Perchè piangono, gli uomini?
Agosto 26, 2009

Perchè piangono gli uomini? Per colpa delle lotte e delle gesta e della maratona delle promozioni, perchè vogliono la mamma, perchè restano ciechi anche con il passare del tempo, per colpa di tutte le erezioni che devono inventarsi sul più bello dal nulla, per colpa di tutto ciò che gli hanno fatto. Perchè non possono più essere felici o tristi – solo sbronzi o pazzi. E perchè non sanno che pesci pigliare quando sono svegli. E poi c’è l’informazione, che arriva di notte.
Martin Amis, L’Informazione
Considera il dito nell’occhio
Luglio 22, 2009

Considera il dito nell’occhio. Entro nella stanza, c’è odore di limone. Spalanco la finestra: dabbasso, nel cortile, un bimbo sovrappeso cerca invano d’incastrarsi nel seggiolino dell’altalena. Qui è pieno di polvere, i libri sono tutti per terra, contro la parete: fa caldo e la luce spiove sulle mattonelle scure del pavimento. Mi siedo. Eccoci qui. Questa, da un po’, è una casa vuota. Sì, perché le case si svuotano. Si svuotano quando la gente si trasferisce da un’altra parte, quando divorzia, quando muore. Qui, della gente è morta. Erano persone anziane, persone che si sono date il cambio, a distanza di sette anni, nel lasciarci attoniti: e l’hanno fatto in quel modo amaro e discreto che hanno i vecchi quando se ne vanno; spariscono, e i treppiedi rimagono appoggiati in un angolo della sala, muti, immobili. Questa casa è vuota, questa stanza è vuota, e loro erano i miei nonni. Oggi ci sono centotrè libri di catalogare: autore, titolo, casa editrice. Li daremo al carcere, sono i libri avanzati, quelli che nessuno vuole e che fa male il cuore, a buttarli via: i libri non si buttano mai via, sacro principio. Vespa, Slaughter, qualcosa di Biagi e McCullough, ancora Vespa, De Crescenzo, un pugno di autori americani mai sentiti. Prendo nota su un blocco. C’è un’intera collana rilegata, si tratta de “I più famosi processi della storia”; sorrido appena, non mi sembra il caso di donarla a un carcere. O forse non sarebbe male. Centotrè titoli, centotrè rettangoli d’odore di carta e polvere: quindi è così, che finisce. Mia nonna, appena un’estate fa, leggeva una copia della Signora in Giallo: era agosto, dal terrazzo alle sue spalle spirava l’aria salata di una Liguria senza vento. E adesso la Signora in Giallo è sul pavimento, non lontano dalle mie scarpe da ginnastica: finirà a fare compagnia a qualcun altro, in una cella.
Il problema sta in quanti hanno cercato d’insegnarti che non è sano che gli oggetti abbiano un valore affettivo: certo, non sarà sano, ma è inevitabile. Lei toccava quel libro, lo sfogliava, lo macchiava di caffè, lo dimenticava nella borsa da spiaggia: il legame lo percepisci come una coltellata tra cuore e stomaco; certo, che c’è. E vaffanculo ciò che è sano. Mi alzo con il blocco in mano, dal cortile arriva un sibilo di pistola d’acqua, la risata convulsa di un bambino: i centotrè romanzi sono tutti lì, contro il muro. Scopro, rileggendo la lista, che i miei nonni avevano più romanzi di Slaughter di, probabilmente, tutti i lettori d’Italia messi insieme. Scopro che Slaughter aveva un innato talento per i titoli orribili (vedi “Mogli di medico, donne in bianco”). Scopro, non da ultimo, che “ Il dito nell’occhio” è un romanzo erotico e non una lamentela (anzi). E scopro che c’è qualcuno che ha più fantasia di me, per i doppi sensi. La casa, quando esco, è sempre vuota. L’ingresso era buio anche prima, ora però lo è sempre: un paio di foto, appese storte da chissà quanto, bevono i rimasugli di luce che trafiggono le tapparelle. La gente muore e le case si svuotano; e noi liberiamo spazi che finiscono col diventare troppo liberi, spartiamo parti e dividiamo affetti, vendiamo, gettiamo nelle discariche, accumuliamo oggetti inutili, utili, rotti, funzionanti, oggetti che trasudano ancora troppa vita, per essere gettati via. I giorni sono fatti di praticità, e le case vanno svuotate. Non c’è nemmeno il tempo di domandarsi se i luoghi abbiano o meno una memoria: se, tra cinquant’anni, sarà rimasto qualcosa di noi, in quella stanza da letto ormai irriconoscibile. No, bisogna tirare dritto, e quando passo dal cortile il bambino sovrappeso non c’è più: le ipotesi sono varie, potrebbe aver posto fine alle sue sofferenze gettandosi dall’altalena su cui non era riuscito a sedersi, oppure potrebbe essere rimasto vittima della pistola d’acqua di poco prima. Spero di non sognare Slaughter e spero che i carcerati usino le pagine di Vespa per costruire bombe carta. È fine luglio, ho perso il primato dei doppi sensi: considera il dito nell’occhio.
