Quel modo
Ottobre 5, 2009

Questa mattina, sotto un cielo color fuliggine, un uomo disabile aspettava sulla sua sedia a rotelle. Non so chi aspettasse. Andava avanti e indietro con le ruote, giocando a tratti col cellulare, alzando gli occhi azzurri sulla piazza sgombra. Non molto lontano, appoggiato al muro senza intonaco, stava un altro uomo, più vecchio: seduto a gambe incrociate per terra, non faceva nulla. Era circondando da valigie, e da un dalmata silenzioso. Io ero lì, tra il disabile e l’uomo col cane. Faceva un po’ di freddo, e aspettavo anch’io. Aspettavo che il tempo detonasse in una carezza, e mi spiegasse come fare, a ingannare le attese e le distanze. Nella piazza vuota, non c’era segno di respiri: io lo aspettavo, un respiro. Non mi sarebbe bastato che un refolo d’aria tiepido, ad attutire la malinconia. Però non c’era. E io invidiavo il dalmata così geometricamente sereno, nei suoi punti neri.
Ora, sette di sera, è già buio, impietoso ottobre diretto all’inverno: c’è profumo di zucchine e lenzuola pulite, c’è odore di assenza. Scribacchio, rimugino, leggo righe che non dovrei leggere. Fisso la Nikon scarica e il cumulo di cartacce impilate sullo scaffale. Non c’è mai ordine, dalle mie parti. Non c’è mai ordine, con me e in me. Berlusconi stasera è incazzato, tanto per cambiare, in Sicilia piangono i loro morti e le loro vergogne, le università fanno a gara a guazzabugli burocratici. Le cimici non demordono anche se, merda, non è più settembre. I nonni mancano, le sigarette attirano, le distanze tagliano le gambe. Me lo chiedo di nuovo: le persone possono capitare? Sì, possono anche capitare. E allora ecco un nuovo battito, un’improvvisa compatibilità, lo stupore, e quello stupore che vince su constatazioni razionali e difficoltà oggettive, lo stupore che diventa amore, o una sua forma molto vicina, perché in fondo è solo questione di definizioni. Definisco, quindi: la pelle calda, quell’unica zanzara, lo sciabordio discreto di un fiume verde, il suonatore Jones. Con quel modo di abbracciare, quel modo di baciare, quel modo di fare l’amore.
Perchè piangono, gli uomini?
Agosto 26, 2009

Perchè piangono gli uomini? Per colpa delle lotte e delle gesta e della maratona delle promozioni, perchè vogliono la mamma, perchè restano ciechi anche con il passare del tempo, per colpa di tutte le erezioni che devono inventarsi sul più bello dal nulla, per colpa di tutto ciò che gli hanno fatto. Perchè non possono più essere felici o tristi – solo sbronzi o pazzi. E perchè non sanno che pesci pigliare quando sono svegli. E poi c’è l’informazione, che arriva di notte.
Martin Amis, L’Informazione
Considera il dito nell’occhio
Luglio 22, 2009

Considera il dito nell’occhio. Entro nella stanza, c’è odore di limone. Spalanco la finestra: dabbasso, nel cortile, un bimbo sovrappeso cerca invano d’incastrarsi nel seggiolino dell’altalena. Qui è pieno di polvere, i libri sono tutti per terra, contro la parete: fa caldo e la luce spiove sulle mattonelle scure del pavimento. Mi siedo. Eccoci qui. Questa, da un po’, è una casa vuota. Sì, perché le case si svuotano. Si svuotano quando la gente si trasferisce da un’altra parte, quando divorzia, quando muore. Qui, della gente è morta. Erano persone anziane, persone che si sono date il cambio, a distanza di sette anni, nel lasciarci attoniti: e l’hanno fatto in quel modo amaro e discreto che hanno i vecchi quando se ne vanno; spariscono, e i treppiedi rimagono appoggiati in un angolo della sala, muti, immobili. Questa casa è vuota, questa stanza è vuota, e loro erano i miei nonni. Oggi ci sono centotrè libri di catalogare: autore, titolo, casa editrice. Li daremo al carcere, sono i libri avanzati, quelli che nessuno vuole e che fa male il cuore, a buttarli via: i libri non si buttano mai via, sacro principio. Vespa, Slaughter, qualcosa di Biagi e McCullough, ancora Vespa, De Crescenzo, un pugno di autori americani mai sentiti. Prendo nota su un blocco. C’è un’intera collana rilegata, si tratta de “I più famosi processi della storia”; sorrido appena, non mi sembra il caso di donarla a un carcere. O forse non sarebbe male. Centotrè titoli, centotrè rettangoli d’odore di carta e polvere: quindi è così, che finisce. Mia nonna, appena un’estate fa, leggeva una copia della Signora in Giallo: era agosto, dal terrazzo alle sue spalle spirava l’aria salata di una Liguria senza vento. E adesso la Signora in Giallo è sul pavimento, non lontano dalle mie scarpe da ginnastica: finirà a fare compagnia a qualcun altro, in una cella.
