ma i pirati lo sapevano, cos’era un ombrello?). Sono giorni mordi e fuggi, questi: non faccio altro che correre da una parte e all’altra, questo fine settimana sarò per due volte a zonzo a parlare – sforzandomi di non tirare fuori solo monosillabi – e soltanto stamattina ho avuto l’abbagliante epifania: devo cominciare a studiare seriamente. Però non lo faccio. Come al solito. Scrivere-rimuginare su scelte fatte-educazione a Eddie Vedder-cinema cavato fuori da libri. Poi domenica riparte la Formula Uno: da brava ragazza-maschio forse avrò la forza di alzarmi alle cinque del mattino per guardare la Ferrari. Intanto ieri ho compiuto vent’anni e mezzo: bisogna essere un po’ cretini per tenere il conto anche dei “mezzi”. Io, però, lo faccio da sempre: vent’ anni e mezzo, poi in vari test psicologici salta fuori sempre che mentalmente ne ho diciotto. Tra meno di un mese si vota e ho deciso di votare: comunque, soffocando la nausea. Silvietto (Berlusconi) l’altro giorno ha platealmente stracciato il programma del Pd: scena buffa, la settimana scorsa aveva sbraitato che il Pd l’aveva copiato proprio dal suo, il programma … Intanto, tra le buone cose di questa settimana, si annoverano: una bella lezione su Byron, mio sorella e io che smontiamo la Tatangelo siliconata per siliconata, una vaga prospettiva spagnola, una più concreta inglese, Vale che mi fa un bellissimo discorso su Umberto Galimberti e gioventù (bella testa bionda, altro che insipida), la stanchezza che non sento, qualcuno che – forse – reciterà qualcosa che ho scritto io. Per chi volesse sfruttare il mio buon umore, il numero di cellulare è reperibile presso la già citata (sotto) associazione culturale.