Tu che te ne andrai ovunque
Febbraio 14, 2009

“Mi chiamo Nicola Ortis e ho trentaquattro anni, un corpo troppo magro, una madre e una sorella.
Avevo anche un padre, una volta.
Vengo da quella terra che l’Italia sputa su un mare che sembra oceano, un lembo stracciato in verticale da tagli che sanguinano acqua. E’ un parto violento, la Liguria da dove vengo.
Dalle bocche degli altri il mio nome esce sempre a metà, consumo le giornate in sigarette, caffè, libri, sesso saltuario e una vaga predilezione per il rimpianto. Non faccio nessuna fatica a credere agli alieni e invece sputo sangue per un Dio in cui mezzo mondo ha fede.
Mangio poco, bevo spesso, fumo troppo.
Odio l’Africa e Manzoni e l’odore che c’è in macchina quando fuori piove.
Faccio il professore e non piango quasi mai.
A volte sogno il mare.”
Giulio Perrone Editore, dal 27 febbraio in libreria
Conti alla rovescia
Gennaio 29, 2009
da “Tu che te ne andrai ovunque”, Giulio Perrone Editore,
(tra un mese in libreria)
Infila un mano sotto la camicia, a sfiorarsi la pelle appena sotto l’ombelico.
Non lo può sentire al tatto, non lo può vedere, ma sa che c’è: il tatuaggio, nerissimo e sottile, che segnerà per sempre il suo ventre. Vi passa l’indice una volta, due volte.
È lì, dov’è da quel giorno di febbraio ammorbidito dalla nebbia, quando un uomo con la barba e una bandana sulla fronte le aveva inciso la pelle, e lei fissava il soffito bianco sopra, lo fissava e cercava di respirare poco, di tenere il ventre immobile e teso, e il tatuatore scriveva in silenzio ciò che lei aveva deciso. C’era profumo di sandalo e birra, ed Eva aveva provato a contare le venature del soffitto, ma erano troppe e il conto s’era perduto più d’una volta.
Mentre lui terminava la scritta, Eva aveva pensato alle ragioni che l’avevano portata lì, sul quel lettino sterilizzato. Aveva pensato al perché dei gesti irreversibili, al sapore metallico della paura. Non era sicura di nulla, in quel momento, ma aveva pagato uno sconosciuto perché incidesse sotto il suo ombelico la parola Shahàda, testimonianza, e il cuore l’era sceso fino allo stomaco.
Non c’era stato Rafik, in quella scelta, non c’era stata un’offerta di devozione, di questo era stata certa: solo Eva ed Eva, e l’ebbrezza di poter sfigurare un giorno in particolare nei migliaia di giorni, una se stessa precisa tra tutte quelle che sarebbero venute, ora dopo ora.
Segnare, incidere, sfigurare.
Impedirsi di dimenticare.
