Ho scattato una fotografia
Novembre 4, 2009

Ho scattato una fotografia, prima che il barcone attraccasse, alzando uno stormo stupito di gabbiani.
Il risultato è una nuvola di mare e bianco, il cemento del porto sfumato sullo sfondo: da quasi un’immagine di pace, di compostezza. Invece, là sopra, sono tutti morti. Settantaquattro cadaveri, riversi dappertutto: tra qualche minuto cominceranno a portarli sulla riva, uno ad uno. In genere c’è un poliziotto che tiene il corpo per le braccia e un altro che lo tiene per le gambe: ricorda un po’ il modo in cui gli amici ti afferrano scherzosamente, in spiaggia, per buttarti in mare, e tu non puoi liberarti, e finisci nell’acqua. Settantaquattro morti, un solo barcone, una sola città, un solo dicembre: i dicembri siciliani hanno un che di dolente; nel modo in cui il mare diventa grigio perla, nel modo in cui il vento si carica di sale e gelo. I dicembri italiani, invece, somigliano a tutti gli altri mesi. Eccoli qui, i primi sette corpi: intorno alle teste un’aureola di sabbia umida; presto porteranno i lenzuoli, il pudore, in questi casi, si fa quasi più insistente della pietà. – Tu, ti levi da lì?-. Ubbidisco. Lascio posto a un’altra carrellata di cadaveri. Ho il passo appesantito dei miei cinquantacinque anni, dei troppi arancini, delle troppe sigarette. Di mestiere facevo il fotografo, ora non lavoro più. Non ce n’è, di lavoro. Per fortuna i genitori di mia moglie hanno parecchia disponibilità economica, e ci passano qualcosa ogni mese. Stamattina sono capitato qui quasi per caso, rincorrevo il pallone di mio figlio. Mio figlio ha solo otto anni, l’ho avuto tardi, quando ormai pensavo non ne avrei più avuto l’occasione. Rincorrevo il suo pallone, stavamo giocando nel parchetto che dà sul porto, e un mio tiro ha scavalcato la rete. Gli ho detto aspettami, torno subito. E sono arrivato fino qui. Il pallone era finito sulla spiaggia accanto al molo. Ho visto la nave sbucare dalla foschia, e mi sono fermato a guardare. L’ho vista bucare l’aria e fermarsi contro i blocchi di cemento; la polizia, la Marina e le ambulanze erano già lì, ad aspettare. Così come tutti quei giornalisti. Con il pallone sottobraccio, mi sono avvicinato. Ecco perché sono qui, con la macchina fotografica nella tasca e la palla di mio figlio, e guardo settantaquattro uomini morti toccare il suolo della loro agognata meta, questa meravigliosa Italia invernale.
Perché ci hai messo così tanto, papà?, mi chiederà mio figlio.
Il mare è calmo, l’aria è fredda e ferma: c’è odore di corpi in decomposizione, odore di carburante. Poi all’improvviso succede qualcosa: c’è un uomo in più, l’emigrante numero settantacinque. Qualcuno grida, qualcuno scende da un’ambulanza con una lettiga. È vivo, disidratato e debolissimo, ma vivo. Lo accompagnano sulla spiaggia, un paio di medici si chinano su di lui. È fortunato, ad essere vivo. Lo cureranno. Lo rimetteranno in sesto. Lo incrimineranno per il reato d’immigrazione clandestina. Potrà sempre stare al caldo: prima in un ospedale, poi in un centro d’accoglienza, poi in una galera. Davvero un uomo fortunato.
Torno da mio figlio con il pallone sottobraccio e la macchina fotografica in tasca. Lui ha otto anni, e mi chiede cos’ho fatto tutto quel tempo. Alle nostre spalle, verso il porto, un altro stormo di gabbiani si solleva da terra, infrangendosi contro il cielo. Cos’ho fatto, tesoro? Ho scattato una fotografia, questa mattina, della mia bella Italia.
