Io non voglio (mordere il mondo)
Novembre 17, 2009
Domanda numero uno: perché tutti mi chiedono cosa farò, invece di chiedermi chi sono? Domanda numero due: perché devo per forza collocarmi, mordere il mondo per trovare un posto, una casella vuota nel grande, immenso e caotico schema? Domanda numero tre: perché, invece di trovare questa benedetta casella, continuo invece a imbattermi in persone, immagini, propositi? Infine: stasera la luna è nebbiosa, l’aria umida, l’umore irrequieto; di fuori i fari alti delle automobili, un cane che abbaia isterico, l’odore dei pini mozzati. Deve tutto avere un senso? E se sì, un senso spiegabile? La malinconia non ha nulla d’intelleggibile: vorrei mescolarmi alle creature selvagge e provare a correre senza puntare direttamente agli alti stendardi del traguardo. Continuare a mettere gonne colorate d’estate, ad addormentarmi nelle chiese e alle lezioni di filologia. Persistere nel disordine, nel ridere, nello stringere i pugni nelle tasche per ogni ingiustizia e la contemporanea impotenza, nello stupirmi delle mancanze, degli effetti benefici dell’acqua salata, di quel senso dell’umorismo acuminato e un po’ svergognato. Ma qui bisogna essere pratici: il privilegio non è per tutti, la realtà, spogliata di ogni patina, è cruda, spesso amara, quasi sempre insoddisfacente. Questo è, essere pratici? Forse ho sbagliato razza animale, sarei dovuta nascere balena, o cane, o cimice (no, cimice magari no). Forse, a sei anni, tra una birra e un libro, avrei dovuto scegliere la birra. La domanda numero quattro promette e non mantiene, fa trattenere il respiro e non deflagra, lasciandoci in attesa di un fragore che non si presenta: e se non ci stessi proprio, in una di quelle caselle? Se il mio corpo fosse troppo grosso, o magari troppo scivoloso? Un giorno ci svegliamo e abbiamo vent’anni e siamo indistruttibili, un giorno ci svegliamo e di anni ne abbiamo cinquanta. Poi un altro giorno siamo vecchi involucri rugosi e claudicanti, che non ricordano più com’era essere ai blocchi di partenza. Infine, una mattina, siamo polvere morbida, terra grezza che assorbe pioggia, e poi una farfalla, un orologio, la vetrina di un negozio, il muschio di un fiume. C’è un infine, e materia senza nome. Quindi domanda numero cinque: non posso semplicemente continuare a farmi mancare il fiato per una qualità di cielo, per una fotografia mentale, per una strada invasa di luce, per una voglia esplosiva di abbracciare e baciare, per la neve, per i temporali, per i musicisti da marciapiede, per una comunanza, per una coincidenza?
Io non mi sento italiana
Luglio 19, 2009
Quest’uomo, in quattro minuti, ha spiegato un’angoscia che sento da quando ho cominciato a ragionare:
Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che è tutto calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c’è un’aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.
Anna ti amo 6 strana
Luglio 4, 2009
Ci passo quasi tutti i giorni, scivolando sull’asfalto bollente, ma l’ho notata solo adesso. Quella scritta, rossa e irregolare, sul muro scalcinato di una cascina che sembra dismessa, appena dietro un paio di alberi e un pugno di verde: Anna ti amo 6 strana. Non è stato tanto il ti amo, a farmi pensare, ma la parte successiva: 6 – sei – strana. Mi sono chiesta, mentre l’autobus superava la curva e la scritta restava oltre il finestrino, alle mie spalle, che cosa volesse dire: Anna io ti amo, e corro a scrivertelo su un muro scrostato che costeggia la statale per Pavia – la statale più dritta e calda del mondo – ma poi, chissà perché, ci aggiungo quelle due parole, appena sotto. Sei strana, Anna, e te lo voglio scrivere, come se fosse indissolubilmente legato al fatto che ti amo. Non c’è nemmeno un punto o una virgola, tra il ti amo e il 6 strana: cosa significa? Che ti amo perché sei strana? Oppure ti amo ma, ahimè, sei anche strana? Qualcuno, giustamente, potrebbe osservare che, invece di affaticarmi la mente con queste questioni esistenziali, potrei forse