E una mattina, forse, sfiorandosi il tatuaggio come stava facendo in quel momento sul pullman, avrebbe ritagliato l’esatto ricordo di se stessa che si domandava il significato reale di irreversibilità, e da lì sarebbero venute memorie precise di paure e singulti, di tentativi d’amore e costrizioni, di possibilità e nebbie soffocanti. Avrebbe percepito il dettaglio amaro di una se stessa vissuta e già perduta, un quadrato d’anima finito chissà dove, nella macina confusa di giorni che forse sarebbero stati uguali a quelli venuti prima, ma non per questo meno faticosi.
Un alone d’anima, una Shahàda.
Domandarsi
Novembre 3, 2008
“Argo sospirò:
- Nico, mi dici perché cazzo hai bruciato quei libri?-.
Mi dici perché fa così caldo anche se siamo in maggio?
Mi dici perché in questo Paese veneriamo i delinquenti e non leggiamo una riga di letteratura? Perché in questa città crudele e discreta siamo in migliaia e non ci conosciamo affatto? Perché la maionese impazzisce, perché esistono le cimici, la nebbia e i brufoli? Perché i disperati si fanno esplodere credendo di arrivare a Dio, e questo Dio è faticoso e crudo e noi tanto truci e dozzinali nell’interpretarlo? Mi dici perché gli amici si fottono la tua donna e le sorelle non parlano più? Perché le famiglie si sfasciano, le case non si riescono a comprare e le sigarette fanno stare tanto bene?
Il mare, in Liguria, luccica come nemmeno i lampioni luccicano, di notte.
Voglio andare laggiù, Argo.
Voglio andare laggiù e dare fuoco a tutti i libri del mondo.”
Poet’s Walk
Settembre 27, 2008
Ho davanti questo poster, comprato oggi, un venerdì pieno di sole.
L’ho appeso arrampicandomi sul letto: è la Poet’s Walk, a NY, fotografata da Henri Silberman. Forse l’essenza non deve avere per forza spessore: lo intuisco nella notte quieta di Roath, Cardiff, guardando questa fotografia e scorgendo un John Fante appoggiato sulla scrivania, la copertina appena sgualcita da un lungo viaggio in borsa, mentre camminavo per la baia.
E mi sento libera.
Sensibili solo al volo delle mosche
Agosto 29, 2008
“Che cosa mai abbiamo fatto di giusto, di buono – per meritarci voi. I pomeriggi della nostra infanzia vi appartengono. E anche le mattine di quando eravamo malati o c’era lo sciopero delle maestre. Che cosa avremmo fatto senza di voi, che ci portavate la pizza bianca, spessa e stopposa, verso le dieci e mezza, e ci ungevamo le mani di olio guardando i telefilm di Italia1 e le televendite dei materassi Eminflex – ma di quanti materassi ha bisogno l’Italia. E in televisione c’erano I Robinson e Vicky, la bambina robot. Il pomeriggio Kiss me Licia e Stilly lo specchio magico, la voce di Cristina D’Avena, Ok il prezzo è giusto con Iva Zanicchi. Siamo cresciuti con le minestre delle nonne e i pomeriggi delle reti Fininvest. Siamo diventati grandi ascoltando le vostre storie sempre uguali, le sempre-storie della vostra vita – i dettagli che l’età non ha spazzato via, quelli rimasti ancorati all’ippocampo. Le storie erano belle anche la centesima volta, anche quando sapevamo come finivano – variavano per sfumature sottilissime, quasi impercettibili: particolari aggiunti o negati. Ma abbiamo fatto sempre poche domande, troppo poche. Adesso vorremmo chiedervi dei vostri padri che leggevano l’”Avanti!” o morivano nei pozzi, delle loro mani, quando le baciavate, di quanto in fretta avete smesso di essere giovani, e quali sogni avevate. Vorremmo chiedervi perché da vecchi gli esseri umani sembrano tutti più buoni, e perché le pieghe di una ruga riescono a nascondere i peccati e le crudeltà di una vita (abbiamo saputo tardi – non avremmo voluto – qualcosa che vi avrebbe rese ai nostri occhi meno assolute e infallibili, capaci anche di meschinità e di silenzi ostili, di gesti bruschi e di cattiverie, ma poi abbiamo dimenticato tutto, mentre cominciavate a rimpiccolirvi, a curvare la schiena, docili, contro i colpi della vecchiaia e delle sue ere infami, della sua evoluzione al contrario – homo sapiens che torna ominide anteriore, più spento e ingobbito, con occhi persi, sensibile solo al volo delle mosche).”