Rabbie
Aprile 28, 2009
Due parole in questi giorni di pioggia e vento: sono nervosa, abbastanza arrabbiata e tendente agli sbalzi d’umore. Tutto l’opposto di quello che sono normalmente, insomma. Ho la sensazione di galleggiare, di essermi attorcigliata in un gomitolo di attese. Come se trattenessi il respiro ventiquattr’ore su ventiquattro. I perchè – e sono un bel po’ – li so, circa il come uscirne, invece, ho qualche difficoltà. Sono, soprattutto, arrabbiata: e questo non mi capita spesso, in genere sono una persona pacifica e abbastanza serena. E la rabbia che provo, infilzata tra un giorno e l’altro, è discreta e sottile, ma non per questo meno logorante. E sono arrabbiata per un sacco di motivi. Sono arrabbiata per la pioggia, per le raccomandazioni all’università, per chi mi manca e non è qui, perchè ho appena finito “Lotta civile” di Antonella Mascali e l’Italia mi sembra ancora di più una jungla di arretratezze, violenza e indifferenza, sono arrabbiata perchè i treni sono diventati ancora più cari, perchè non mi sento tranquilla in nessun posto, perchè il Papa usa troppo la bocca e molto poco gambe e cervello (molto bello il calice offerto per i funerali di Stato all’Aquila, davvero un gesto carico di voglia di confortare), sono arrabbiata per i kebab e i gelati e le focacce che qui, in Lombardia, non potremo più mangiare per strada.
Comunque, settimana prossima si va a Macerata: presentazione di “Tu che te ne andrai ovunque” alla Mondadori di Corso della Repubblica, martedì 5 maggio ore 18.
Voi che avevate voci potenti
Marzo 21, 2009
voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo
Indignazioni e puttane
Marzo 8, 2009
La capacità d’indignarsi viene da lontano. Viene da un luogo che non conosce la stanchezza, che non conosce l’indifferenza. Alcuni, questo talento, lo perdono per strada, prosciugati da eventi, immobilità varie e tristezza. Altri se lo tengono stretto, al riparo da ogni scalfittura. Questo marzo non è diverso da altri mesi, ma forse c’è più forza: mi tengo aggrappata alla mia capacità d’indignarmi, e dovranno scuotermi con tutta la violenza che possono, per farmi credere che non ne vale la pena, se vogliono che io lasci la presa. Ma la mia vita non è una puttana con le gambe spalancate, non è nata per farsi fottere in silenzio. Io resto aggrappata alla mia indignazione. Per quanto forte loro possano scuotermi, non lascerò la presa.
Io devo
Febbraio 11, 2009
Iniziare a scrivere, d’istinto. Perché io leggo, io penso, io devo. Come noi tutti, qui, oggi, nell’annuciarsi gelido di un febbraio faticoso: già ora, che è solo martedì, che è solo un inizio. È come un puzzle doloroso e scomposto, questo nostro Paese. È una girandola di contraddizioni e silenzi, è lo sbranarsi a vicenda di gente che non riconosce più quali sono i momenti in cui ci si dovrebbe ricomporre in una dignitosa civiltà, e quelli dove il chiasso può essere accettato come manifestazione di libertà. No, noi stiamo precipitando. Siamo tristi, siamo spaventati, questo martedì di febbraio. Abbiamo assistito a un spettacolo misero: mentre una donna se ne andava, confortata solo dall’amore dei famigliari e dalla fine certa delle sue sofferenze, uomini di chiesa e di politica si parlavano addosso, lottando per sancire diritti di vita e morte, per definire poteri e responsabilità. Siamo ben oltre, oggi, al dibattito su eutanasia e interruzione di cure. Siamo finiti dove