impiegare il mio tempo da pendolare in un modo più costruttivo. Studiare, magari. O scrivere, leggere, ascoltare musica. Non avrebbe tutti i torti. Però, quell’ Anna ti amo 6 strana, in mezzo all’afa spessa di un viaggio che a volte fa pensare troppo, si è ritagliato un suo spazio. Ci penso, al fatto di amare esseri strani. Strano è un parola che usiamo quando non sappiamo definire, ma in realtà definisce in modo netto proprio l’indefinibile: non riesco ad afferrarti, ma non perché tu sia un pazzo o un erotomane o un nostalgico balbuziente, no, tu sei solo strano. Come Anna. Che è strana, e forse non capita del tutto, ma amata: amata in un modo così forte ed esagitato da richiedere una dichiarazione pubblica; per noi tutti che ci passiamo davanti, a quella cascina dai muri scrostati, noi che dobbiamo saperlo, che c’è qualcuno che ama un’Anna strana. Intanto è estate, un luglio caldo e amaro: ci stiamo riprendendo i ventilatori, le piscine con i moscerini galleggiante, infradito e birre gelate e treni che cuociono sui binari. È estate, e all’angolo di una striscia d’asfalto che sembra pennellata da Dio – ma in versione molto svogliata – è passato qualcuno che ama Anna. È passato, forse di notte, forse alle luci ibride di una luna e di una torcia, forse ubriaco, forse pieno solo di paura e di colore rosso. Ha scritto e se n’è andato, e Anna è amata sotto gli occhi di una statale intera, ma è anche strana. Amore. Tra le tracce dell’ultimo tema di maturità ce n’era anche una sull’innamoramento e l’amore (in Catullo e in altri autori): non l’hanno scelta in molti. In tanti hanno preferito raccontare i social networks, e un po’ di Svevo. Cosa avrei fatto io, cosa avreste fatto voi, cos’avrebbe fatto chi ha scritto Anna ti amo 6 strana. Definisce Wikipedia: l’innamoramento è un complesso di sentimenti e di comportamenti proprio degli esseri umani caratterizzato dal forte coinvolgimento emotivo associato a un’intensa attrazione sessuale. Altro abbozzo di definizione: una notte torno a casa, le tre e mezza di una notte piena di zanzare e dolcezza; guido, in sottofondo la radio bassa e qualche cicala; provo emozioni strane. Emozioni ferite, emozioni istintive. L’innamoramento è un salto di pozzanghera quando hai le scarpe pesanti, ma non te ne frega niente. Alla definizione di Wikipedia, forse preferisco questa.

Scrive Giuseppe D’Avanzo oggi, su Repubblica: Berlusconi non è una delle cause del collasso politico in Italia, bensì uno dei prodotti. E allora sorge, legittima e pungente, la domanda: di quanto altro è, il prodotto? Non condividere l’operato e le scelte berlusconiane non significa necessariamente allinearsi alla schiera degli anti-berlusconiani in toto: possiamo giudicare la sua politica e i suoi contesti secondo categorie critiche, senza votarci per forza al disprezzo disgustato della sua figura. Detto questo, eccoci l’Italia di oggi ventiquattro giugno duemilanove: non fa troppo caldo, e reduci da consultazioni sbiadite da astensionismi e quorum mancati si lavora, e si va al mare. Il premier è sulle prime pagine di tutti i giornali esteri, non su quelli italiani: un silenzio (sbigottito?) avvolge un’opinione pubblica che non è mai stata tanto vessata e accusata. Noemi che compie diciott’anni, frequentazioni dubbie, escort e colorati giardini sardi, foto scattate e pubblicate nella non troppo lontana Spagna, intercettazioni, ammissioni, dati di fatto: Silvio Berlusconi, forse, non è mai stato tanto vicino alla definitiva caduta, personale e politica. Che, parlando di lui, non possono che coincidere. Ciò che raccapriccia il cittadino pensante e libero sono, essenzialmente, due cose. Primo: forse si è davvero arrivati a un punto di non ritorno, e ben venga, forse finalmente la fanghiglia esplosiva in cui si dibatte il Paese detonerà una volta per tutte e si potrà tornare a respirare aria pulita; però come, ci siamo arrivati. Siamo un’Italia che ingoia comportamenti anti-costituzionali, soppressioni di libertà di stampa, delegittimazioni