Interruttori spenti
Novembre 10, 2009
La morte non ha rispetto.
Dei tuoi, dei nostri vent’anni, del fatto che un mese fa si addentava insieme una piadina in un bar pieno di luce, fuori un diluvio ottombrino, il fumo della condensa. Non ha rispetto di quello che eri e di ciò che avresti voluto essere; ma, soprattutto, non ha rispetto di chi ti amava, e che da adesso in poi non potrà più esistere allo stesso modo. Tu muori una domenica sera, sull’asfalto bagnato, solo perché è capitato.
Le parole sono inutili, contenitori vuoti, interruttori spenti.
Adesso viene voglia di dire ti amo più spesso. Ogni volta che si sente il bisogno di sussurrarlo, al diavolo blocchi e paure. Viene voglia di correre sulle spiagge, respirare un libro, fare l’amore finchè se ne ha la forza, prendersi un cane, strappare Liu Bolin e il Pesce Luna dalle pagine dei giornali e insegnarli ai bambini. Viene voglia di non perdersi niente.
Quanti anni abbiamo, ora? Non più, certo, quelli che avevamo ieri.


Quel modo
Ottobre 5, 2009

Questa mattina, sotto un cielo color fuliggine, un uomo disabile aspettava sulla sua sedia a rotelle. Non so chi aspettasse. Andava avanti e indietro con le ruote, giocando a tratti col cellulare, alzando gli occhi azzurri sulla piazza sgombra. Non molto lontano, appoggiato al muro senza intonaco, stava un altro uomo, più vecchio: seduto a gambe incrociate per terra, non faceva nulla. Era circondando da valigie, e da un dalmata silenzioso. Io ero lì, tra il disabile e l’uomo col cane. Faceva un po’ di freddo, e aspettavo anch’io. Aspettavo che il tempo detonasse in una carezza, e mi spiegasse come fare, a ingannare le attese e le distanze. Nella piazza vuota, non c’era segno di respiri: io lo aspettavo, un respiro. Non mi sarebbe bastato che un refolo d’aria tiepido, ad attutire la malinconia. Però non c’era. E io invidiavo il dalmata così geometricamente sereno, nei suoi punti neri.
Ora, sette di sera, è già buio, impietoso ottobre diretto all’inverno: c’è profumo di zucchine e lenzuola pulite, c’è odore di assenza. Scribacchio, rimugino, leggo righe che non dovrei leggere. Fisso la Nikon scarica e il cumulo di cartacce impilate sullo scaffale. Non c’è mai ordine, dalle mie parti. Non c’è mai ordine, con me e in me. Berlusconi stasera è incazzato, tanto per cambiare, in Sicilia piangono i loro morti e le loro vergogne, le università fanno a gara a guazzabugli burocratici. Le cimici non demordono anche se, merda, non è più settembre. I nonni mancano, le sigarette attirano, le distanze tagliano le gambe. Me lo chiedo di nuovo: le persone possono capitare? Sì, possono anche capitare. E allora ecco un nuovo battito, un’improvvisa compatibilità, lo stupore, e quello stupore che vince su constatazioni razionali e difficoltà oggettive, lo stupore che diventa amore, o una sua forma molto vicina, perché in fondo è solo questione di definizioni. Definisco, quindi: la pelle calda, quell’unica zanzara, lo sciabordio discreto di un fiume verde, il suonatore Jones. Con quel modo di abbracciare, quel modo di baciare, quel modo di fare l’amore.
Considera il dito nell’occhio
Luglio 22, 2009

Considera il dito nell’occhio. Entro nella stanza, c’è odore di limone. Spalanco la finestra: dabbasso, nel cortile, un bimbo sovrappeso cerca invano d’incastrarsi nel seggiolino dell’altalena. Qui è pieno di polvere, i libri sono tutti per terra, contro la parete: fa caldo e la luce spiove sulle mattonelle scure del pavimento. Mi siedo. Eccoci qui. Questa, da un po’, è una casa vuota. Sì, perché le case si svuotano. Si svuotano quando la gente si trasferisce da un’altra parte, quando divorzia, quando muore. Qui, della gente è morta. Erano persone anziane, persone che si sono date il cambio, a distanza di sette anni, nel lasciarci attoniti: e l’hanno fatto in quel modo amaro e discreto che hanno i vecchi quando se ne vanno; spariscono, e i treppiedi rimagono appoggiati in un angolo della sala, muti, immobili. Questa casa è vuota, questa stanza è vuota, e loro erano i miei nonni. Oggi ci sono centotrè libri di catalogare: autore, titolo, casa editrice. Li daremo al carcere, sono i libri avanzati, quelli che nessuno vuole e che fa male il cuore, a buttarli via: i libri non si buttano mai via, sacro principio. Vespa, Slaughter, qualcosa di Biagi e McCullough, ancora Vespa, De Crescenzo, un pugno di autori americani mai sentiti. Prendo nota su un blocco. C’è un’intera collana rilegata, si tratta de “I più famosi processi della storia”; sorrido appena, non mi sembra il caso di donarla a un carcere. O forse non sarebbe male. Centotrè titoli, centotrè rettangoli d’odore di carta e polvere: quindi è così, che finisce. Mia nonna, appena un’estate fa, leggeva una copia della Signora in Giallo: era agosto, dal terrazzo alle sue spalle spirava l’aria salata di una Liguria senza vento. E adesso la Signora in Giallo è sul pavimento, non lontano dalle mie scarpe da ginnastica: finirà a fare compagnia a qualcun altro, in una cella.