Il problema sta in quanti hanno cercato d’insegnarti che non è sano che gli oggetti abbiano un valore affettivo: certo, non sarà sano, ma è inevitabile. Lei toccava quel libro, lo sfogliava, lo macchiava di caffè, lo dimenticava nella borsa da spiaggia: il legame lo percepisci come una coltellata tra cuore e stomaco; certo, che c’è. E vaffanculo ciò che è sano. Mi alzo con il blocco in mano, dal cortile arriva un sibilo di pistola d’acqua, la risata convulsa di un bambino: i centotrè romanzi sono tutti lì, contro il muro. Scopro, rileggendo la lista, che i miei nonni avevano più romanzi di Slaughter di, probabilmente, tutti i lettori d’Italia messi insieme. Scopro che Slaughter aveva un innato talento per i titoli orribili (vedi “Mogli di medico, donne in bianco”). Scopro, non da ultimo, che “ Il dito nell’occhio” è un romanzo erotico e non una lamentela (anzi). E scopro che c’è qualcuno che ha più fantasia di me, per i doppi sensi. La casa, quando esco, è sempre vuota. L’ingresso era buio anche prima, ora però lo è sempre: un paio di foto, appese storte da chissà quanto, bevono i rimasugli di luce che trafiggono le tapparelle. La gente muore e le case si svuotano; e noi liberiamo spazi che finiscono col diventare troppo liberi, spartiamo parti e dividiamo affetti, vendiamo, gettiamo nelle discariche, accumuliamo oggetti inutili, utili, rotti, funzionanti, oggetti che trasudano ancora troppa vita, per essere gettati via. I giorni sono fatti di praticità, e le case vanno svuotate. Non c’è nemmeno il tempo di domandarsi se i luoghi abbiano o meno una memoria: se, tra cinquant’anni, sarà rimasto qualcosa di noi, in quella stanza da letto ormai irriconoscibile. No, bisogna tirare dritto, e quando passo dal cortile il bambino sovrappeso non c’è più: le ipotesi sono varie, potrebbe aver posto fine alle sue sofferenze gettandosi dall’altalena su cui non era riuscito a sedersi, oppure potrebbe essere rimasto vittima della pistola d’acqua di poco prima. Spero di non sognare Slaughter e spero che i carcerati usino le pagine di Vespa per costruire bombe carta. È fine luglio, ho perso il primato dei doppi sensi: considera il dito nell’occhio.
Io non mi sento italiana
Luglio 19, 2009
Quest’uomo, in quattro minuti, ha spiegato un’angoscia che sento da quando ho cominciato a ragionare:
Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che è tutto calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c’è un’aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.