non c’è più misura, non c’è più rispetto. Eluana ora è morta, ma non se n’è andata in pace: forse le sue sofferenze fisiche sono finite, ma il suo nome è stato urlato, stropicciato, strumentalizzato, in modi tanto dozzinali quanto sgradevoli. Hanno messo in mezzo Dio e Costituzione, hanno usato parole come “omicidio” e “deriva culturale”, perdendo di vista quello che più era importante: salutare col silenzio un gesto d’amore, un morte data per riconsegnare dignità e pace, l’umanità di riconoscere che la vita è un diritto, ma non può divenire un obbligo. Invece c’è stato solo rumore. Siamo un Paese, oggi, che si è fermato: siamo un Paese dove, per creare ad hoc leggi discutibili, si prova ad intaccare i basilari principi del Diritto, dove sentenze di Tribunale vengono emesse solo per essere svuotate, dove se si chiede il diritto alla morte si viene tacciati per “cultori di dolore” e “hitler”. La fine di Eluana si è appesantita di giochi politici, televisioni impazzite, giornalisti dimissionari, attacchi all’equità dello Stato: ed era questo, quello che la famiglia di Eluana chiedeva? Ciò che crediamo ora poco importa: è martedì, e siamo già stanchi. Se un Dio c’è, e se davvero è come dicono, certo non biasimerebbe la scelta della famiglia di Eluana, e non chiamerebbe la fine delle sue sofferenze uno scempio e un peccato, ma forse solo un atto d’amore. Per lei, almeno per lei, adesso dovremmo fare silenzio. Parliamo, invece, di quello che ci rimane: di questo Paese che si è trasformato in un circo di clown tristi. Parliamo di come siamo incapaci di discutere e di cambiare, di quanto spesso scomodiamo termini come “moralità” e “cultura” senza sapere nemmeno il loro esatto significato. Parliamo del perchè ci arroghiamo diritti che non ci spettano, di come giudichiamo sulla base di ignoranze diffuse, e di come tacciamo, poi, perché tanto è sempre meglio continuare a farci gli affari nostri, in fondo se le cose stanno così non è certo colpa di noi singoli, che cosa ci possiamo fare? Parliamo dell’indifferenza di chi potrebbe spiegare e scrivere, e invece sceglie di non farlo: troppo pericoloso esporsi, troppo inutile. Questa è un’Italia alla deriva. Il dolore, stavolta, ci ha sorpresi prima del tempo: la morte è arrivata in fretta, quasi a voler anticipare nuovo chiasso e nuovi schiamazzi. Una ragazza è scivolata via, mentre ci si azzannava in nome di leggi, Dio e dogmi vari. È mancata l’unica cosa che serviva, e che potevamo offrire senza troppa fatica: l’umanità. L’Italia che ora ammutolisce non ha nulla del Paese civile: non sa della compostezza, del rispetto, della pace che dovrebbe seguire lo sgomento.
E allora zittiamo Berlusconi, Veltroni e il Papa, zittiamo giudici e giornalisti, prendiamo atto che qualcuno aveva chiesto solo un po’ di dignità, nulla di più vicino alla nostra dimensione di esseri umani. Nei drammi si dovrebbe trovare la forza dell’accordo e del cambiamento: invece oggi, martedì, c’è solo tanta paura, e tanta confusione. Scrivo queste cose stanotte, e non le scriverò più, in nome di quel silenzio che dobbiamo ad Eluana Englaro e alla sua famiglia. Scrivo perchè quel devo lo sento ora più che mai, e faccio parte di quella schiera di spaventati, che guardano questa Italia, oggi, e fanno fatica a crederci, e per questa Italia sentono repulsione, amore, paura, e la consapevolezza schiacciante che se c’è un punto di non ritorno è proprio questo.