Il problema sta in quanti hanno cercato d’insegnarti che non è sano che gli oggetti abbiano un valore affettivo: certo, non sarà sano, ma è inevitabile. Lei toccava quel libro, lo sfogliava, lo macchiava di caffè, lo dimenticava nella borsa da spiaggia: il legame lo percepisci come una coltellata tra cuore e stomaco; certo, che c’è. E vaffanculo ciò che è sano. Mi alzo con il blocco in mano, dal cortile arriva un sibilo di pistola d’acqua, la risata convulsa di un bambino: i centotrè romanzi sono tutti lì, contro il muro. Scopro, rileggendo la lista, che i miei nonni avevano più romanzi di Slaughter di, probabilmente, tutti i lettori d’Italia messi insieme. Scopro che Slaughter aveva un innato talento per i titoli orribili (vedi “Mogli di medico, donne in bianco”). Scopro, non da ultimo, che “ Il dito nell’occhio” è un romanzo erotico e non una lamentela (anzi). E scopro che c’è qualcuno che ha più fantasia di me, per i doppi sensi. La casa, quando esco, è sempre vuota. L’ingresso era buio anche prima, ora però lo è sempre: un paio di foto, appese storte da chissà quanto, bevono i rimasugli di luce che trafiggono le tapparelle. La gente muore e le case si svuotano; e noi liberiamo spazi che finiscono col diventare troppo liberi, spartiamo parti e dividiamo affetti, vendiamo, gettiamo nelle discariche, accumuliamo oggetti inutili, utili, rotti, funzionanti, oggetti che trasudano ancora troppa vita, per essere gettati via. I giorni sono fatti di praticità, e le case vanno svuotate. Non c’è nemmeno il tempo di domandarsi se i luoghi abbiano o meno una memoria: se, tra cinquant’anni, sarà rimasto qualcosa di noi, in quella stanza da letto ormai irriconoscibile. No, bisogna tirare dritto, e quando passo dal cortile il bambino sovrappeso non c’è più: le ipotesi sono varie, potrebbe aver posto fine alle sue sofferenze gettandosi dall’altalena su cui non era riuscito a sedersi, oppure potrebbe essere rimasto vittima della pistola d’acqua di poco prima. Spero di non sognare Slaughter e spero che i carcerati usino le pagine di Vespa per costruire bombe carta. È fine luglio, ho perso il primato dei doppi sensi: considera il dito nell’occhio.
Io non mi sento italiana
Luglio 19, 2009
Quest’uomo, in quattro minuti, ha spiegato un’angoscia che sento da quando ho cominciato a ragionare:
Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che è tutto calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c’è un’aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.