Paolo Di Paolo, Raccontami la notte in cui sono nato
Moz
Luglio 4, 2008
Leggendo Raymond Carver si percepisce, con un’esattezza inquietante, cosa mai dovrebbe essere la scrittura. Intanto, ora, finalmente posso aprire i libri che dico io. E pensare alle scadenze da rispettare, al fatto che luglio è cominciato per davvero, all’imminenza di Dublino. Due giorni fa, notable fact, ho discusso con un professore largo, acculturato e stupido: per l’ennesima volta, la dimostrazione che lauree e libri non bastano affatto a rendere le persone migliori. Qui, comunque, fa caldo, la pianura implode di afa, manca un po’ il mare scuro del Levante e ho visto Matrimonio all’italiana. Scrivo con l’energia di una formica, ma scrivo, mentre i ventilatori spostano aria, fogli, scontrini, carte di caramelle. Piccoli flash per eventuali racconti d’imitazione carveriana: ieri sera, scrutando la lista delle pizze, ho chiesto cosa fosse quel misterioso ingrediente che compariva in tutte le pizze: moz.
Indovinate cos’era?
210408
Aprile 21, 2008

21 aprile 2008: un piovoso pomeriggio milanese, sbagliare la metro, l’incontro, un caffè in una libreria, parlare, crederci, firmare, essere felice, felice in un modo che non si sa, che non si può spiegare, prendere un treno al volo, vedersi riflessa nel finestrino e sorridere ebete mentre Milano scivola via, avere un esame il giorno dopo, non essere riuscita a studiare troppo, ma non pensarci molto, non pensarci affatto.
Essere felice perchè quello che ho scritto uscirà. Uscirà. Punto.
Hard Times (il mestiere di vivere, però, ho incontrato)
Aprile 17, 2008

Oggi giornata di sole, a Mantova, e di pioggia, a Lodi.
Ho avuto il piacere di discutere di sorti universali e problemi dell’umanità con sveglissimi bambini di quinta elementare, di sfogliare Pavese appena comprato vicino alla fontana di un parco con la ghiaia rossa e di pedalare sotto il diluvio senza sentire né freddo né stanchezza. È un aprile di fuoco, pieno di turning points. Intanto, forse, si andrà a Cardiff. E penso al fatto che, a quanto pare, per cinque mesi mi alzerò al mattino vedendo una baia e il mare, e che un po’ tempo lontano da qui sistemerà i miei rapporti con questo Paese. Sono intossicata, delusa, arrabbiata. La politica, oggi, ha l’ineleganza e il chiasso dell’ignoranza urlata, di una cecità voluta. Eppure esiste, e non posso fingere che non sia così. Mi tiro fuori dagli Italiani che hanno scelto i tempi che avremo, e anche se non so affatto chi sono – sigle, partiti, schieramenti – so con sicurezza chi non sono. Chi non sarò mai. Fortuna che tra poco si corre in Liguria, gli esami sono agli sgoccioli e la parole escono sempre senza difficoltà. Fortuna che, forse, ho incrociato un’ombra simile alla mia, di cui cucio i sorrisi, le battute, le somiglianze. Il mio roteare ha rallentato, si è aggrappato al profilo accennato di qualcuno che appena conosco, e tanto sembra capace di non farmi scappare. Per ora basta.
Penso alla Liguria, al Galles, a Roma.
Alle mie storm-mates Ele, Ari, Vale, Anna, Ila: quelle di Sergio Cherubini, di Navarro Balsamo, di “era a lezione di gaelico” e di nero cervino. Alle valchirie dei chiostri di Pavia – una, in particolare, piena di riccioli e voglia (che non aspetta altro che esplodere) di venirmi a trovare a Cardiff – .
A F, educatore umano, politico e fantascientifico.
E a C., che forse. Forse.