Forme di giustizia
Novembre 6, 2008

Magari ci hanno fatto un po’ ridere, con quelle bandierine. E con gli slogan, poi, urlati a squarciagola, e le spille, i cappelli, i raduni di massa che, da noi, si vedono solo al Circo Massimo quando l’Italia vince il Mondiale di calcio. Certo, non è nelle nostre corde acclamare in questo modo i politici: siamo ormai troppo disincantati, troppo delusi, per poter non sorridere di queste manifestazioni collettive. Con un po’ di cinismo, probabilmente. E una sottesa invidia, potremmo ammettere: perché è un pezzo che abbiamo perso la capacità di credere nei governanti e di applaudirli sinceramente. Barack Obama è il nuovo Presidente degli Stati Uniti, e una folla immensa lo inneggia, gli occhi lucidi, lasciandosi andare a un tifo da stadio. E metà mondo esulta, esulta come non accadeva da tanto tempo. Perché? Perché io, italiana, ho provato gioia, alla notizia che Obama aveva vinto? Perché mi sono sentita rinfrancata e soddisfatta? Se Obama sarà davvero un buon politico, sarà il tempo a dircelo. Però sta di fatto che oggi, novembre 2008, nel bel mezzo di recessioni mondiali e terrorismo, gli americani hanno eletto il primo Presidente della Storia nero. E non solo nero: un uomo giovane, con origini kenyote, radici islamiche, un vita di sacrifici, immigrazione, povertà. Il Paese che quarant’anni fa era dilaniato da razzismo intestino, dove il Ku Kux Clan impiccava i neri agli alberi dell’Alabama, oggi ha scelto un uomo di colore come guida. E questo significa tanto, tantissimo: significa che allora le cose cambiano davvero e che i popoli sono in grado di evolversi. Se proviamo un po’ più di speranza, dopo ieri, è lecito. Se ci sentiamo rinfrancati, è lecito. Quest’entusiasmo generale affonda le sue radici nel bisogno estremo che non solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero aveva di sollevare la testa e intravedere un segno, la dimostrazione che non tutto resta sempre uguale. Affonda le sue radici nell’amarezza di questi anni, di questi giorni, in un’insicurezza generale e asfissiante, perché questa è l’era delle metropolitane che esplodono e delle Borse che crollano. L’elezione di Obama è uno scarto improvviso, un Paese che si scuote la Storia di dosso e prova a cambiare faccia: e con esso noi tutti, perché se gli Stati Uniti in quarant’anni sono passati da piangere Martin Luther King ad acclamare Barack Obama sotto un palco di Chicago significa che un’evoluzione profonda è davvero possibile. Ed è questo, nella sua semplice essenza, che ci ha rinfrancato. Vorremmo politici ispirati, generalmente dobbiamo accontentarci di grigi esempi di inadeguatezza. E allora penso all’Italia e alla nostra disillusione, al ripetersi fiacco di partiti sempre uguali, di leaders sempre uguali. Solo che adesso non solo spero in un cambiamento, ma sono certa che potrà avvenire, un giorno. Perché l’ho visto – dall’altra parte dell’oceano – ma l’ho visto. Per un volta non lasciamo che sminuiscano queste sensazioni, questi barlumi di fiducia: per un volta, godiamoci tutto questo. Godiamoci il significato profondo che l’elezione di Obama ha avuto, al di là di credi e condivisioni politiche. Perché l’ha avuto davvero, un significato. E questo rafforza anche la convizione che l’indifferenza verso la politica – tanto spesso rifugio di delusi e amareggiati – non è una soluzione: che a poco serve chiudersi a riccio, posare le penne, imparare a non indignarsi più. Abbiamo assistito a una grande lezione di educazione civica che, nel nostro Paese, manca da troppo tempo. Dovremmo rialzare la faccia, una volta per tutte. L’elezione di Obama è stata una forma di giustizia: nei confronti della Storia, nei confronti del concetto stesso di cambiamento. Lo penso, lo scrivo. Alla faccia di chi ritiene che la scrittura non debba avere nulla a che fare con questo genere di cose, oggi ci credo più che mai: la scrittura ha soprattutto a che fare con questo genere di cose. In quanto scrittura, in quanto contenitore di mondo, in quanto forma di giustizia essa stessa.
Il diritto di morire e il dovere di tacere
Luglio 12, 2008
Un bel giorno, tutti loro chiuderanno le bocche.
Un bel giorno, tutti loro capiranno che il rispetto vale più di ogni dogma, convinzione e, perché no, Dio.
Che la dignità è l’unica cosa che possiamo possedere davvero.
Nota di cronca, ennesima tragedia: Eluana, in coma da più di dieci anni senza alcuna speranza di tornare a vivere, potrà finalmente morire.
Potrà abbandonare lo stato vegetativo in cui da tanto tempo è tenuta in vita (nel significato più semantico e generico di “vita”), potrà liberarsi di tubi, apparecchi, stanze d’ospedale, di un corpo che non le appartiene più.