Anna ti amo 6 strana
Luglio 4, 2009
Ci passo quasi tutti i giorni, scivolando sull’asfalto bollente, ma l’ho notata solo adesso. Quella scritta, rossa e irregolare, sul muro scalcinato di una cascina che sembra dismessa, appena dietro un paio di alberi e un pugno di verde: Anna ti amo 6 strana. Non è stato tanto il ti amo, a farmi pensare, ma la parte successiva: 6 – sei – strana. Mi sono chiesta, mentre l’autobus superava la curva e la scritta restava oltre il finestrino, alle mie spalle, che cosa volesse dire: Anna io ti amo, e corro a scrivertelo su un muro scrostato che costeggia la statale per Pavia – la statale più dritta e calda del mondo – ma poi, chissà perché, ci aggiungo quelle due parole, appena sotto. Sei strana, Anna, e te lo voglio scrivere, come se fosse indissolubilmente legato al fatto che ti amo. Non c’è nemmeno un punto o una virgola, tra il ti amo e il 6 strana: cosa significa? Che ti amo perché sei strana? Oppure ti amo ma, ahimè, sei anche strana? Qualcuno, giustamente, potrebbe osservare che, invece di affaticarmi la mente con queste questioni esistenziali, potrei forse impiegare il mio tempo da pendolare in un modo più costruttivo. Studiare, magari. O scrivere, leggere, ascoltare musica. Non avrebbe tutti i torti. Però, quell’ Anna ti amo 6 strana, in mezzo all’afa spessa di un viaggio che a volte fa pensare troppo, si è ritagliato un suo spazio. Ci penso, al fatto di amare esseri strani. Strano è un parola che usiamo quando non sappiamo definire, ma in realtà definisce in modo netto proprio l’indefinibile: non riesco ad afferrarti, ma non perché tu sia un pazzo o un erotomane o un nostalgico balbuziente, no, tu sei solo strano. Come Anna. Che è strana, e forse non capita del tutto, ma amata: amata in un modo così forte ed esagitato da richiedere una dichiarazione pubblica; per noi tutti che ci passiamo davanti, a quella cascina dai muri scrostati, noi che dobbiamo saperlo, che c’è qualcuno che ama un’Anna strana. Intanto è estate, un luglio caldo e amaro: ci stiamo riprendendo i ventilatori, le piscine con i moscerini galleggiante, infradito e birre gelate e treni che cuociono sui binari. È estate, e all’angolo di una striscia d’asfalto che sembra pennellata da Dio – ma in versione molto svogliata – è passato qualcuno che ama Anna. È passato, forse di notte, forse alle luci ibride di una luna e di una torcia, forse ubriaco, forse pieno solo di paura e di colore rosso. Ha scritto e se n’è andato, e Anna è amata sotto gli occhi di una statale intera, ma è anche strana. Amore. Tra le tracce dell’ultimo tema di maturità ce n’era anche una sull’innamoramento e l’amore (in Catullo e in altri autori): non l’hanno scelta in molti. In tanti hanno preferito raccontare i social networks, e un po’ di Svevo. Cosa avrei fatto io, cosa avreste fatto voi, cos’avrebbe fatto chi ha scritto Anna ti amo 6 strana. Definisce Wikipedia: l’innamoramento è un complesso di sentimenti e di comportamenti proprio degli esseri umani caratterizzato dal forte coinvolgimento emotivo associato a un’intensa attrazione sessuale. Altro abbozzo di definizione: una notte torno a casa, le tre e mezza di una notte piena di zanzare e dolcezza; guido, in sottofondo la radio bassa e qualche cicala; provo emozioni strane. Emozioni ferite, emozioni istintive. L’innamoramento è un salto di pozzanghera quando hai le scarpe pesanti, ma non te ne frega niente. Alla definizione di Wikipedia, forse preferisco questa.

Love is not a choice
Maggio 7, 2009

La ragazza, un po’, nell’idea di riconoscersi ci crede. Ci crede da quando un’amica, ubriaca di whiskey e di un amore coi capelli rosa, gliel’aveva sussurrato sopra il caos di una festa d’oltremanica: “è come riconoscersi”. E fuori le luci dei lampioni irradiavano buio, un cielo concavo d’umidità e fumo dolciastro. Così, ora, la ragazza di crede. Per una volta, lascia che la saggezza sia davvero la più crudele delle responsabilità, e la tiene lontana, fidandosi del rischio, di quel po’ di sofferenza autoinflitta. Perché la ragazza già sa di attese senza nome, d’interruzioni e solitudini improvvise. E a lui, a lui, vorrebbe dire tutto questo, senza vestirsi con lenzuola d’ironia e forza distillata in gesti leggeri: te lo sto dando tutto, maledizione a te, qui, palpitante e ignaro, quello che chiamano cuore, e adesso ne puoi fare ciò che vuoi, intingilo nella stessa tua sottile malinconia e rendilo più fragile e insensato di sabbia che si frappone a vento, prendilo e dagli la forma delle aspettative, succhiagli via il sangue, fallo bianco di silenzi e pace. Te lo sto dando, perché l’amore non è una scelta, e tu mi sei semplicemente accaduto.
Rabbie
Aprile 28, 2009
Due parole in questi giorni di pioggia e vento: sono nervosa, abbastanza arrabbiata e tendente agli sbalzi d’umore. Tutto l’opposto di quello che sono normalmente, insomma. Ho la sensazione di galleggiare, di essermi attorcigliata in un gomitolo di attese. Come se trattenessi il respiro ventiquattr’ore su ventiquattro. I perchè – e sono un bel po’ – li so, circa il come uscirne, invece, ho qualche difficoltà. Sono, soprattutto, arrabbiata: e questo non mi capita spesso, in genere sono una persona pacifica e abbastanza serena. E la rabbia che provo, infilzata tra un giorno e l’altro, è discreta e sottile, ma non per questo meno logorante. E sono arrabbiata per un sacco di motivi. Sono arrabbiata per la pioggia, per le raccomandazioni all’università, per chi mi manca e non è qui, perchè ho appena finito “Lotta civile” di Antonella Mascali e l’Italia mi sembra ancora di più una jungla di arretratezze, violenza e indifferenza, sono arrabbiata perchè i treni sono diventati ancora più cari, perchè non mi sento tranquilla in nessun posto, perchè il Papa usa troppo la bocca e molto poco gambe e cervello (molto bello il calice offerto per i funerali di Stato all’Aquila, davvero un gesto carico di voglia di confortare), sono arrabbiata per i kebab e i gelati e le focacce che qui, in Lombardia, non potremo più mangiare per strada.