Fame e tregue
Giugno 11, 2009
Mi chiedo, spesso, se davvero i luoghi siano tregue, come qualcuno, una volta, ha scritto. Tregue da cosa, poi? Beati i calmi di cuore, che non sentono mai la necessità di partire: beati coloro che sanno stare, e per cui lo stare non è solo un temporaneo rimanere – che tante volte ha l’amara accezione di una spugna gettata – ma significa esistere. Li ammiro, forse un po’ li invidio. Feriscono di certo meno se stessi, e chi li ama: non portano avanti una vita di cicatrici, le cicatrici che procurano le attese, le partenze e, soprattutto, i ritorni. A volte, mi capita di pensare che non starò bene in nessun luogo, mai. Non ricordo quando questo disagio è cominciato: potevo avere forse nove anni, e tra le mani un’edizione ingiallita de “La freccia nera”; oppure poteva essere stata una delle centinaia mattine di gennaio, spesa in un aula di scuola con le cartine geografiche appese storte e la sensazione che non poteva essere tutto lì, che non doveva essere tutto lì. Dicono che si ama, spesso, quando si ha perduto, o quando si è costretti lasciare: mi domando se sarà così anche per me, se solo quando i ritorni ai luoghi e alle persone non saranno davvero più possibili, allora potrò sedermi e provare dolore e poter raccogliere, tra gola e occhi, una pace corposa, una nostalgia appena venata di rimpianto. Sono sempre stata un’inquieta, e lo sono ancora: dove vuoi andare, mi dicevano (mi dicono), e perché, e un po’ mi sentivo in colpa, in realtà non avevo nulla, da cui scappare. Anzi: un’infanzia bellissima e un po’ selvatica, l’amore puro e intelligente di una famiglia compatta, di persone che avevano riempito i miei pomeriggi di libri, film e partite a pallone, estati di mari liguri e Topolini sgualciti dall’acqua salata e un nonno che comprava paste in paese, e poi le nascondeva per casa, e noi dovevamo cercarle, eccitati, mentre fuori la sera di riempiva di buio, zanzare e dolcezza. Dove vuoi andare, perché: e quando ti fermi, perché non puoi pensarti senza punti certi, non puoi vivere di aerei e treni e programmi abbozzati sul retro di volantini pubblicitari. E io che non sapevo cosa rispondere: lo so ora, forse, ma non sono risposte, hanno più la rancorosa necessità delle rassicurazioni. Non lo faccio perché non vi amo, non lo faccio perché non ho avuto niente: eppure nemmeno il tutto, mi basta più, nemmeno voi, ma per favore provate a perdonare, se non riuscite a capire. Alcune mie scelte – me ne rendo conto solo a posteriori – sono nate proprio da questo disagio senza nome: all’università, lingue e non lettere, e non per un talento particolare, ma solo per fame. Fame di posti, viaggi, incertezze, accennate possibilità di fughe. E l’Erasmus, poi, e i viaggi spedalati in novembre e aprile: amo l’idea di poter parlare quattro lingue, non le quattro lingue in sé. Ho bisogno dell’idea che un pomeriggio di pioggia, a Londra, Madrid o Budapest, potrò sedermi al tavolo di un bar e chiacchierare di politica, cinema, libri, stupidaggini e cibo. Potrò comunicare, capire. E che mai dovrò farmi bastare un luogo solo. Ma le persone, mi chiedono. E dove metti le persone. I legami, le amicizie, l’amore: nessun posto è fatto solo di piazze e qualità di cielo. Quindi perché. Perché la sofferenza del distacco, perché il timore della solitudine. Alcune di queste cose, vi risponderei, ce le ho già: un po’ nel sangue, forse, un po’ nell’urgenza della scrittura. Se leggere è un’azione solitaria, scrivere è la quintessenza della solitudine. Uno degli atti più umani possibili – l’espressione scritta – è connotata di assenza: l’intero mondo, là fuori, esiste solo attraverso chi scrive, e la condivisione arriva solo a posteriori. Tolstoj l’ha messo per iscritto, ed è un po’ ironico, a pensarci bene: la felicità è reale solo se condivisa.