Chi le ha voluto bene e la ama tuttora smetterà di piangere la sua sofferenza: di vederla così, mutilata, legata a lenzuola immobili, vuota di sé.
E allora mi chiedo, per l’ennesima volta, dove sta il peccato, nella cessazione di tutto questo dolore, dove sta l’atto inumano, dove sta lo scempio.
Quando per me, l’unico vero scempio è questo parlare grezzo e dozzinale: questa ottusità, tutta umana, di preti, politici e uomini che pretendono di sapere.
Non è un Paese per Giusti
Maggio 11, 2008
Apriti cielo: per chi non avesse letto i giornali o sentito l’ultimo tg, un ennesimo polverone ha investito la Rai – nella fattispecie Rai Tre, nella fattispecie la trasmissione “Che tempo che fa” di Fabio Fazio – e le più alte cariche politiche – in prima linea il Pdl, appoggiato anche da tutto il Pd, quindi destra e sinistra insieme – si sono scagliate contro le dichiarazioni di Marco Travaglio. Motivo? Intervistato ieri sera da Fazio, Travaglio ha raccontato dei presunti legami mafiosi di Schifani (ora seconda carica dello Stato), con la sua celebre assenza di peli sulla lingua e ironia feroce. È successo il finimondo: Maurizio Gasparri ha accusato Travaglio di condotta diffamatoria, ha parlato di uso politico della televisione pubblica e il direttore generale della Rai Cappon ha promesso provvedimenti seri. Questo il sunto degli avvenimenti. E queste le dichiarazioni incriminate di Marco Travaglio: <<Una volta avevamo De Gasperi, Einaudi, De Nicola, Merzagora, Parri, Pertini, Nenni, Fanfani. Uno passa tutta la trafila e poi vede Schifani e dice: “C’è un elemento di originalità”. Seconda carica dello stato Schifani: mi domando chi sarà quello dopo, la muffa probabilmente, il lombrico. Dalla muffa si ricava la penicillina tra l’altro, era un esempio sbagliato>>. Che poi ha aggiunto: <<I politici comandano sulla televisione… intanto stanno cercando di far fuori Anno Zero mettendo insieme Commissione di vigilanza, Cda e Autority, tre organismi che tappano la libertà d’informazione … è chiaro che se il clima politico induce a un rapporto di distensione tra l’opposizione e la maggioranza, e Schifani ha avuto amicizie con dei mafiosi, non si scrive che Schifani ha avuto amicizie con dei mafiosi, perché non lo vuole né la destra né la sinistra… ma io devo fare il giornalista, devo raccontarlo…>>. Quindi: il Governo e l’opposizione hanno fatto fronte unito (l’unico a difendere Travaglio è stato Di Pietro, dicendo che il giornalista “ha solo riportato i fatti”) e il direttore di Rai Tre si è dissociato dall’accaduto.
Da parte mia, ho riascoltato l’intervista incriminata (reperibile su YouTube) e ho fissato il muro bianco davanti a me per un tempo lunghissimo. Ho pensato che, da bambini, ti insegnano a rispettare gli altri e quello che pensano e dicono. Che, sempre da bambino, ti parlano di libertà e ti fanno scrivere che è il diritto più intoccabile, e poi impari anche che la democrazia è bella e giusta e sacra, sempre. Ho pensato a questa, di democrazia. La mia. La nostra. La loro. E poi mi sono detta che questo Paese non assomiglia per nulla a quell’idea che ho studiato sui libri, che la libertà ha imparato addirittura a zoppicare, pur di non soccombere.
Eleggiamo, per le più alte cariche dello Stato, individui su cui pendono processi e accuse comprovate, prescrizioni in extremis e accordi sottobanco, e tutto questo accade qui, in Italia, non in Burundi o in Iran, ma qui, fuori dalle nostre case, sotto la luce del sole, ed è risaputo, comprovato, accertato. Ma ormai non importa più a nessuno. Marco Travaglio ha la ferocia dell’informazione ingabbiata, del cittadino rigoroso: quando riporta fatti scomodi, gli interessati parlano di diffamazione e ricorrono alle querele, e i media che ospitano i suoi interventi – siano via etere o per mezzo scritto – diventano automaticamente oscure armi di persecuzione politica, in mano a chissà quali ombrosi manovratori. Domani mattina, forse, scopriremo cosa accadrà a Travaglio, a “Che tempo che fa” e alla Rai.