Comunque, settimana prossima si va a Macerata: presentazione di “Tu che te ne andrai ovunque” alla Mondadori di Corso della Repubblica, martedì 5 maggio ore 18.
Senza titoli
Aprile 9, 2009
Bella foto, oggi, a cavallo tra la seconda e la terza pagina del Corriere della Sera: una mano offre una tazza di the, l’altra l’accetta, sullo sfondo ghiaia, polvere e un lembo di tenda blu.
Bella nel significato più istintivo e grezzo di “bella”: la sensazione di percepire il cuore perdere un colpo e riguadagnarlo subito dopo, ma dolente di mille spilli conficcati nel profondo.
La terra ha tremato, la terra trema ancora: sembrerebbe l’inizio di un romanzo, l’attacco suggestivo di un fairytale vagamente dark. Eppure non lo è.
Stamattina mi sono stordita di telegiornali: di solito non lo faccio, preferisco il silenzio rispettoso della carta stampata, ma invece oggi, per tre ore, ho assistito alla girandola convulsa di speciali, collegamenti, inviati con le facce stanche, interviste telefoniche.
Fuori c’era una Parma quieta e soleggiata, la gente seduta ai bar e bambini nelle focaccerie.
Può darsi che non ci sia nulla di adeguato, da scrivere: e difatti non so nemmeno dove andrò a parare, non so spiegare il groviglio di commozione, straniamento e rabbia che sento, che sentiamo tutti. Per certi versi, oggi, la fotografia offre più parole della scrittura.
Vi rimando, comunque, al blog di un amico, già segnalato nei links, scrittore aquilano sopravvissuto e in fuga: www.lastanzadelmatto.splinder.com. Leggerlo fa bene, è un pugno nello stomaco ben assestato e salutare: meglio di tanti Studi Aperti e simili.
Intanto le immagini si susseguono, impietose, e non c’è modo di non venirne feriti: un vecchio biliardino schiacciato dalle macerie, un orso bianco di peluche coperto di polvere e detriti, un dizionario d’inglese che spunta tra un tramezzo crollato e cumuli di mura sbriciolate, gli occhi svuotati di chi ha perso tutto e tutti, l’istantanea di un’intera città ingoiata nel nulla.
La cosa più atroce è che, come sempre, al boato segue il silenzio.
E di questo silenzio non sanno che farsene, laggiù, e nemmeno noi lo sappiamo, perché non basta fermare morti e sopravvissuti in scatti e lutti nazionali, non basta ingoiare il dolore e prepararsi a ricostruire, non basta scrivere, non basta fotografare, non basta abbracciare o piangere.
L’impotenza ha avuto, questa mattina, l’odore di caffè e focacce in una piazza affollata, col Duomo a spazzare via un quadrato di cielo: ha avuto il profilo di un giovedì pieno di vita, come tanti, di un ragazzo nero che vendeva elefantini portafortuna accanto a una gelataria, e io, noi, lì, sotto il sole, a imbeverci di una luce primaverile che si attaccava alle mani, e di cui non sapevamo che farcene.
Voi che avevate voci potenti
Marzo 21, 2009
voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo
Indignazioni e puttane
Marzo 8, 2009
La capacità d’indignarsi viene da lontano. Viene da un luogo che non conosce la stanchezza, che non conosce l’indifferenza. Alcuni, questo talento, lo perdono per strada, prosciugati da eventi, immobilità varie e tristezza. Altri se lo tengono stretto, al riparo da ogni scalfittura. Questo marzo non è diverso da altri mesi, ma forse c’è più forza: mi tengo aggrappata alla mia capacità d’indignarmi, e dovranno scuotermi con tutta la violenza che possono, per farmi credere che non ne vale la pena, se vogliono che io lasci la presa. Ma la mia vita non è una puttana con le gambe spalancate, non è nata per farsi fottere in silenzio. Io resto aggrappata alla mia indignazione. Per quanto forte loro possano scuotermi, non lascerò la presa.