Sicilia+Leonard Cohen
Maggio 19, 2009
Pre-partenza siciliana: fa caldo, caldissimo, come al solito mi sento un satellite in perenne orbita, tanto per citare Eddie Vedder. Adesso mi aspettano sette giorni nella terra degli aranci: presentazioni, belle città, mare e, soprattutto, amici che riabbraccio dopo due mesi. Mi lascio alle spalle quest’afa da pianura più che volentieri, tra poco sarà tempo d’esami e scelte, e intanto continuo a scrivere, con un certo languore, devo dire. Avrei tanta voglia che certe distanze si dimezzassero e che certe malinconie si attutissero un po’: si tratta di aspettare, mi dicono, e forse sto diventando pure brava, ad aspettare. In pieno umore Leonard Cohen, vi lascio una poesia che mi ronza per la testa da un po’: si chiama Folk Song, viene dalla primissima raccolta di Cohen, “Let us compare Mythologies” (Confrontiamo i nostri miti), finalmente pubblicata in Italia dalla Minimum Fax.
The ancient craftsman smiled
when I asked him to blow a bottle
to keep your tears in.
And he smiled and hummed in rhythm with his hands
as he carved delicate glass
and stained it with the purple
of a drifting evening sky.
But the bottle is lost in corner of my house.
How could I know you could not cry?
Il vecchio artigiano sorrise
quando gli chiesi di soffiare una bottiglia
per tenervi dentro le tue lacrime.
E sorrideva e canticchiava a tempo con le mani
nel modellare il vetro delicato
e lo macchiava del colore purpureo
di un errabondo cielo serotino.
Ma la bottiglia si è persa in qualche angolo di casa.
Come potevo sapere che non eri capace di piangere?
Età
Maggio 15, 2009
Questa foto l’ho scattata in Piazza del Popolo, a Roma, un giorno d’aprile. Quando la guardo, penso che quella ragazza potrebbe avere una nonna della stessa della vecchia che chiede l’elemosina. E la vecchia che chiede l’elemosina potrebbe avere una nipote della stessa età della ragazza.

Rabbie
Aprile 28, 2009
Due parole in questi giorni di pioggia e vento: sono nervosa, abbastanza arrabbiata e tendente agli sbalzi d’umore. Tutto l’opposto di quello che sono normalmente, insomma. Ho la sensazione di galleggiare, di essermi attorcigliata in un gomitolo di attese. Come se trattenessi il respiro ventiquattr’ore su ventiquattro. I perchè – e sono un bel po’ – li so, circa il come uscirne, invece, ho qualche difficoltà. Sono, soprattutto, arrabbiata: e questo non mi capita spesso, in genere sono una persona pacifica e abbastanza serena. E la rabbia che provo, infilzata tra un giorno e l’altro, è discreta e sottile, ma non per questo meno logorante. E sono arrabbiata per un sacco di motivi. Sono arrabbiata per la pioggia, per le raccomandazioni all’università, per chi mi manca e non è qui, perchè ho appena finito “Lotta civile” di Antonella Mascali e l’Italia mi sembra ancora di più una jungla di arretratezze, violenza e indifferenza, sono arrabbiata perchè i treni sono diventati ancora più cari, perchè non mi sento tranquilla in nessun posto, perchè il Papa usa troppo la bocca e molto poco gambe e cervello (molto bello il calice offerto per i funerali di Stato all’Aquila, davvero un gesto carico di voglia di confortare), sono arrabbiata per i kebab e i gelati e le focacce che qui, in Lombardia, non potremo più mangiare per strada.
Comunque, settimana prossima si va a Macerata: presentazione di “Tu che te ne andrai ovunque” alla Mondadori di Corso della Repubblica, martedì 5 maggio ore 18.
A Roma
Aprile 13, 2009

Questo venerdì, 17 aprile 2009, alle ore 18.00, presso la libreria Fanucci di Piazza Madama, presentazione di “Tu che te ne andrai ovunque”, interviene Paolo Di Paolo.
Soddisfazioni
Aprile 2, 2009
Scrivere un libro per comprarsi … questa.