La settimana prossima, invece, non ci ricorderemo più niente, e scenderemo a comprare il pane, andremo al lavoro, a scuola, al bar, perché in fondo abbiamo le nostre quattro mura, un reddito e una famiglia. Tutto come al solito. Di quella libertà – la libertà di accorgersi se qualcosa non va, di indignarsi senza morse alla bocca – ci importerà ancora solo se qualcuno verrà a scalfircela di persona. Lassù, intanto, andranno avanti senza guardarsi indietro. Perché in fondo, quelli che lassù ci stanno, li abbiamo accettati e legittimati.
Il diritto al rigore è una traccia sbiadita: lamentarsi è lecito e piacevole, il pretendere trasparenza, rispetto, legalità e libertà è diventato solo intransigenza. Insensata, tra l’altro. Chiassosa.
E il silenzio prende questo Paese per la gola, mentre aspettiamo albe atomiche che non verrano mai.
L’Italia s’è …
Aprile 14, 2008
I’ve got my indignation
Febbraio 29, 2008
Stanchezza.
Certe cose non cambiano mai: certe ipocrisie, certi menefreghismi, certe contorsioni di viscere. Nella mia Università, nel corso di Spagnolo, ci sono dei grossi problemi: problemi di organizzazione, essenzialmente, che durano da due anni e di cui tutti, me inclusa, si lamentano. Due anni di borbottii, facce contrariate, sfoghi con chi ha l’accortezza di ascoltare e vorrebbe aiutare, ma non ha i mezzi. Ora ci si prospetta l’occasione di fare qualcosa in concreto, come sarebbe nostro pieno diritto. Una petizione, una raccolta di firme, tutto in trasparenza. Le ragioni, per firmare, sono le stesse che hanno provocato le lamentele di questi due anni. E cosa succede? Tutti, o quasi, si tirano indietro. Per paura di mettere il proprio nome sulla bianca carta della protesta, paura per il responsabile del Corso, docente noto per sfuriate e carattere talvolta difficile. Sono stanca: stanca di masse lamentose e dedite al j’accuse che, però, quando si tratta di esporsi per quel che è giusto e legittimo e – per una volta – davvero concreto, non hanno il coraggio delle proprie azioni. Mi domando il perché. Anche se lo so, in fondo. Il perché è che sono terrorizzati dalle possibili ritorsioni di questo docente, ritorsioni che non ci saranno, perché non siamo al liceo, non siamo in un lager, siamo in una libera università pubblica, dove paghiamo tasse, dove il diritto allo studio è il primo diritto. Eppure, tutti spariscono. E io penso: stiamo parlando solo di un corso di spagnolo. Realisticamente parlando, a questo punto, comprendo nel mio piccolo come mai questo Paese va a rotoli. Perché è così, si parte dai contesti più ristretti, dalle responsabilità più leggere, da un semplice corso di spagnolo. E la gente resta fedela a stessa, racchiusa nella propria alcova, interessata soltanto al proprio tornaconto, alla seppur vaga paura di poter, in qualche maniera, venire danneggiata. Non mi stupisco, più, ma l’indignazione resta la stessa. La sensazione di impotenza, anche. Abbiamo quel che ci meritiamo, dopotutto. Siamo ipocriti, incapaci di difendere a testa alta cioè che pensiamo, ciò in cui crediamo, le nostre richieste di cambiamento.
Io, per molte cose, mi butterei nel fuoco. L’ho fatto, nel mio piccolo: subendo le conseguenze, ma non mi sono mai pentita. Qui, invece, fa paura il semplice fantasma di una bocciatura, di uno sguardo accigliato, di un piccolo scossone. E sono solo fantasmi.