dei poteri legislativi, leggi ad personam e corruzione? Sì. Siamo capaci di chiudere gli occhi allo stesso modo davanti a variopinti scenari che ci mostrano un Presidente del Consiglio che s’intrattiene allegramente con minorenni e prostitute? No. Per cui: di cosa c’importa davvero? Qual è la decenza cui teniamo? Non, a quanto pare, la decenza del senso dello Stato. Sì, invece, quella del privato che si fa indecenza pubblica, e disgusta trasversalmente una società intera. La seconda cosa che sgomenta il cittadino pensante è il disarmante comportamento di Berlusconi davanti a tutto questo. In un altro Paese europeo, il premier avrebbe già dato le dimissioni. E invece Silvio Berlusconi s’indigna e accusa stampa e magistratura e avversari politici di un fantomatico complotto, mortificando (perché sì, questa è una mortificazione) l’intelligenza dei suoi concittadini, ritenendoli – a quanto pare – troppo stupidi per capire ciò che è accaduto. Non da ultimo, ritiene che basti una patinatissima intervista concessa a un giornale di gossip, Chi, per ripulire immagine e autorità. Ora. Ora guarderemo le evoluzioni di questo groviglio, pefettamente italiano, di cattiva politica, soldi e sesso, aspetteremo di vedere fino a che punto l’Italia potrà crogiolarsi in questa melma. Perché melma è, e bisogna dirlo ad alta voce. In questo giugno fresco di vento e abbozzi d’estate, nessuno vorrebbe vederci così: ma siamo, ormai, così. Le colpe esistono, e dovranno essere assegnate, senza buonismo gratuito, e l’Italia forse dovrà implodere davvero, per lavare via le tracce di ciò che le è stato fatto. Abbiamo perso il senso dello Stato, abbiamo distorto la vera natura della politica, della partecipazione civica: siamo diventati un popolo stanco e pessimista, e Silvio Berlusconi dovrebbe avere l’intelligenza umana e civile di ritirarsi prima che davvero l’Italia perda ogni barlume di credibilità. Intanto, se vogliamo, facciamo tutti una bella cosa: facciamoci tatuare sulla faccia cinquantasei stelline, come quella ragazza belga, Kimberly Vlaemink, e poi accusiamo il tatuatore di avercene fatte ben cinquantatrè in più. Poi ammettiamo di aver mentito, e tutto per paura della reazione dei nostri genitori. Vedremo se qualcuno, tra i vari Berlusconi e soci, avrà mai paura della nostra reazione, una volta ammesso di aver macchiato così tanto l’Italia per volontà propria, e non per pessimi scherzi di qualche capro espiatorio scelto con cura e cinismo. La battuta che gira in questi giorni, amarissima, è questa: mentre il premier va a mignotte, l’Italia continua ad andare a puttane. Mai senso dell’umorismo fu più tristemente realista.
Fame e tregue
Giugno 11, 2009
Mi chiedo, spesso, se davvero i luoghi siano tregue, come qualcuno, una volta, ha scritto. Tregue da cosa, poi? Beati i calmi di cuore, che non sentono mai la necessità di partire: beati coloro che sanno stare, e per cui lo stare non è solo un temporaneo rimanere – che tante volte ha l’amara accezione di una spugna gettata – ma significa esistere. Li ammiro, forse un po’ li invidio. Feriscono di certo meno se stessi, e chi li ama: non portano avanti una vita di cicatrici, le cicatrici che procurano le attese, le partenze e, soprattutto, i ritorni. A volte, mi capita di pensare che non starò bene in nessun luogo, mai. Non ricordo quando questo disagio è cominciato: potevo avere forse nove anni, e tra le mani un’edizione ingiallita de “La freccia nera”; oppure poteva essere stata una delle centinaia mattine di gennaio, spesa in un aula di scuola con le cartine geografiche appese storte e la sensazione che non poteva essere tutto lì, che non doveva essere tutto lì. Dicono che si ama, spesso, quando si ha perduto, o quando si è costretti lasciare: mi domando se sarà così anche per me, se solo quando i ritorni ai luoghi e alle persone non saranno davvero più possibili, allora potrò sedermi e provare dolore e poter raccogliere, tra gola e occhi, una pace corposa, una nostalgia appena venata di rimpianto. Sono sempre stata un’inquieta, e lo sono ancora: dove vuoi andare, mi dicevano (mi dicono), e perché, e un po’ mi sentivo in colpa, in realtà non avevo nulla, da cui scappare. Anzi: un’infanzia bellissima e un po’ selvatica, l’amore puro e intelligente di una famiglia compatta, di persone che avevano riempito i miei pomeriggi di libri, film e partite a pallone, estati di mari liguri e Topolini sgualciti dall’acqua salata e un nonno che comprava paste in paese, e poi le nascondeva per casa, e noi dovevamo cercarle, eccitati, mentre fuori la sera di riempiva di buio, zanzare e dolcezza. Dove vuoi andare, perché: e quando ti fermi, perché non puoi pensarti senza punti certi, non puoi vivere di aerei e treni e programmi abbozzati sul retro di volantini pubblicitari. E io che non sapevo cosa rispondere: lo so ora, forse, ma non sono risposte, hanno più la rancorosa necessità delle rassicurazioni. Non lo faccio perché non vi amo, non lo faccio perché non ho avuto niente: eppure nemmeno il tutto, mi basta più, nemmeno voi, ma per favore provate a perdonare, se non riuscite a capire. Alcune mie scelte – me ne rendo conto solo a posteriori – sono nate proprio da questo disagio senza nome: all’università, lingue e non lettere, e non per un talento particolare, ma solo per fame. Fame di posti, viaggi, incertezze, accennate possibilità di fughe. E l’Erasmus, poi, e i viaggi spedalati in novembre e aprile: amo l’idea di poter parlare quattro lingue, non le quattro lingue in sé. Ho bisogno dell’idea che un pomeriggio di pioggia, a Londra, Madrid o Budapest, potrò sedermi al tavolo di un bar e chiacchierare di politica, cinema, libri, stupidaggini e cibo. Potrò comunicare, capire. E che mai dovrò farmi bastare un luogo solo. Ma le persone, mi chiedono. E dove metti le persone. I legami, le amicizie, l’amore: nessun posto è fatto solo di piazze e qualità di cielo. Quindi perché. Perché la sofferenza del distacco, perché il timore della solitudine. Alcune di queste cose, vi risponderei, ce le ho già: un po’ nel sangue, forse, un po’ nell’urgenza della scrittura. Se leggere è un’azione solitaria, scrivere è la quintessenza della solitudine. Uno degli atti più umani possibili – l’espressione scritta – è connotata di assenza: l’intero mondo, là fuori, esiste solo attraverso chi scrive, e la condivisione arriva solo a posteriori. Tolstoj l’ha messo per iscritto, ed è un po’ ironico, a pensarci bene: la felicità è reale solo se condivisa.

Voi che avevate voci potenti
Marzo 21, 2009
voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo
Io devo
Febbraio 11, 2009
Iniziare a scrivere, d’istinto. Perché io leggo, io penso, io devo. Come noi tutti, qui, oggi, nell’annuciarsi gelido di un febbraio faticoso: già ora, che è solo martedì, che è solo un inizio. È come un puzzle doloroso e scomposto, questo nostro Paese. È una girandola di contraddizioni e silenzi, è lo sbranarsi a vicenda di gente che non riconosce più quali sono i momenti in cui ci si dovrebbe ricomporre in una dignitosa civiltà, e quelli dove il chiasso può essere accettato come manifestazione di libertà. No, noi stiamo precipitando. Siamo tristi, siamo spaventati, questo martedì di febbraio. Abbiamo assistito a un spettacolo misero: mentre una donna se ne andava, confortata solo dall’amore dei famigliari e dalla fine certa delle sue sofferenze, uomini di chiesa e di politica si parlavano addosso, lottando per sancire diritti di vita e morte, per definire poteri e responsabilità. Siamo ben oltre, oggi, al dibattito su eutanasia e interruzione di cure. Siamo finiti dove non c’è più misura, non c’è più rispetto. Eluana ora è morta, ma non se n’è andata in pace: forse le sue sofferenze fisiche sono finite, ma il suo nome è stato urlato, stropicciato, strumentalizzato, in modi tanto dozzinali quanto sgradevoli. Hanno messo in mezzo Dio e Costituzione, hanno usato parole come “omicidio” e “deriva culturale”, perdendo di vista quello che più era importante: salutare col silenzio un gesto d’amore, un morte data per riconsegnare dignità e pace, l’umanità di riconoscere che la vita è un diritto, ma non può divenire un obbligo. Invece c’è stato solo rumore. Siamo un Paese, oggi, che si è fermato: siamo un Paese dove, per creare ad hoc leggi discutibili, si prova ad intaccare i basilari principi del Diritto, dove sentenze di Tribunale vengono emesse solo per essere svuotate, dove se si chiede il diritto alla morte si viene tacciati per “cultori di dolore” e “hitler”. La fine di Eluana si è appesantita di giochi politici, televisioni impazzite, giornalisti dimissionari, attacchi all’equità dello Stato: ed era questo, quello che la famiglia di Eluana chiedeva? Ciò che crediamo ora poco importa: è martedì, e siamo già stanchi. Se un Dio c’è, e se davvero è come dicono, certo non biasimerebbe la scelta della famiglia di Eluana, e non chiamerebbe la fine delle sue sofferenze uno scempio e un peccato, ma forse solo un atto d’amore. Per lei, almeno per lei, adesso dovremmo fare silenzio. Parliamo, invece, di quello che ci rimane: di questo Paese che si è trasformato in un circo di clown tristi. Parliamo di come siamo incapaci di discutere e di cambiare, di quanto spesso scomodiamo termini come “moralità” e “cultura” senza sapere nemmeno il loro esatto significato. Parliamo del perchè ci arroghiamo diritti che non ci spettano, di come giudichiamo sulla base di ignoranze diffuse, e di come tacciamo, poi, perché tanto è sempre meglio continuare a farci gli affari nostri, in fondo se le cose stanno così non è certo colpa di noi singoli, che cosa ci possiamo fare? Parliamo dell’indifferenza di chi potrebbe spiegare e scrivere, e invece sceglie di non farlo: troppo pericoloso esporsi, troppo inutile. Questa è un’Italia alla deriva. Il dolore, stavolta, ci ha sorpresi prima del tempo: la morte è arrivata in fretta, quasi a voler anticipare nuovo chiasso e nuovi schiamazzi. Una ragazza è scivolata via, mentre ci si azzannava in nome di leggi, Dio e dogmi vari. È mancata l’unica cosa che serviva, e che potevamo offrire senza troppa fatica: l’umanità. L’Italia che ora ammutolisce non ha nulla del Paese civile: non sa della compostezza, del rispetto, della pace che dovrebbe seguire lo sgomento.
E allora zittiamo Berlusconi, Veltroni e il Papa, zittiamo giudici e giornalisti, prendiamo atto che qualcuno aveva chiesto solo un po’ di dignità, nulla di più vicino alla nostra dimensione di esseri umani. Nei drammi si dovrebbe trovare la forza dell’accordo e del cambiamento: invece oggi, martedì, c’è solo tanta paura, e tanta confusione. Scrivo queste cose stanotte, e non le scriverò più, in nome di quel silenzio che dobbiamo ad Eluana Englaro e alla sua famiglia. Scrivo perchè quel devo lo sento ora più che mai, e faccio parte di quella schiera di spaventati, che guardano questa Italia, oggi, e fanno fatica a crederci, e per questa Italia sentono repulsione, amore, paura, e la consapevolezza schiacciante che se c’è un punto di non ritorno è proprio questo.
Panchine rosse
Febbraio 9, 2009

Noi non sappiamo come si fa. E non riusciamo nemmeno a impararlo. Possiamo prendere il dolore a piene mani, distillarlo in memorie, libri sottolineati a matita, the e abbracci. Possiamo rigurgitare la rabbia e provare ad ammaestrarla, decidere in che giorno piangere e in che giorno essere forti, segnare le perdite su un calendario mentale e ricordarle tutte, come se questo le rendesse meno inaccettabili. Rimbocchiamo le coperte ai morti, compriamo tombe e fiori e pezzi di carta, scriviamo di normalità e corsi naturali. Poi succede che, all’inizio di un febbraio nevoso, prendiamo un autobus di linea, e arriviamo fino al mare del Nord, e l’autobus si ferma a ridosso della riva: c’è una panchina rossa, le montagne ghiacciate sopra l’acqua, una girandola di luce che si fa passare per sole. Allora, quel dolore, proviamo a spalmarlo sull’erba e la fanghiglia, proviamo a venderlo al silenzio di un luogo alla fine dei luoghi, alla fine di tutto. Ma no, non sappiamo come si fa. Nemmeno io, nemmeno tu.
In questo preciso momento
Gennaio 13, 2009

L’Erasmus è. Difficile parlarne, difficile raccontarlo. Puoi solo, dopo quasi cinque mesi, continuare a prendere appunti mentali, cercando di non lasciare scappare via nulla: ma quanto c’è, da trattenere. Sensazioni, persone, luoghi. Di Cardiff ti rimane l’odore tiepido dell’aria di mare, gli attraversamenti pedonali di massa, i fast foods che mescolano i propri effluvi con ristoranti cinesi ed indiani, la baia sotto il vento, quando non piove e si può arrivare fin dove i prati toccano l’acqua salata. Ti ricordi di cos’avevi pensato, il primo giorno, arrivando in pullman dopo un viaggio di tre ore da Londra, mentre un panico composto ti s’irradiava lentamente nelle vene. Ti ricordi del trauma di quando, la prima sera, davanti a una pizza senza pomodoro, avevi realizzato che era tutto vero, che non saresti tornata a casa almeno per tre mesi. E poi pensi come ti senti, ora, a casa: sono lontani i giorni spesi a caccia di un tetto, per poi ritrovarsi senza nulla in mano, all’ombra di un parco fatto a cerchio, dove le mamme portavano i passeggini. Pensi alla naturalezza con cui tutto è diventato vita, la tua vita. Hai conosciuto persone di tutto il mondo, hai parlato tre lingue nello stesso giorno, hai fatto notti in bianco, decine di ore a letto, sei andato a feste e a mascherate, hai mangiato fish and chips e kebab, hai pulito, fatto lavatrici, cucinato, ti sei resa conto che il cielo di Cardiff è il cielo con più stelle del mondo, hai bevuto, fumato, fatto l’amore, scritto, letto, parlato di politica e poesia, hai giocato a carte fino alle tre del mattino, hai saltato pasti senza accorgertene, amato e odiato il tuo Paese, hai preso un pullman, un treno e un aereo nel giro di sei ore, hai fatto e disfatto valigie, lottato contro la nostalgia, i distacchi, i tuoi limiti. Alla fine non sei più la stessa, ma bisogna tornare: e allora capisci che se nulla cambia tutto muore.
Ti tieni strette tutte le persone incredibili che hai conosciuto, tutto l’amore che hai provato, e l’immagine dei tramonti rossi sul mare del Galles, quando la pioggia ha lasciato spazio al vento e ci sei solo tu, in quel preciso momento, in cima al mondo.
Il tempo vola, ma ‘ndo cazzo va?
Dicembre 7, 2008

Domenica soleggiatissima, qui a Cardiff, non fa nemmeno troppo freddo. Mi sono alzata assonnata, ieri c’è stato l’ennesimo houseparty, per la verità troppo francese e troppo tranquillo. Ho fatto le quattro del mattino, una volta tornata a casa, scribacchiando e mangiando patatine. Ho tentato poi, oggi a pranzo, in preda a un’ispirazione improvvisa, di cucinare: volevo fare una specie di piatto di verdure, un esperimento. Mi sono resa conto, nel mentre, che avevamo finito il sale e che il cosiddetto esperimento aveva un sapore ributtante. Infine, come da manuale, ho fatto bruciare tutto il bruciabile. Risultato: pranzo a base di muffin alle fragole. Intanto ho cominciato a compilare una lista di domande esistenziali, tra cui ne spiccano due: 1) perché nel Regno Unito si trovino solo ed esclusivamente biscotti digestivi e 2) perché negli bagni inglesi debba esistere un rubinetto per l’acqua calda e uno per l’acqua fredda, così o ti congeli le mani e te ustioni definitivamente. Intanto è già Natale, torno a casa, un altro aereo.
Vista, a tal proposito, la foto di un cartellone appeso da qualche parte di Italia.
Diceva, rosso e tremolante: “Il tempo vola, ma ‘ndo cazzo va?”.





